Una nuova antologia di Umberto Piersanti
Quei “luoghi persi”
“L’isola tra le selve” è il titolo del libro che raccoglie le liriche dell’autore marchigiano, ispirato a due punti di riferimento familiari. A conferma che la sua poetica è «una “rimembranza” continua», un «percorso à rebours» tra gli amati paesaggi delle Cesane e le figure vive nella memoria
Il titolo di questa antologia di poesie di Umberto Piersanti, L’Isola tra le selve, curata dal critico Massimo Raffaeli e pubblicata da Marcos y Marcos, richiama due luoghi precisi come ha spiegato l’autore: “L’Isola del piano”, piccolo comune dove è nata la madre del poeta, Maria, e “Santa Maria delle Selve”, chiesa sita sul versante Nord della foresta delle Cesane, presso Urbino, parrocchia della madre e della nonna Fenisa. Una linea, quella materna, importante nel mito familiare costruito dal poeta, in particolare nella raccolta centrale, apparsa da Einaudi nel 1994, I luoghi persi (ma la figura della nonna Fenisa compare qua e là già nei volumi Nascere nel ’40, del 1981, e Passaggio di sequenza, del 1986). Si leggano ad esempio i versi di “La montagna di genga” nei Luoghi persi: «solo per la Fenisa l’acqua disegna / le storie della gente, quando uno / s’imbatte nei folletti, nelle anime dei boschi…». Grazie ai racconti fantasmatici della nonna, e anche del bisnonno Madìo, il poeta ha potuto evocare un mondo leggendario, quello contadino, con tutti gli elementi della natura in cui si è immerso nella sua continua ricerca.
Poesia dei sensi quella di Piersanti, visionaria, di forte impatto antropologico, con un intenso senso laico del sacro. Infatti il suo «ostinato mito di erbe, di chiese» è cominciato molto prima dei Luoghi persi; il verso appena citato fa parte della poesia “A Sonia”, in Il tempo differente (1974), dove leggiamo di un’altra presenza femminile, materna e accogliente, che accompagna il poeta nel suo girovagare nella natura, inizio di un racconto di peripezie («Iniziò con la fuga / costante tra l’Appennino…»). Un’altra costante della poesia dell’urbinate è l’Eros, con rimandi a Lorca e a Neruda, che viene sacralizzato, come attimo perfetto, vitale, che si colloca nella «fuga dalle piazze verso i propri monti» (Raffaeli), una sorta di esorcismo di derivazione classica contro il dolore, la precarietà dell’esistenza, la «tensione mortale dell’istante» (“Viaggio in Umbria”). Ma è una fuga anche dal predominio dell’ideologie totalizzanti, altra prigione dell’uomo ‒ oltre al «cemento» delle metropoli che soffoca, così presente nella prima raccolta, L’età breve, del ’67 e nel film-poema omonimo del ’69 ‒ di cui si dà conto nelle poesie sul Sessantotto con un distacco critico dalle parole d’ordine di allora del movimento studentesco ‒ cui pure l’autore ha preso parte ‒ sull’inutilità dell’arte nella lotta di classe:
Estraneo all’anno
di gente rovesciata nelle piazze
dei giovani serrati
coi drappi rossi negli edifici
fermo nell’Appennino remoto
immemore del tempo
sciolto dalla catena.
Per inciso, in questi versi di “Primavera ’68”, nel Tempo differente, si coglie un rimando a Schopenhauer (la «catena» del dolore) in un momento contemplativo all’interno di una chiesa sperduta sull’Appennino, ma spesso prevale nella “fuga” il punto di vista opposto ‒ più in linea con il Marcuse di Eros e civiltà ‒ a quello del filosofo della noluntas, dell’ascesi priva di sessualità simile al nirvana. Senza «estasi mistiche / ma lieto tra i lecci», il poeta celebra il rito erotico in “Viaggio in Umbria” nella stessa raccolta: «Sarai poi nuda con i tuoi occhi chiari / nuda e tranquilla sotto le mie mani». In Piersanti il mito si accompagna sempre a un luogo preciso, reale, come punto di partenza, che poi viene trasfigurato, un luogo cui l’autore, la famiglia, le care presenze, sono indissolubilmente legate. Urbino e l’altopiano delle Cesane sono i luoghi dell’anima, della vita e letteratura, binomio in Piersanti inscindibile, centro di ancoraggio dopo la fuga, in tante parti del mondo, negli «attimi scanditi dal ritorno» (“Viaggio in Umbria”). Carlo Bo ha scritto che «possiamo immaginare un Piersanti senza il ’68, non possiamo invece immaginarlo senza Urbino, le colline, le piazze e le case della sua città».
Il ritorno è il centro del desiderio, fin da bambino: «a me piaceva il colore del mare / ma il sole mi rompeva nella testa / e mi mancavano gli alberi e le more» (“Colonia marina 1950”, in Nascere nel ’40). È il camminare tra i luoghi eletti a “patria poetica”. Il poeta racconta passeggiando, “cantando” nella natura, può registrare le parole al «magnetofono» per il suo cinema di poesia in una «oralità» che precede «la scrittura» e che poi confluisce nei libri, come la sezione “Frammenti di poema” dei Luoghi persi o come il poemetto “Aspettando l’inverno (su per la gola del Furlo)” in Nel folto dei sentieri (2015). È questa la linfa vitale della sua poesia.
