A Palazzo Merulana di Roma
Il demiurgo di bronzo
Roma rende omaggio a Matteo Pugliese, scultore molto apprezzato dalla critica e dal mercato per le sue opere che scavano nei meandri dell'identità maschile
Quasi il risarcimento di un vuoto ingiustificato la mostra che palazzo Merulana dedica a Matteo Pugliese, 57 anni, scultore milanese autodidatta, una laurea in lettere che l’ha addestrato a dirigere le sue inclinazioni creative verso una carriera sigillata da grandi ribalte internazionali. Echi di stima e attenzione registrati però solo di rimbalzo a Roma, dove non aveva mai esposto in pubblico i suoi lavori, che un agente segnalava e faceva circolare solo in una ristretta cerchia di collezionisti.
Come è capitato a Gravitas, un busto di bronzo che sporge la schiena intrappolata in un muro. scolpito quasi agli esordi da Pugliese, tra le prime opere di un ciclo, Extra moenia, che lo ha lanciato.
Quel bronzo intriso da un senso senza tempo di bellezza classica e da una concitata furia espressiva aveva così colpito Giuseppe Cerasi, costruttore, mecenate e appassionato d’arte, da spingerlo ad acquistarlo e inserirlo tra i tanti capolavori anteguerra della sua raccolta, destinati a riempire le sale di palazzo Merulana, che poi ha ristrutturato e riaperto come museo della collezione di famiglia.
Gravitas da allora esposta nel cortile in una posizione un po’ defilata trova ora nuova evidenza, incorporata in una mostra che riassume e mette a confronto l’intera produzione dell’autore. Un controcanto che inizia sin dalla grande d’ingresso, con un campionario di opere inserite tra quelle di altri maestri della collezione Cerasi.
Quella che più mi ha intrigato è una grande figura di bronzo isolata su una pedana. Altro lavoro giovanile di Pugliese che ruba il titolo A Matter of trust, (“Una questione di fiducia”), a un gettonatissimo pezzo rock anni 80 che il mitico Ray Charles aveva incluso nel suo repertorio. L’invito di un innamorato alla sua nuova ragazza a non bruciare quel sentimento così travolgente sul fuoco di una cotta vorace e senza futuro, incarnato dallo scultore nella immagine di un alter ego, capelli lunghi al vento, corpo nudo e muscoloso da Apollo, che sembra sollevarsi da terra, braccia allargate per domare l’ebrezza del volo e piedi puntati per non precipitare all’indietro. Non poteva trovare un prologo più coinvolgente la retrospettiva che rende omaggio a Matteo Pugliese, e lo offre per la prima volta al pubblico romano nell’abito di artista da alta caratura che ora gli spetta: La mostra è raccolta in quattro siparietti.
Il capitolo più denso, è intitolato Extra moenia, tema che da trent’anni Pugliese torna periodicamente ad affrontare. Un gioco di parole .che preso alla lettera registra il guizzo d’invenzione che ha segnato la sua scalata professionale. Sculture che sfidano come fantasmi la barriera di una parete da cui sporgono incagliati nello sforzo di attraversarla frammenti del loro corpo. Teste, busti, braccia, piedi, bloccate nell’istante di quella sfida. Non è una trovata originale, il campionario di precedenti nel panorama del contemporaneo è ricco di figure, scheletri, corpi animali o umani imbalsamati che pendolano dal soffitto o ci piombano contro bucando muri. A rivendicare il copyright sono due varianti che Pugliese inserisce a impreziosire il copione.
La prima è che quei corpi sospesi si trascinano appresso un tempo e una evidenza plastica databili di memorie del mondo greco e romano ibridate da tutte le successive esperienze di recupero della classicità dal Rinascimento a Rodin. Una rivendicazione di autorevolezza e di bellezza certificata che rischia però di precipitare in un artificio di maniera.
