Danilo Maestosi
Contraddizioni romane

La realtà e il kitsch

Il Palazzo delle Esposizioni di Roma "nasconde" alcune belle mostre - soprattutto quella dedicata al fotografo Mario Giacomelli - dietro alla passerella di Dolce&Gabbana che confonde il consumo con l'arte

Uno scivolone di percorso. Non trovo altro modo per spiegare la mostra degli stilisti Dolce e Gabbana che il palazzo delle Esposizioni di Roma ha accolto fino al 13 agosto nelle sue sale.

D’accordo, c’è il mito e il culto dilagante del made in Italy, ormai diventato una sorta di religione di Stato che non tollera abiura: e il duo di stilisti occupa da tempo in quel Pantheon un posto di sicuro rilievo. D’accordo, divulgare cultura è mescolare alto e basso e accettarne la convivenza. D’accordo, tener conto che oggi gli steccati che per secoli hanno separato arte e creatività sono crollati e nessuno più si chiede se è un male o un bene sprofondare in questa deriva. Ma era proprio necessario fare di questa passerella di divi dell’abbigliamento il cuore della programmazione estiva del padiglione di via Nazionale? Destinargli le sale più spettacolari del piano terra, sbandierarne il titolo “Dal cuore alle mani”, con uno stendardo tra le arcate centrali d’ingresso, che sovrasta il richiamo degli altri titoli in cartellone?

Ma l’obiezione decisiva è un’altra: può uno spazio pubblico e il Comune che lo gestisce trasformarsi in affittacamere e non governare quest’offerta, probabilmente venduta a buon prezzo? Consentire a chi l’ha ideata e organizzata di farne un corpo estraneo? Separato da un diverso biglietto – 15 euro in più – e un diverso ufficio di promozione ma ancor più da una serie di barriere che nascondono alla vista questa mostra e ne marcano la distanza da altri eventi in corso nella stessa sede?

Ai visitatori solo un fuggevole scorcio della rotonda centrale, dominata da una sorta di piramide di abiti di gran gala, un tripudio di trine e svolazzi eretto su un fondale di quadri e immagini di colori rutilanti e barocchi. A me – da spettatore privilegiato che non fa testo – quel tuffo in un kitsch calibrato a far colpo è bastato per toglier la voglia; in altri, sono sicuro, avrà acceso desideri e curiosità. Ma comunque un interesse tenuto a bada da un muro. Fastidioso come un rifiuto al dialogo con una platea e un contesto meno complici, finalizzato solo alla sicurezza e alle chimere del brand: i capricci dell’alta moda sono già in sé una selezione di stato o illusioni di salto sociale, pretendono e promettono il fascino dell’esclusività. Una fiera della vanità che trasforma in traguardi, voglia di seduzione, soldi e successo. Nessuna di queste motivazioni è in sé peccato. Ma peccato, abbaglio insidioso lo diventa nell’universo delle comunicazioni di massa, se si fa spinta a chiudere gli occhi rinunciando a vedere al di fuori e al dentro di se, a bandire le differenze che parlano il linguaggio dell’altro e dell’altrove. A sprofondare nella voragine delle paure e della rassegnazione. Ad accecare gli occhi non solo al rifiuto dell’invisibile, porto privilegiato dell’arte, della coscienza critica e del cambiamento, ma alla cruda e nuda disumana realtà che ci punisce e ci incalza, abbandonandoci alla tirannia delle merci, delle guerre e di nuovi despoti.

Non so quale fossero i calcoli della premiata ditta Dolce&Gabbana, Ma perché far tanto sfoggio di meraviglie e stereotipi di bellezza e poi chiudere lo spettacolo nel guscio di una sofisticata, respingente apartheid? E qual è il vantaggio che il Palaexpo ne ha ricavato, accettando di farsi escludere dalla cabina di regia? Credo che Marco Delogu, presidente e padrone di casa di questo contenitore si sia accorto del rischio e abbia cercato di tamponarlo cucendo attorno a questo evento di lustrini e disimpegno mondano una dosata cintura di appuntamenti-anticorpi. Come? Facendo ricorso ai ferri del suo vero mestiere, la fotografia, l’unica tra le tante discipline visive ancorata, almeno in partenza, alla presa di realtà dello sguardo. Un bagno di realtà salutare ad esorcizzare quel corpo estraneo da favola per élite. Una sorta di riproposizione in formato concentrato e ridotto di quel festival della fotografia, che Delogu ha inventato e poi visto morire nel disamore della politica culturale capitolina.

