Cartolina dagli Usa
Americani, oggi
Istantanee di vita quotidiana negli orizzonti americani travolti dall'immoralità di Trump e i suoi fedelissimi. Ecco come la Casa Bianca mette in pericolo il primo emendamento...
Sono ormai diverse settimane che non scrivo sulle vicende americane. È come se fossi imprigionata in un tourbillon che mi trascina e mi stordisce giorno dopo giorno. Sono disorientata e più cerco di districarmi e di capire e più mi sembra che il caos aumenti. Sono ormai sette mesi che Trump si è insediato alla Casa Bianca e sta sistematicamente smantellando le fondamenta della democrazia americana con una precisone che non esito a definire scientifica. Un fenomeno senza precedenti nella storia di questo paese: un vero film dell’orrore, ma certo non una sorpresa. Chi l’ha votato non dovrebbe meravigliarsi di quello che sta facendo, anche se la tenacia e la crudeltà con cui agisce e si accanisce contro i soggetti più deboli sono certamente elementi che sorprendono. Sta implementando i principi enunciati nel suo Project 2025 il cui scopo finale è rafforzare il potere esecutivo a scapito degli altri due, rendendolo quasi intoccabile e insindacabile nelle sue decisioni.
Un allontanamento pericoloso dalla divisione e dal bilanciamento dei poteri che ha caratterizzato le democrazie occidentali da Montesquieu in poi. E fondamentalmente la strategia di Trump prende di mira quello legislativo, l’unico potere che cambia con il voto popolare, visto che quello giudiziario con la nomina dei giudici della Corte Suprema è ormai nelle sue mani. Come d’altra parte ha dimostrato l’approvazione degli ultimi provvedimenti governativi in materia di emigrazione e di licenziamenti di pubblici ufficiali.
Trump mette in pratica tutte le promesse e le minacce che ha annunciato nella sua campagna elettorale. Ormai le prevaricazioni, frutto delle sue nuove politiche migratorie e di riduzione di quegli spazi di safety net dello stato sociale sono all’ordine del giorno, in oblio assoluto di quelli che sono i cardini su cui poggia l’edificio democratico di questo paese. Ad esse si aggiunge però qualcosa di nuovo, frutto dei tempi, che rende impermeabile il potere di Trump a qualsiasi tipo di pietas: la mancanza totale di principi morali e di solidarietà sociale presenti purtroppo anche in una parte ancora troppo cospicua, seppure in netta e continua diminuzione, della comunità circostante che rispecchia l’attuale classe dirigente. Molti per fortuna si sentono invece imprigionati nelle maglie di un sortilegio da cui non riescono a uscire.
E il partito democratico non solo fa ancora troppo poco per contrastare la strategia e le politiche trumpiane, ma sembra addirittura non capire la portata dirompente della rivoluzione/involuzione che la sua presidenza sta determinando nel modo di pensare dei cittadini e soprattutto la determinazione spietata con cui viene portata avanti. E dunque l’arbitrio e la velocità delle decisioni trumpiane, che si fanno gioco dei checks and balances di questa grande democrazia, spazza via la ragionevolezza delle proposte democratiche viste semplicemente come espressione delle élite di potere. Senza capire che quello che cosi definiscono, non è il potere dell’establishment, ma quello di una democrazia che garantisce a tutti una chance anche a coloro che la contestano. Opportunità che invece Trump e il suo gruppo di fedelissimi legati a un partito repubblicano, ormai completamente nelle sue mani, fanno di tutto per negare alle opposizioni. Tutto ciò crea nel paese uno stato di ansia, di insicurezza, di impotenza e infine di grande rabbia. Oltreché di divisioni politiche irrimediabili, anche questa una sensazione sconosciuta per i cittadini di questo paese. Ciò tuttavia non si traduce in sufficienti azioni di contestazione, con l’unica eccezione delle manifestazioni dei mesi scorsi soprattutto nelle grandi metropoli, che però evidentemente lasciano il tempo che trovano.
Per me che viaggio in continuazione verso gli Stati Uniti, tornarci è sempre stata una gioia. Questa volta devo ammettere tuttavia che ho avuto qualche perplessità. Di ciò ho avuto conferma quando, parlando con amici giornalisti della stampa estera, personale diplomatico e delle ambasciate mi è stato inizialmente confermato quello che io stessa sentivo e cioè che, nonostante avessi scritto ben due libri contro Trump di cui uno tradotto da una delle università a cui il presidente ha negato i fondi, non avevo niente da temere, rientrando negli States. In fondo esiste ancora il primo emendamento della costituzione! Salvo poi, nel caso di alcuni di loro, aggiungere, scherzando, che però non avrebbero potuto giurare al 100% sulla mia incolumità e che sarebbe stato consigliabile per me tenere quello che hanno definito “un profilo basso”. Insomma qualche preoccupazione me l’hanno istillata. Ora io non sono certo famosa e i mei libri sono più che altro accademici; dunque si perdono in una miriade di saggi di altri studiosi che hanno scritto sul tema e che fanno parte ormai di in gruppo di dissenso abbastanza diffuso.