La seconda è un correttivo tecnico che tenta di aggirare questa insidia di tuffo all’indietro nel già visto. Matteo Pugliese recupera una sua spontaneità d’autore autodidatta, saltando la mediazione di studi e bozzetti, e forgiando direttamente le sue figure nell’argilla. Un continuo fare e disfare i suggerimenti della mano che imprime sulla pelle delle sue sculture- quasi tutte programmaticamente destinate ad essere fuse in bronzo, sette multipli ad esemplare – tracce e cicatrici, che l’autore evita di levigare distaccandosi così dai canoni del classicismo e del neoclassicismo. Quei corpi hanno davvero faticato a superare quella parete da cui emergono. Almeno quanto lui ha faticato a farli emergere dal suo immaginario, elemento che sottolinea in ogni intervista. «Quella serie Extra moenia accompagna e riemerge ad accompagnare tutti i miei momenti di conflitto e di sofferenza – spiega – rivendicando con orgoglio la profondità del cimento con i suoi turbamenti interiori che solo ora sulla soglia della piena maturità si sono attenuati». Scelta anche questa rischiosa per un artista, perché nell’immergersi senza filtri nel labirinto della propria soggettività c’è sempre il pericolo di non misurarsi col presente che ci circonda, confondere la diversità del mondo con gli abissi della propria unicità e dei propri umori. E cercare il coinvolgimento nell’enfasi, che la resa del bronzo coperto di rughe dilata verso la superficie come un’imposizione. Difficile condividere l’emozione – dolore? orrore di sé? senso di decadenza fisica? – che deve aver ispirato l’opera Specchio, quel proprio volto che Matteo Pugliese nasconde dietro due mani contratte all’inverosimile come un vecchio pugile sotto sforzo. Difficile immedesimarsi in quel dito che intima di non rivelare un Segreto con una minaccia sovraccarica di rabbia.
Un eccesso di drammatizzazione che manda in tilt anche l’idea affascinante di riproporre a tutta parete la parabola e la distribuzione delle parti dell’Ultima cena di Leonardo, disegnando solo un vago contorno delle figure e isolando l’intreccio e i gesti delle mani: scolpiti con una veemenza che toglie loro mistero, misticismo e intensità.
Resta come cifra d’autore un culto esasperato della forza che si manifesta in un continuo corpo a corpo con la materia e la forma intriso da una rivendicazione d’identità da maschio alfa che non fa nulla per nascondere. «Sì, sono affascinato e guidato dalla forza che mi sento dentro e metto in scena senza riserve o censure in questo ciclo – declama lui stesso come dichiarazione d’intenti – Per questo tutte le figure che qui ho deciso di esporre sono virili».
Difficile capire se sia solo un vezzo, una postura calcolata da artista narciso e seduttore che gestisce come un manager la sua presenza sul mercato e le nicchie meno battute in cui inserirsi. L’unica opera che fa eccezione a questo proclama sembra confermare la sua difficoltà a misurarsi con la diversità di un corpo e un ‘anima di donna. È una sorta Venere in marmo bianco, scelta per impersonare la biblica Eva, una bellezza patinata da dea deturpata da un taglio che le sfregia e le dilata le labbra in una boccaccia grottesca che sembra imporle il silenzio, una punizione per la tentazione di cui si è fatta complice.
Uno slittamento verso la misoginia che con l’avanzare dell’età deve essersi attenuato se nell’ultimo lavoro con cui si presenta Pugliese ha sentito il bisogno di confrontarsi con un altro archetipo del femminile la Grande Madre. L’ha modellata nel legno questa sua escursione alle fonti remote del matriarcato, una regina sul trono, la pelle scura da africana, i tratti impassibili del volto di una bellezza d’inarrivabile distacco. Altra araba fenice difficile da inseguire questa ossessione di bellezza che Pugliese si trascina appresso. Sicuramente gli ha procurato ammiratori e clienti e favorito il suo approdo in questo scrigno romano da collezionisti, ma è un miraggio che a mio avviso rischia di impoverire il suo indubbio talento e l’energia che lo alimenta. Forse è per questo che l’istallazione che in questa mostra strappa emozioni più autentiche è un assemblaggio di calchi e forme di terracotta, gusci scheggiati. volti e corpi amputati, montato contro la parete più larga del salone. Una confessione di sconfitta e di precarietà che esalta e riempie di verità, come la pietà che proviamo per noi e per gli altri in un cimitero, il gesto di creazione che ha generato quei relitti.
L’arte come specchio nobile di invenzione e genialità artigiana. Doti da demiurgo di alta bottega che ritrovo e ammiro nella produzione seriale di un singolare doppio corridoio di statuette che chiude il percorso. Nel primo sono allineati come in un larario dei piccoli guerrieri. I guardiani, li battezza il titolo. Volto incorniciato da una barbetta che li rende ancora più remoti, corazze che si gonfiano su pancioni rassicuranti alla Botero, armi in pugno di ogni tipo a connotare la loro provenienza etnografica. E poi, guizzo ammiccante da fumetto, due piedoni nudi fuori scala che spuntano sotto ogni divisa, piantandoli a terra, sentinelle di una promessa di sicurezza addestrate da un cuore bambino. Nel secondo corridoio un campionario di Scarabei smaltati e coloratissimi che Pugliese ha confezionato con abilità di grande ceramista. Al posto del cuore, portano in una vetrina la sul petto un cimelio simbolico che conferiscono loro una dignità da reliquia.