Un racconto dal mondo concentrazionario
Acciaio
«Noi che eravamo un numero aspettavamo i numeri degli anni di condanna, dentro un numero di sentenza, emessa in un'aula numerata da pari o dispari...»
Si respirava aria nera lì dentro.
Non era solo caldo, ma vapore appiccicato al muro che usciva dai nostri corpi, dopo la sete, la bocca asciutta, la pelle screpolata delle labbra, le rughe sul viso che scendevano giù come vipere fameliche, le gocce d’acqua che diventavano sudore acre, e avrei voluto berle, perché non mi fidavo più di quell’acqua strana che mettevano nelle brocche, acqua colorata, acqua per calmare le viscere, acqua per rimarcare una regola superiore. E queste brocche entravano nella cella da una feritoia, con un calcio, con gli stivali di cuoio o le scarpe lucidate di nero dei secondini, gli uomini in divisa. Gli uomini della legge o che la legge aveva scelto per noi, i cattivi, i rei, i colpevoli in attesa di un appello già perso o condannati con una pena definita per gli altri, infinita per noi.
Noi che eravamo un numero aspettavamo i numeri degli anni di condanna, dentro un numero di sentenza, emessa in un’aula numerata da pari o dispari, e loro contavano anche le teste di chi era lì, per vederci meglio o sentirci parlare in un microfono mezzo rotto. Pochi attimi, inutili attimi, tanto il fatto o i fatti erano quelli scritti prima, in un glorioso verbale d’arresto che segnava il cartello di fermata, la nascita di un nuovo numero del potere del popolo sempre più arrabbiato. Sbavavano tutti come dei cani pazzi, sembravano nati solo per ringhiare, e tra i canini aguzzi usciva una bava giallina, lorda, che macchiava il pavimento. Macchie indelebili scolpite nella legge, o dalla legge.
L’aria era tutta nera perché vedevo il polmone nero del mio compagno di cella che andava e veniva dalla guardia medica, un’altra guardia, un altro potere, uno tra i tanti, ma non tanto capace di levare quei lividi scuri che avevano invaso il petto, il torace, il cuore spento di Luigi. Di sera lo guardavo e mi sembrava che avesse delle grosse macchie di olio che ogni volta si allargavano sempre di più sulla sua carne.
Ottantasei anni, e tanti mesi qui dentro senza risposte, da nessuno, e nessuno era venuto in visita per lui. Nel giorno del suo compleanno aveva ricevuto in dono solo una pillola da buttare giù, che lo faceva tremare, prima le mani, poi il viso, e io non sapevo per quale dannato motivo lui era ancora con noi, con la tosse convulsa, dentro questa cappa di caldo di un luglio sempre più rosso, una palla incendiaria che scendeva dall’alto, dal cielo, poi dal tetto, e ruzzolava poi dal soffitto, impedendo ai più vecchi di respirare con la bocca chiusa, come se con una mano gliel’avessero tappata, cucita con aghi di metallo.
Perché arrivava quel momento assurdo in cui chiudevi gli occhi, sentivi solo il fuoco che attraversava le viscere, la pancia, i bulbi oculari, le mani, la pelle dei piedi, e non potevi fare niente, neanche un passo in più. Se non riproporre allo scrivano la domanda per un condizionatore, un minuto d’aria in più, un bottone da premere, un filo di corrente, o le batterie, che avrebbero creato un mulinello, un vortice. Dove sparire, far sparire, sperare per i polmoni di Luigi, per la sua tosse, per l’affanno continuo, quel lento battito su un tamburo sgangherato. Per le sue gambe stanche, molli, inclinate sullo sgabello, o raggomitolate sulla branda. Gambe secche, pelle secca, spruzzata di croste rosso amaranto sui polpacci, e quel respiro che saliva e poi si bloccava all’improvviso, non si sa per cosa, perché lui fissava sempre un lato della stanza, un oggetto che non c’era, una fotografia inesistente di sua moglie, quella strappata appena era stato rinchiuso qui, con noi. Lui fissava, e basta.
Era la sua vera forza. Resisteva così. Mentre il polmone, quello sinistro, si chiudeva, e poi calava il buio nero sul suo sguardo. Dentro di lui c’era posto solo per un’aria rarefatta. Aria ferma.
Luigi veniva da una fabbrica di plastiche. Trentadue anni lì dentro. E forse la plastica aveva preso il posto degli alveoli. Aveva respirato troppi fumi, lui lo sapeva, se ne parlava di quelle molecole originate dalla degradazione termica di polimeri e additivi. Tutto era cominciato con una banale irritazione agli occhi, poi alla pelle, e infine aveva visto allo specchio bolle rosse spuntate attorno al collo.