Il ritorno è riandare con la memoria a un luogo e a un tempo quanto più «remoti» possibile. La poesia “I fiordalisi”, in L’albero delle nebbie(2008), una delle più belle, è costruita sulla madelaine di Proust. Mentre il poeta è disteso sull’erba, «succhiando il gambo / dolce e zuccherato» del fiore, si ridisegnano davanti agli occhi «le vicende e le figure / così chiare e perfette». Come in un rito medianico appaiono i trapassati, fermi nell’«istante fatto eterno / e luminoso»: il bisnonno Madìo che scende «nel lento carro», la nonna Fenisa che «ride sopra la fonte / la faccia luminosa», tenendo in mano «la brocca ampia» dell’acqua, e «tutto è pace e silenzio», una citazione di La sera del dì di festa di Leopardi che ben si incastona dentro i versi. Ma Piersanti vuole strappare al tempo che porta via ogni cosa, anche gli imperi più potenti in quella lirica di Leopardi, qualche frammento di quel fragile mondo perduto delle sue Cesane: «tornò alla casa di pietra chiara / persa in fondo al fosso» (“La montagna di Genga”). Vuole conservare qualcosa del suo romanzo familiare, della «casa» della Fenisa cui andava «oltre i fossi / sotto la torre di S. Tommaso» da bambino, come si legge in un testo non antologizzato di Nascere nel ’40. È in questo libro che compare il participio perso intorno a cui ruoteranno i testi del Piersanti maggiore:
Poi vidi
la casa vecchia
di mia madre, degli altri
della mia razza
i giorni
d’autunno fuori Urbino
nel podere
oltre il fosso
che pendeva tra i sorbi
a mezza costa
perso nei campi
staccati dalla strada
Contemplata nella sua rovina, «la casa di pietra diroccata» ‒ nel testo eponimo di Passaggio di sequenza ‒ alimenta la scena madre del continuo riandare del poeta, che vuole sempre ritornare all’Eden dell’infanzia, al luogo perso nella sua selva remota:
la lunaria è ormai diafana nei fossi
dove stava mia nonna cresce l’erba
perso nel tempo il luogo oltre le selve
È il tempo del sabato leopardiano quando il poeta, come ha raccontato nel suo libro di interviste, Il Canto Magnanimo (curato da R. Galaverni e da M. Raffaeli, 2005), parava le pecore con i «compagni» e si stendeva sul far della notte a terra con le coperte addosso come un «pastore antico». Il sogno del pastore, fra l’altro, era il titolo provvisorio della seconda raccolta della trilogia einaudiana, poi intitolata Nel tempo che precede (2002), la terza è L’albero delle nebbie, tre opere fondamentali che per i fitti rimandi interni e il progressivo discorso organico andrebbero, a mio avviso, raccolte insieme. Il ritorno è anche quello segnato nei classici che un tempo si imparavano a memoria a scuola:
la tua Itaca
persa tra la Selve,
quella casa nel fosso
sola e sprofondata
e quei primi compagni
che parano gli agnelli
È questa quindi l’isola del titolo dell’antologia, ricordata anche nei Luoghi persi, di cui è uscita una nuova edizione per Crocetti, nel 2022, con alcuni inediti, tra cui la “Elegia delle Cesane” che richiama la parte più boscosa dell’altopiano, la «sconfinata macchia delle selve»; ancora, una sezione dei Campi di ostinato amore (2020) si intitola: “In una selva separata”. «L’isola tra le selve» è un luogo della mente, l’oggetto di una “rimembranza” continua da parte di un autore che fugge i modelli più diffusi, anacronisticamente cita l’Odissea, il ritorno, i “compagni” di Ulisse, «primi» perché rimandano al «tempo mio primo» di “A Silvia” ‒ ma proprio questo essere fuori dai canoni sembra essere la sua forza, come ha scritto Galaverni ‒ per tentare, a partire dalla svolta valoriale di Passaggio di sequenza (1986), la strada di una poesia che possa restare. I luoghi di origine vengono allora ripercorsi in un continuo recupero memoriale, ed è uscito nel 2023, presso Vallecchi, un saggio suggestivo, intitolato appunto Memoria, in cui Piersanti dialoga con i poeti che ha amato sempre richiamando il suo vissuto. Fin da una delle prime poesie, “Frammento lirico”, nella raccolta di esordio La breve stagione (1967), il poeta chiede innanzitutto a se stesso: «Ricordi la casa perduta tra i greppi / il sapore del fieno / e l’immensa famiglia contadina?». E questo interrogarsi, coinvolgere il lettore nel suo percorso à rebours, di sapore montaliano («Ricordi la casa dei doganieri?») riemerge spesso per rimarcare il suo continuo volgersi al passato: «Ricordi il mirto, fitto tra le boscaglie, / bianchissimo e odoroso, scendere per i dirupi / sopra quel mare?» (“L’isola” nei Luoghi persi).
Infine, ho accompagnato in questi giorni la lettura dell’antologia al bellissimo e agile volume di Paolo Lagazzi su Piersanti, Le Lucciole nella bottiglia (Archinto, 2012), che mette in rapporto Bertolucci e il marchigiano, due poeti legati al luogo, al passeggiare nella natura, «ad una bellezza segnata dall’inquietudine». Alla percezione, cioè, che presto la luce si oscurerà, che la nostra vita è di per sé una «breve stagione» come quella de “L’Uccelletto” atteso dalla serpe Nel tempo che precede: «dentro la malva viola / la serpe attende, / avvampano le foglie / volano piano, la luce e l’aria / beve l’uccelletto, / il suo ultimo sole / brilla e scende». In questo avvertire che la luce e tutto ciò che «piace al mondo è breve sogno», come nell’archetipo lirico del Canzoniere, colgo la radice della grande poesia.