Sta di fatto che il mio viaggio ha presentato un paio di inconvenienti abbastanza stravaganti che non mi erano mai capitati in precedenza. Il primo è che arrivata a Dublino dove il mio volo faceva scalo e dove avrei dovuto fare la dogana prima di entrare negli States, ho ricevuto una mail con il logo della linea aerea che mi comunicava che il mio volo successivo sarebbe stato posposto al giorno dopo e che dovevo ritirare il mio bagaglio e attendere qualcuno del personale dell’aeroporto che mi sarebbe venuto a prendere per portarmi in albergo. Non capivo perché Il mio volo che partiva due ore e mezzo dopo il mio arrivo non sarebbe dovuto decollare come previsto, seppure quello proveniente da Roma per Dublino avesse registrato un ritardo. Cosi sono andata da un rappresentante della linea aerea che non ha saputo spiegarsi da dove fosse arrivato il messaggio e perché: il mio volo sarebbe partito regolarmente e mi ha mostrato il mio nome sull’elenco dei passeggeri. Ha quindi chiamato la sicurezza e non ha ricevuto nessuna risposta chiara se non che quella mail non proveniva dalla mia linea aerea.
Dopo avermi assicurato che sarei partita ha comunque rimarcato dopo numerosi accertamenti, che la cosa era piuttosto strana e che a lui non era mai successo niente del genere. Inoltre quella mail che recava uno strano indirizzo (non il mio), ma che era arrivata a me in quanto aveva il mio numero di prenotazione del biglietto, non era stata mandata dalla linea aerea. E infatti sono poi partita regolarmente. La seconda stranezza è che arrivata a Chicago il mio bagaglio non c’era: era rimasto a Dublino. Un paio di volte in 35 anni di viaggi, mi è successo che mi avessero lasciato a terra un bagaglio, ma solo quando la coincidenza del secondo volo era molto vicina al primo, non quando c’erano due ore e mezzo di intervallo tra un volo e l’altro. Stranezze inspiegabili!
Sarà vero che c’è una lista segreta di oppositori al governo Trump a cui momentaneamente si cerca rendere la vita difficile, come si vocifera da più parti? Se fosse vero il suo scopo sarebbe quello di mettere a tacere possibili voci di dissenso, con un grave danno alle garanzie del primo emendamento della Costituzione, uno dei cardini della democrazia di questo paese. Non ho una riposta certa e non ho alcuna prova che queste mie difficolta siano dovute a ciò. Certo è che il presidente non ama chi lo critica, (i suoi collaboratori non hanno giurato di servire la Costituzione, ma fedeltà a lui personalmente, come in precedenza avevano fatto Mussolini e Hitler).
Inoltre non solo non ama il dissenso, ma nemmeno la satira. Infatti non si era mai visto prima un presidente americano gioire pubblicamente con un post per il licenziamento di un personaggio televisivo tanto noto come Stephen Colbert conduttore su CBS di un programma The Late Night Show altrettanto noto e che ha fatto la storia della televisione americana. La ragione ufficiale del suo licenziamento e della chiusura definitiva di un programma dopo decine di anni successo al top delle classifiche è che il programma non avrebbe ascolti sufficienti a motivarne la continuazione e dunque rappresenterebbe una perdita per il canale. Per inciso va ricordato che il conduttore in questione fustiga in continuazione Donald Trump e ne ridicolizza le scelte politiche. Ma allora cosa avrebbe dovuto fare George W. Bush quando, negli anni della sua presidenza, David Letterman, che ha preceduto Colbert nella conduzione del programma, letteralmente ogni sera lo inchiodava con battute e critiche spietate? Ha perfino fatto un calendario con una battura critica per ogni giorno dell’anno.
La ragione vera del licenziamento di Colbert sembra essere il frutto di una complessa operazione mediatica sulla quale c’è l’ombra della longa manus di Donald Trump. Paramount è proprietaria di CBS e si sta fondendo con Skydance, fusione che deve avere l’approvazione della FCC (Federal Communication Commission), una commissione apparentemente indipendente, ma che Trump ha sottomesso alla sua influenza attraverso la nomina di Brendan Carr uomo di sua fiducia. L’approvazione alla fusione avviene, guarda caso, dopo un accordo tra la Paramount e Trump dovuto alla causa che quest’ultimo ha intentato lo scorso novembre prima della tornata elettorale contro il programma 60 minutes, uno dei più popolari di CBS e per decenni uno dei cardini dell’obiettività del giornalismo americano. Il motivo: un’intervista a Kamala Harris che, secondo il presidente, avrebbe cercato di influenzare il pubblico a votare per la sua rivale. CBS e Paramount dopo aver inizialmente replicato che questa causa rappresentava una chiara violazione del primo emendamento hanno raggiunto un accordo con Trump secondo il quale Paramount si impegna a pagare 16 milioni di dollari in agosto e successivamente il nuovo proprietario altri 20 in pubblicità’. Dopo questo accordo inspiegabilmente la FCC ha immediatamente dato l’autorizzazione per la fusione dei due giganti, mentre Carr ha assicurato che i nuovi proprietari elimineranno tutti i programmi dedicati a diversità, equità e inclusione, quella DEI che Trump combatte aspramente dall’inizio del suo insediamento. Nuova missione del canale: quella di riportare il giornalismo ad una cosiddetta obiettività perduta nel corso del tempo. Elemento fondamentale di questa operazione è il giovane CEO di Skydance, David Ellison, rampollo del ricchissimo Larry Ellison (numero 2 tra i più ricchi d’America dopo Elon Musk), fondatore di Oracle, uno dei giganti della Silicon Valley e sostenitore da tempo di Donald Trump. Alla faccia del primo emendamento!