Un libro tra romanzo e saggistica
Il partigiano imperatore
Anticipiamo una pagina de “Il partigiano che divenne imperatore", il nuovo libro di Marco Ferrari che racconta una storia pazza, dalla Guerra di Spagna alla resistenza etiope
Il nuovo libro di Marco Ferrari, Il partigiano che divenne imperatore (Laterza, 192 pagine, 20 Euro), tra saggistica e romanzo, narra le avventure di tre antifascisti italiani, reduci dalla guerra di Spagna, scelti dai servizi segreti francesi e britannici per organizzare la resistenza in Etiopia agli occupanti fascisti. Si trattava di Ilio Barontini, Anton Ukmar e Domenico Bruno Rolla. Una storia in cui si respira l’odore acre del Novecento ma che potrebbe uscire dalle pagine di Graham Greene. Il partigiano che venne nominato vice imperatore d’Abissinia è appunto Ilio Barontini (Cecina, 28 settembre 1890 – Scandicci, 22 gennaio 1951), perseguitato dal fascismo, fuggì da Livorno nel 1931, raggiunse nell’apparato clandestino del PCd’I a Parigi, si trasferì in Unione Sovietica e nel 1936 fu inviato nella guerra di Spagna diventando l’eroe della battaglia di Guadalajara, dove le brigate internazionali sconfissero i fascisti. A Parigi venne scelto da etiopi, francesi e britannici per una missione rischiosissima: organizzare le forze partigiane abissine che dovevano resistere alla conquista fascista. Raggiunse le zone sotto il controllo della resistenza attraversando Egitto e Sudan con le credenziali di Hailé Selassié trascritte su fazzoletti di seta per sfuggire al controllo nemico. Ilio Barontini partì per l’Etiopia nel dicembre del 1938 e nell’estate del ’39 venne raggiunto da Anton Ukmar, ex ferroviere sloveno di Gorizia conosciuto in Spagna, da Bruno Rolla, antifascista spezzino, dal colonnello Paul Robert Monnier del Deuxième Bureau, il servizio di informazioni militari, che morirà poco dopo, e dal segretario del Negus Lorenzo Taezaz. I tre italiani, per avere maggiore considerazione da parte dei ras locali, assunsero soprannomi biblici: Rolla era Petrus, il livornese Ilio Barontini era Paulus e il triestino Anton Ukmar era Johannes. Il gruppo dei “tre apostoli” fondò il foglio “La Voce degli Abissini” ed addestrò e organizzò i ribelli etiopici contro l’invasore fascista.
Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo il brano de Il partigiano che divenne imperatore di Marco Ferrari in cui è descritto il loro incontro in Etiopia.
Tre apostoli tra gli etiopi. “In quanto al lavoro coloniale sta’ pur tranquillo, ne comprendiamo tutta l’importanza e non solo non lo lasceremo cadere, ma lo spingeremo avanti. I risultati che abbiamo ottenuto sono molto importanti. Sono cinque mesi che il nostro compagno è in sede, riconosciuto ufficialmente in base alle credenziali di ampia fiducia del negus ed egli ormai ha preso la direzione militare di tutto quanto c’è di attivo e di combattivo laggiù e si tratta di parecchie decine di migliaia di uomini. In quanto ai risultati avuti, oltre al materiale che ti abbiamo inviato, farai bene a leggere la lista degli ufficiali fascisti che nel solo mese di aprile sono deceduti per cause di servizio, 23, secondo il comunicato governativo”. Così Giuseppe Berti scriveva a Rigoletto Martini il 9 maggio 1939. In quel periodo i britannici, confortati dalle notizie provenienti dall’Etiopia, presero finalmente le prime misure operative: il generale William Platt, comandante superiore in Sudan, richiese finanziamenti a Londra per fornire armi alla resistenza, mentre il generale Archibald Wavell, comandante supremo del teatro del Medio Oriente, decise di affidare al brigadiere generale Daniel Arthur Sandford un progetto organico per aiutare gli arbegnuoc, organizzando depositi di armi alla frontiera tra Sudan ed Etiopia ed entrando in contatto con alcuni capi della resistenza, tra cui Mangascià Giamberiè e Taffere Zellechè.
Proprio in quei giorni Barontini incontrava per la prima volta i tre rivoluzionari, partiti nell’aprile di quell’anno. Fu un lungo abbraccio. Era dall’infausta fuga dalla Spagna che i tre italiani non si vedevano. A ridere erano soprattutto Rolla e Ukmar nel trovare Barontini conciato da esploratore coloniale. Avevano tante cose da dirsi che intorno a loro si formò un capannello di gente ad ascoltarli bevendo areke. Ognuno di loro aveva pezzi di storia da evocare che completavano il racconto degli altri, in un incastro di vicende che partendo dall’esilio terminavano lì, in quell’infimo agglomerato di capanne del Goggiam. Il capo villaggio propose che il bottino dell’ultima spedizione, una decina di buoi presi a ladri di animali mentre tentavano il guado di un fiume, fosse utilizzato per una festa di benvenuto. Poi portò gli ospiti nel tucul e ordinò alle due-tre figlie di lavare i piedi a Rolla, Ukmar e Monnier in segno di ospitalità. I tre restarono basiti, ma Barontini fece una smorfia con le labbra, come a dire di accettare senza troppa titubanza. I gesti ritmati delle tre giovani sembravano un rituale a cui gli europei non erano certo abituati, ma non si può dire che, oltre alla sorpresa, non provassero pure piacere, soprattutto dopo le fatiche del lungo viaggio. La festa si protrasse sino a tarda notte, con il campo che odorava di grasso bruciato e spezie. La carne veniva messa allo spiedo e distribuita poco cotta, staccata direttamente a grosse fette e assaporata con il classico berberé di peperoncino e aromi, divorata con pezzi di injera. Poi tutti brindavano con il tecc. Barontini e gli altri cercavano di allontanarsi dal convivio per mettere a punto il loro programma, ma venivano subito richiamati dai ribelli. Così, quando i tre giorni di festa terminarono, ancora un po’ frastornati, decisero come dividersi il territorio. Barontini restò nel Goggiam, Ukmar e Rolla sarebbero andati nella zona di Gondar, attorno al lago Tana e all’Alto Nilo Azzurro, Monnier nella regione di Harar, a est nel territorio etiopico.