Già basterebbero a riportare con i piedi a terra il pubblico del Palaexpo le immagini messe in fila nella galleria del secondo piano dalla nuova edizione del premio World press photo, un’antologia dei migliori reportage fotografici sulle zone di conflitto e di guerra di tutto il mondo e sulle esperienze di solidarietà a sostegno dei più fragili e degli ultimi della terra. Tra tutte campeggia la foto premiata. Non è la più bella. La bellezza è spesso una benda sugli occhi, un alibi che giustifica la fuga dalle responsabilità. Ma sicuramente la più intensa. L’ha scattata un reporter palestinese a Gaza. Ritrae un adolescente, la manica della maglietta che galleggia nel vuoto di un braccio amputato. Il volto non grida dolore e voglia di vendetta. Si limita a sussurrare la pena di un’innocenza violata. Il tragico futuro di un popolo condannato al massacro delle bombe, della fame, nel nome usurpato e tradotto in bestemmia di un Dio delle armi e della pulizia etnica. Complice la nostra smemoratezza. Ogni volta che dimentichiamo di chiederci, come ci ha insegnato Primo Levi, un ebreo scampato al genocidio nazista, se questo è un uomo. Non solo che stiamo diventando, ma chi siamo. E che cos’è e cosa possiamo imparare dal mondo, dalla Natura che ci circonda.

Dubito che la mostra di Dolce e Gabbana possa sostenerci in questo percorso, quella passerella di abiti e bagliori d’ispirazione rubati come credenziali alle fantasie trasgressive del barocco può al massimo offrirci una maschera per nascondere al nostro io narciso le rughe del tempo, rimuovere dal nostro scenario quotidiano lo spettro e lo scandalo della morte.

Ma è nella morte che bisogna immergersi, e guardarla negli occhi, per dar senso alla vita e raccontarla per quello che è. Un mistero che sfugge ai doveri e ai piaceri del design e della sartoria. E a cui solo il salto nell’invisibile dell’arte può avvicinarsi, non importa con quale linguaggio, pittura, poesia, fotografia. Tre risorse d’immaginario alle quali ha attinto con caparbia concentrazione e modestia operaia Mario Giacomelli. La mostra con cui il Palazzo delle Esposizione ne rivisita la produzione è il grande gioiello che il suo cartellone estivo ci regala. È una celebrazione di centenario, sdoppiata in simultanea tra Roma e Milano. Un secolo di vita da cui Mario Giacomelli riemerge come un maestro di assoluta originalità nel panorama mondiale. A darle ancora più risalto un colpo d’ala dei curatori Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Giacomelli: mettere a confronto le sue stampe in bianco e nero con un piccolo campionario di opere di grandi pittori con cui Giacomelli qualche prova di pittore di buon talento anche lui, ha collaborato o intrattenuto rapporti di amicizia: Burri, Afro Kounellis, Cucchi, Roger Ballen. Più facile così comprendere l’anima astratta che rivendicava per le sue fotografie, il bianco e nero già come un codice di segni ed emozioni. Un inchiostro distillato dalla continua presenza della morte e del suo passaggio. Che ruba e da senso agli istanti e agli slanci di vita. Un’ombra di dolore e di privazione che Giacomelli si trascinava appresso dall’infanzia. Il padre morto quand’era bambino, una madre che imprigionava carezze e sentimenti per riversare ogni energia nel tirar sù lui e il resto della famiglia. Vuoti che Giacomelli non ha mai tentato di cancellare, confinandosi lui stesso in quell’entroterra marchigiano di Sinigallia dov’era nato, in quella terra contadina da cui non si è mai allontanato, sacerdote della memoria e testimone del tempo che passa. Un lavoro da tipografo che lo ha addestrato alle magie della stampa e della camera oscura e alla fatica che c’è dietro ogni scatto per penetrare oltre la pelle delle figure.

