Giuliano Compagno
A proposito di “n-Ego"

Memorie di Eleonora

Eleonora Danco, al cinema, moltiplica per mille la sua propensione a raccogliere emozioni libere. Per questo, nei suoi film la poesia delle parole conta più della trama

Tra N-Capace e n-Ego sono trascorsi dieci anni, durante i quali Eleonora Danco ha continuato a calcare i palcoscenici italiani e, forse, è riuscita a godere di una pausa creativa che le consentisse di portare a compimento la seconda opera di una annunciata trilogia, di cui naturalmente non conosco l’esito.

Provo molta ammirazione per questa attrice, che ho ascoltato e osservato dal vivo, durante quei suoi spettacoli in cui il corpo e i suoi gesti, la parola e i suoi enigmi trovavano sempre coincidenze inattese. Quasi sempre, uscito dal teatro mi domandavo se qualcosa di non espresso fosse rimasto sulla scena, e allora mi veniva da immaginare che Eleonora avesse riordinato il suo bagaglio di esperienze e di passioni; e che l’avesse riportato in camerino senza aver lasciato alcunché all’improvvisazione.

Del pari, al termine di n-Ego ho sentito con nettezza che il film non era terminato lì e che rimanevano infiniti fotogrammi e frasi finite o monche da aggiungere, perché il film careva bellamente di una trama. Era necessaria? Direi di no, e lo direi perché il termine trama presenta un’origine composta ispano-portoghese (trans e meàre: passare oltre); a questo transito di sottintesa indifferenza resterebbe soltanto un’alternativa, addirittura peggiore, quella di un maneggio ingannevole, di una congiura.

Da ciò, non è forse casuale che Eleonora Danco abbia preso le sue distanze incolmabili da qualsiasi risoluzione narrativa, ovvero da un inizio e da una fine in cui siano contenuti degli eventi decisivi e destinali di una vita intera. È con questo spirito si vanno a pretendere trame in ogni film, come se una vita intera fosse davvero questo, come se un evento centrale la segnasse determinando un esito qualsiasi. L’esperienza ci dice che non funziona così.

A me ispira stima e tenerezza il fatto che da anni e anni Eleonora non faccia che deviare da questo senso unico e preferisca intraprendere il sentiero più impervio di una narrazione collettiva. E se nel suo teatro ciò aveva luogo attraverso una voce e un corpo soli, nei suoi due film tutto si è svolto, non già in forma di concerto, bensì in quella breve fase in cui ciascun musicista prova il suo strumento prima di andarlo a conciliare con tutti gli altri.

Quante volte nella vita ripetiamo questo medesimo gesto? Quante volte ci “proviamo” prima di entrare in un coro? Infinite? Ecco, la pura emozione che n-Ego dona allo spettatore risiede proprio nel suo sorvolare ogni trama e nel suo smarcarsi da ogni sinfonia. Perché non c’è accordo che tenga, perché a restare saranno le prove dell’esistenza, e sarà moltissimo.

Nel corso dell’opera di Eleonora Danco, infatti, decine di persone raccontano quel che possono, non già seguendo il loro filo conduttore (peraltro inesistente in natura) ma ogni volta fermandosi in un respiro profondo o in un affanno perpetuo, a narrare anche soltanto un breve tratto di vita che in quel momento, dinanzi a una camera accesa, è apparso loro fondamentale. E a noi, struggente. n-Ego è dedicato agli adulti, a coloro che hanno smesso di crescere, e per ciò vivono in perdita, e non è soltanto questo. Essendo adulti, dovremmo fare i conti con la memoria e invece ce ne difendiamo, e forse facciamo bene perché la memoria è anche un abisso che, a scendervi, non si rivede più la luce. Così, al ricordo, preferiamo il rimpianto e il rimorso, che sono più semplici da gestire perché a sera li richiudiamo nella scatola di un giudizio definitivo. Che esso ci condanni o ci assolva, poco importa, talmente è densa la memoria da smarrirne ogni traccia in un archivio infinito.

È ciò che Eleonora, nella sua femminile saggezza, ha evitato accortamente, perché ella abita nel suo presente mobile, che va e viene tra i due tempi dove, senza mai dubitarne, evita di smarrirsi. E siccome è anche un artista coerente, che rinuncia a sé stessa persino quando sembra che prenda per sé tutta la scena ma è l’esatto contrario, n-Ego riesce a compiersi in quel che l’autrice desiderava, in un film oggetto e sceneggiatura, dove le storie di donne e di uomini, e i loro drammi, urlati o sottintesi che siano, ci suonano nel cuore a toni bassi e lì dentro restano, come felicemente avviene quando accogliamo l’ospite più rara.

La poesia.

Facebooktwitterlinkedin