Sergio Buttiglieri
Al Teatro San Carlo di Napoli

La passione di Don Carlo

Torna l'edizione 2022 di Claus Guth del "Don Carlo" di Verdi con la direzione di Heinrik Nánási. Un allestimento rigoroso che restituisce anche il senso politico dell'opera

Quello che mi ha positivamente colpito del Don Carlo appena andato in scena al San Carlo di Napoli è la rigorosa scenografia di Etienne Plus in accordo con la pregevole regia del 2022 di Claus Guth, ripresa dal regista brasiliano Marcelo Persch-Buscaino, tutta basata su uno spazio vuoto, con un pavimento di sapore antico, racchiuso da tre pareti in cui a tratti appaiono sfumati dei video di Elisabetta velata e danzante. Sulla parete di fondo compariva un grande quadro storico della famiglia reale, appeso storto, come storta è la vita di Don Carlo, infante di Spagna. Lui, dopo aver segretamente incontrato la regina Elisabetta di Valois, impersonata con passione dal soprano americano Rachel Willis-Sorensen, nella foresta di Fontainebleau, ben evocata da tre enormi alberi simbolicamente privi di foglie, e averle dichiarato il suo amore, viene subito demoralizzato dall’annuncio che lei è stata già destinata a suo padre Filippo II re di Spagna.

Come regolarmente accade nelle opere liriche, gli amori veri sono intralciati da altre priorità. E qui Don Carlo, il tenore Piero Pretti, per tutti i 5 atti vive l’orrore della costante disillusione in cui viene avvolto il suo dramma interiore assieme a quello di Elisabetta, che per tutto il dramma assume il personaggio di una morta vivente condannata al dovere. Il giovane Re si ritrova inevitabilmente in conflitto e senza possibili soluzioni con il padre, il possente basso John Relyea. Anche se lui nel quarto atto, tristissimo declama in un applauditissimo assolo: «Ella giammai m’amò! No! Quel cor chiuso m’è, amor per me non ha!».

Altro personaggio cardine è Rodrigo, interpretato dal baritono Gabriele Viviani, che sostiene la parte del Marchese di Posa, amico d’infanzia di Don Carlo, e questo viene più volte poeticamente sottolineato dalla regia, con i video della loro adolescenza mentre giocano. Anche Rodrigo ha le sue difficoltà con il sistema, ma cerca invano la strada della diplomazia e del compromesso, avendo come priorità la liberazione delle Fiandre più che risolvere il dramma del suo amico Don Carlo. Finché infine non verrà ucciso.

E a un certo punto c’è una scena in cui compaiono gli incappucciati incatenati condotti al rogo che tanto ci ha, purtroppo, ricordato la recente scena degli immigrati irregolari americani che Trump deporta platealmente su un aereo militare. Qui invece, tolti i cappucci, diventano i deputati fiamminghi che supplicano il re. Mentre Don Carlo, come ben ci narra il regista, fin dall’inizio si sente fuori dal sistema, un irregolare estraneo alle regole, che non accetta l’imposizione dell’implacabile labirinto kafkiano in cui si ritrova travolto. E non a caso lo ritroviamo spesso riverso a terra, plateale espressione della sua nevrosi.

Anche la Principessa di Eboli, l’intrallazzatrice di corte, adeguatamente impersonata dal mezzosoprano Varduhi Abrahamyan, dalla pasta vocale densa e pastosa, cerca di sopravvivere a questo disordine.

Presenza costante in questa regia è quella del giullare di corte (il bravo minuto Fabian Augusto Gómez), che interagisce ironicamente  con tutti i personaggi dimenandosi gioiosamente  sul palcoscenico senza mai parlare con nessuno.

Di grande effetto la molteplice massa di monumentali lampadari, scesi quasi a pavimento, durante il duetto fra Filippo e la Principessa di Eboli, inizialmente scambiata per Elisabetta. Come pure la comparsa del coro, attraverso le inaspettate, scenografiche aperture degli schienali dei sedili che ricordano il presbiterio di una chiesa. Coro diretto con la consolidata mano esperta da Fabrizio Cassi, che commenta costantemente le complicate vicende di quest’opera.

Finché non compare il Grande Inquisitore perfettamente restituitoci dal basso Alexander Tsymbalyuk, che per Verdi rappresenta la rete invisibile che può impigliare e avvolgere anche un politico di oggi. È in lui che si riuniscono tutti i gli interessi del potere dominante all’interno della società.

Un dramma fra i più complessi, questo che Verdi mise in scena a Parigi in cinque atti nel 1867 su libretto di Joseph Méry e Camille Du Locle, dalla tragedia Don Karlos, infant von Spanien di Frederich Schiller, ambientata poco dopo la formulazione del trattato di Cateau-Cambrésis in cui la Spagna divenne stato cardine dell’Europa.

Al Teatro San Carlo aveva debuttato nel 1872 senza l’iniziale balletto e il primo atto. Mentre a Modena nel 1886 si reintrodusse il primo atto, estraneo alla fonte Schilleriana, ma, in accordo con Verdi, fondamentale per fissare l’antefatto della vicenda. Ed è quella a cui abbiamo assistito con successo l’altra sera a Napoli.

Bastano poche battute a Verdi, per fissare sin dall’inizio il carattere dei personaggi attraverso uno stile straordinariamente flessibile, che trasforma il tradizionale melodismo del canto francese in melodia dai profili ben definiti, conferendogli una concretezza e memorabilità tipicamente italiane, mentre l’orchestra, ben diretta da Heinrik Nánási, fluttua in sfumature e arabeschi, armonie raffinate e colori sfumati, funzionali alla caratterizzazione dei personaggi e del paesaggio.


Le fotografie dello spettacolo sono di Luciano Romano.

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