Perché a Giacomelli non bastava lo sguardo, dei suoi occhi e della sua macchina fotografica, una meccanica che continuava a riadattare, Doveva studiare prima ogni soggetto, osservarlo e farlo parlare fino a tirar fuori la linfa delle emozioni tenute nascoste, le prove della battaglia che ogni uomo combatte col proprio corpo e le proprie esigenze di tregua. E poi passare al dopo, modellare con la stampa e l’artificio di infiniti, pignoli ritocchi la chiave d’ingresso per abitare le sue visioni.

Nasce da questa ricerca insaziabile di verità, il capolavoro più noto, il ciclo dei pretini, che gli consegna premi e porte di luminosa carriera. Che meraviglia quella danza di tonache nere su un prato innevato, reso ancora più bianco in camera oscura. Un’icona senza tempo che ha fatto il giro del mondo. Eppure a contarli ci sono voluti quasi tre anni, per arrivare a quel clic. Tre anni per frequentare quei giovani seminaristi, raccogliere le loro storie. Per liberarsi- come confessa lui stesso- delle false domande con cui si era accinto all’impresa, scettico su quella scelta di vita che imponeva la rinuncia alle pulsioni del corpo. A metterlo sulla strada giusta, una prima frase di padre Turoldo, un teologo che frequentava il convento, «finalmente ho disturbato la quiete diquesto convento». E poi una seconda con cui Giacomelli sceglierà di battezzare l’intera serie: «Io non ho mani che mi accarezzino il volto». Giacomelli, un fotografo-poeta che si lascia guidare dalla poesia, come farà con le opera di pittura a cui ruba anima e dettagli. E misura a cicli il tempo della sua ispirazione, una luce che si accende e si spegne per decenni, la spina innestata in esperienze in presa diretta.

È cosi che nasce e prosegue il ciclo sugli ospizi per vecchi. Luoghi che ha frequentato insieme alla madre che vi prestava assistenza, e torna a visitare con i versi di una poesia di Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi scolpiti nella mente Con discrezione e pudore. E a volte con rabbiosa impotenza di fronte a quelle anticamere della morte, così male attrezzate per accogliere testamenti di rughe, abbracci e pochi sprazzi di quiete e sorrisi.

E poi la Natura. Altro tema ricorrente, cui continuerà ad aggiungere immagini. I paesaggi dei campi e delle colline disegnati, come corpi tatuati, dal lavoro dei contadini. Il mistero della natura, che certo conosce la morte ma anche lo stupore della rinascita, come una tela di incredibili ricami: I solchi degli aratri come cicatrici e inni alla vita scolpiti in terra, che già fanno quadro, racchiudono palpiti di inarrivabile astrazione. Ma che lui non esita a modificare, trasformandosi in regista della scena Mettendosi alla guida del trattore col consenso dei contadini suoi amici, per deviare la rotta di quei segni, piegarli in direzioni impreviste, che moltiplicano la sorpresa. Oppure aggiungendo pennellate nere al fondale. Tele e collage di segni ed emozioni e manipolazioni d’autore. Ma che importano i trucchi se colgono l’essenza di una visione, suscitano domande mai scontate. Insegnano a vivere senza dimenticare e camuffare la disperazione dietro maschere di rassegnazione e di compromesso.

Passaggi a vuoto che accompagnano spesso anche fotografi di talento e successo come Albert Watson, 83 anni, scozzese trapiantato a New York, al quale il Palaexpo rende omaggio con un’antologica allestita – penso non a caso – nelle sale del pianoterra. Alle spalle del palcoscenico separato di Dolce&Gabbana con il quale in qualche modo dialoga, senza calcare troppo le distanze tra arte e creatività. Confini scavalcati dalla sua stessa biografia: per anni ha fatto soldi e carriera con la pubblicità. Pagando visibilmente dazio al dio delle merci e della superficie. Quanti eccessi di colori, sottolineature narrative, in molte di quelle immagini esposte in rassegna, accomunate dall’intento di raccontare la bellezza sfuggente e gradassa di Roma. E che spreco di ingegno e talento rivelano invece altre foto davvero parlanti, per concisione di inquadrature e scavo psicologico. Un’alternanza comunque intrigante tra vocazione e mestiere.

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