Giuseppe Grattacaso
La vita ai tempi del coronavirus

Salviamo gli adolescenti!

Gli adolescenti sono scomparsi: i bollettini della Protezione civile non li considerano, i giornali non li sanno raccontare. Vorrebbero tornare alla normalità, ma non sanno come fare e non sanno che cosa dire. Sono un'emergenza nell'emergenza

Li abbiamo dimenticati. Sono chiusi nelle loro camere sdraiati sul letto con lo smartphone tra le mani, alle prese con i giga, troppo pochi, chi lo poteva immaginare che dovessero servire per le lezioni della didattica a distanza. Oppure il naso puntato verso il tablet, a cercare su Netflix una serie che valga la pena guardare, facendo finta che la notte sia ancora da vivere, chi ci va a letto prima delle tre, domani non c’è scuola.

Si danno appuntamento in videochiamata, ma la voglia di raccontarsi, di capire che cosa sta succedendo intorno a loro e dentro di loro è una strada accidentata e sempre meno percorribile. Quelli fortunati prendono il sole in giardino, fanno ginnastica sul terrazzo con il vicino che sbircia dalla finestra, hanno un fratello con cui bisticciare, un genitore nevrastenico che continua a domandare perché la prof di filosofia non si è ancora collegata. Quasi tutti leggono un libro, studiano, contano i giorni, pensano che ripartire prima o poi si ripartirà. Cominciano ad avere paura.

Li abbiamo dimenticati. Sono gli adolescenti che fino agli ultimi giorni di febbraio frequentavano le scuole d’Italia, i licei, gli istituti professionali, prendevano gli autobus e i treni all’inizio della loro giornata, poi prendevano appunti sui banchi di scuola, si davano il cinque con gli amici, dispensavano baci alle compagne tutte le mattine prima che cominciassero le lezioni. Quelli degli apericena e dei rapper.

Di loro si è parlato solo per capire come valutarne il percorso scolastico in un anno in cui verranno tutti promossi, come impedire che copino i compiti se sono da soli in casa mentre li eseguono, con google e i genitori che fanno da suggeritori, come evitare che partecipino alle lezioni in videoconferenza senza mostrare il volto, come fossero entità evocate in una seduta spiritica. Potranno tornare in classe prima della fine dell’anno scolastico? I più grandi faranno l’esame di Stato tra carte geografiche vetuste e proiettando le ansie e i pensieri su lavagne multimediali oppure davanti a un pc, in mutande al tavolo di cucina con la mamma appostata dietro la porta? Insomma di loro sappiamo che hanno continuato a fare gli studenti. Stop.

Dei fratelli più piccoli ci siamo occupati. Esistono. Se non altro perché politici e comitati attivi nell’emergenza sono stati costretti a chiedersi a quali adulti affidarli quando i genitori si recano al lavoro o dovranno tornare a farlo, come pagare le babysitter, come garantire un minimo di passeggiata a chi da solo non può andare da nessuna parte, nemmeno a fare la spesa, come fargli passare il tempo. I più piccoli hanno riscoperto il Monopoli, i giochi solitari modello Corriere dei Piccoli, i regali di Natale che era stati accantonati già a santo Stefano.

I più grandi, quelli per cui l’esame di terza media è solo un ricordo, invece sono scomparsi dalle pagine dei nostri giornali. Esistono perché esiste la didattica a distanza. Li percepiamo nel tentativo di connettersi a qualche cosa, sia pure fosse solo la lezione di matematica. Per il resto non si ammalano, sono rimasti disciplinatamente al loro posto, per loro #iorestoacasa non è suonato come un invito ma è stato un atto di obbedienza cieca. Non scrivono lettere ai giornali, anzi non scrivono lettere a nessuno, anche i post sui social sono diventati uno strumento inutile, pochissimi i selfie. Per dire o per far vedere poi che cosa? Non sono nemmeno più bulli, non si fanno spinelli, non provocano risse nei locali notturni, non sono razzisti, non fanno parte di bande metropolitane e nemmeno di club ultras. Non sono studenti modello, non sono atleti impareggiabili, non suonano il pianoforte come nessun altro. Semplicemente sono scomparsi.

Eppure improvvisamente, nel giro di due settimane tra letargo e presa di coscienza, hanno visto cambiare la vita. La loro e quella intorno a loro. Non sono più gli invincibili, gli arroganti, gli sfrontati. Non sono nemmeno i timidi, gli assonnati, gli annoiati. Non sono gli sdraiati, malgrado in una posizione da triclinio passino buona parte della giornata. Hanno scoperto di essere fragili e che il mondo non è quello della festa perenne a cui erano abituati, non è tutto rose e aperitivi. Hanno capito che gli adulti sono disorientati e hanno dovuto rendersene conto in un momento della propria esistenza in cui si è disorientati per definizione.

I genitori, che la guerra l’hanno vista solo in televisione, gli hanno detto che siamo in guerra. Eppure durante la guerra, mentre infuriavano i bombardamenti, si usciva dalle case e al rifugio si stava tutti vicini, ora invece bisogna fare il contrario. Durante la guerra quelli della loro età quando si incontravano si abbracciavano, volevano sentirsi uniti. Ora si annusano oltre il vetro dello smartphone. No, forse non è una guerra, ma loro comunque non sono in pace.

I diciottenni chiuderanno il loro percorso scolastico senza il viaggio d’istruzione dell’ultimo anno, senza le lacrime e le urla dell’ultimo giorno di scuola, gli abbracci con il compagno di banco come se si partisse per il fronte ma che rivedranno al bar quella sera stessa, senza sentire l’odore stantio dell’aula per l’ultima volta e provarne già nostalgia, forse senza un esame di Stato degno di tal nome, senza il viaggio per festeggiare quell’esame spauracchio finalmente superato.

I ragazzi stanno cominciando a capire che il mondo di dopo non sarà esattamente come quello di prima, che non si ricomincia dallo stesso giorno e dallo stesso punto in cui il percorso si è interrotto. Vorrebbero capire, ma non solo non hanno risposte ai loro dubbi, non conoscono nemmeno le domande. Se ne stanno in silenzio, un poco di più di come facevano prima. Forse noi, gli adulti, quelli che l’esame di Stato ormai lo sognano da decenni, dovremo cominciare a dire loro qualcosa, dimostrare a noi e a loro che ci sono, che esistono.

Loro, gli scomparsi, quelli che i bollettini della Protezione civile non considerano, che i giornali non sanno raccontare, vorrebbero ancora rispondere “tutto bene” alla distratta domanda del genitore su come è andata oggi a scuola. Invece non sanno che dire.

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