Era qui perché un anno prima, quando guidava, non si era fermato allo stop, durante una pioggia battente che aveva nascosto le strisce bianche, gli animali zebrati, e anche quella donna con le buste della spesa che lui aveva investito. Un colpo sul parafango, ci disse. Solo questo aveva sentito, mentre con una mano stava cercando gli occhiali sul cruscotto. Poi c’erano i pomodori sparsi per terra. Ma era sangue uscito dal cranio spaccato. Una pozza di sangue che si allargava, passando da un minuto all’altro.
Lo tenevano ancora qui, nessuno aveva avuto pietà per lui, non i poliziotti che lo avevano ammanettato, ferendogli i polsi. Neppure i dottori, che non si decidevano mai di mettere una firma su un foglio per farlo uscire. Nessun avvocato, nessun giudice. Nessuno. Era un signor nessuno che aveva un nome con troppe vocali per ricordarsene, era un vecchio. Come negli ospedali, e forse ci era abituato, lui, a combattere con il tempo, quei minuti in meno. O minuti in più.
E dopo la dodicesima volta che era uscito dall’infermeria a mani vuote, avevo deciso di cercargli un dottore vero. Un medico. Uno di quelli con il camice bianco, e non la divisa. A spese mie, e di chi voleva. Per lui. Per un polmone nuovo. Un polmone d’acciaio.
C’era troppa aria nera su di lui, a luglio. Calce nera sbattuta addosso. Calce nera che lo aveva ricoperto. Ma per gli altri era invisibile tutta questa calce colata e collosa. Si facevano venire tanti dubbi, i dottori. Pareri discordanti, un giorno lui mi disse.
Ma io stavo le ore a disegnare sulla carta l’acciaio, il polmone, i soldi, i compagni della colletta, il cortile, gli alberi verdi, e lui che camminava solo per qualche minuto.
Il vecchio con due polmoni d’acciaio ben sagomati. Avrebbe campato almeno altri dieci anni, avrebbe rimangiato la carne, la pasta. Senza più dolore. Gliel’avrei toccato quel polmone d’acciaio. Tutti alla sua età dovrebbero avere in uno sgabuzzino un polmone d’acciaio. Apri la porta e lo guardi, sai che sta lì. In attesa. E quanto brilla l’acciaio. Va spolverato, tenuto pulito. O, forse, messo dentro un cellophane. Chiuso.
A prova d’aria.
Poi un giorno ci divisero.
Uscimmo rapidamente tutti, in fila indiana, con un manganello che ci indicava la direzione. La mia cella non era più la sua. Lui fu l’ultimo, la guardia gli gridò contro. Era troppo lento.
Il celerino aveva altro da fare, doveva vedere i campionati di tennis in tv, le palle gialle che cadevano sull’erba inglese con un lieve fruscio.
E dopo tre mesi venni scarcerato, per buona condotta. Improvvisamente ero buono. Io. Non tutti. Forse era stata l’acqua. Una brocca santa o santificata.
E mentre uscivo, vidi un vecchio per strada che gli assomigliava, con i capelli bianchi al vento. Sembrava libero, più libero di me. Mi avvicinai, era profumato, e indossava un impermeabile. Non era blu, come quello che io avevo a casa. Stavo morendo dal freddo, la strada era umida e scivolosa.
Lui camminava. Io cercavo di camminare, le mie gambe erano più sciolte, i polpacci meno induriti. E guardavo come un bambino la strada, le strade, i vicoli, le serrande, i negozi, le cicche per terra.
Il vecchio camminava senza tremare, con un bastone. La mano era piena di croste.
Camminava e non mi guardava.
Era stato solo un attimo. Un abbaglio senza sole.
Come Luigi, che tre giorni prima era stato portato via da un’ambulanza, e una luce rossa del lampeggiante. Per un istante aveva alzato la testa dalla barella.
Mi aveva guardato dritto negli occhi, mentre gli infermieri urlavano qualcosa al conducente, le guardie erano accorse fuori, un lembo della coperta marrone poggiata sul suo torace e fino ai piedi si era incastrato nel portellone posteriore, impedendo di chiudersi. E io avevo alzato la mano, per salutarlo.
Mi era parso di vedere sbattere i suoi occhi e poi che aveva cercato di alzarsi, alzare il collo, alzare una mano con l’ago infilato tra la pelle consumata del dorso, i tendini sfilacciati.
Senza sorridere.
L’aria nera aveva vinto.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.