Alberto Fraccacreta
A proposito di "Trappola per vespe”

Romanzo dei romanzi

Marco Dorati ha scritto una storia prendendo in prestito situazioni e personaggi da altre storie, da Robert Walser e E.T.A. Hoffman, da Proust a Flaubert. Come quegli insetti che vivono sfruttando altri insetti...

Gli icneumonidi sono insetti parassiti che depongono le proprie uova all’interno di una preda (bruchi e altri sventurati), dopo averla immobilizzata con un acido iniettato nei centri nervosi. Un metodo mostruoso: la vittima non deve morire subito, ma restare il più a lungo in vita, in modo da nutrire le larve dell’imenottero nate in interioribus. Questa metafora molto particolare guida le pagine di Trappola per vespe (Leucotea Project, pp. 153, € 14, 90), romanzo d’esordio di Marco Dorati, stimato grecista e studioso di narratologia dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. Metafora che si sposa, per altro, con quella più esplicita del titolo, sempre a carattere imenotterico: la trappola anti-vespa, fatta da una semplice bottiglia di plastica tagliata in due parti, esca zuccherina e un po’ di birra chiara. La sostanza attrattiva attira l’insetto che poi crolla nel liquido della birra.

Vespe icneumoni ma anche scatole cinesi: il racconto-saggio di Dorati ruota attorno all’idea genettiana di una letteratura di secondo grado, cioè di una letteratura nella letteratura, punteggiata di citazioni, ricreazioni, echi, reminiscenze. Ecco perché è impresa ardua riassumere la struttura del testo: una costruzione dedalea à la Borges che parla, con vertiginosi accenti postmoderni, del processo della scrittura, del piacere (e del tormento) di vivere le storie, dell’immergersi fisicamente nelle lettere: il narcotico effluvio, dunque, che nasconde una trappola: l’essere divorati, come una cavalletta, dalla passione icneumonidea della lettura.

Il romanzo, diviso in tre parti, comincia con la minuziosa descrizione di una stanza che si interrompe «a un passo dalla conclusione». «Non mancano ormai che poche righe: ancora qualche istante, poche sillabe, e tutto sarebbe finito; pure, la conclusione ora, sento, sarebbe prematura. Abbiamo tempo. Meglio lasciare che un altro vi intrattenga e parli al posto mio, e che con altre parole vi racconti ciò che stavo per mostrarvi, ma solo per ritrovarci qui, dopo un viaggio più lungo, in questo stesso punto…».

Inizia così il viaggio nelle storie riesumate secondo una complessa tecnica di rifrazione tra autore/voce narrante/personaggio: come in Proust, i termini in questione non coincidono e, anzi, si pestano i piedi sino a un completo divorzio-sdoppiamento che assume toni drammatici nel finale. Al primo e al secondo capitolo della seconda parte – la prima parte funge appunto da cornice – appartengono le peregrinazioni del protagonista secondo le opere di Robert Walser e E.T.A. Hoffman, in particolare La passeggiata, Le avventure della notte di San Silvestro e L’uomo della sabbia. È soprattutto l’atmosfera gotica dei racconti di Hoffman che troneggia la scena con ripetizioni e troncamenti di testo ad attestare il potere catalizzatore del fluire narrativo. Il linguaggio si arcaizza, le situazioni e i personaggi seguono la logica horror hoffmaniana. Sorge il sospetto che qualcuno stia scrivendo la storia del protagonista, mentre questi pian piano ne prende coscienza.

Nel terzo e nel quarto capitolo si passa dalla letteratura tedesca a quella francese: citazioni ed epigrafi da Flaubert e Proust fungono come segnavia per l’incessante annodarsi d’intrecci. Ecco, quindi, che compaiono i temibili insetti: «A differenza delle inconsapevoli vittime degli icneumonidi, abbiamo sempre saputo che in qualche parte del giardino che ci accoglie, e nel quale ci illudiamo di poter vivere per sempre sereni, si nasconde, invisibile nel fogliame, la vespa scorpione che un giorno ci trafiggerà. Per lungo tempo crediamo che sarà per noi fatta eccezione – finché non comprendiamo che la vespa si è ormai accorta della nostra presenza ed è sulle nostre tracce; e anzi in quel momento scopriamo che già da tempo – ben prima che essa ci abbia raggiunto – il suo veleno è penetrato in noi, ed è iniziata la triste fine che attende le sue vittime». Si tratta di un dolce veleno iniettato entro una prigione dorata: la scrittura, il sogno dello scrivere, il meccanismo stesso che soggiace al processo scrittorio sono croce e delizia dell’io narrante. Ed è questo forse il passaggio che esemplifica l’intero libro: «Scontento, disilluso, intristito, avevo chiesto al sogno di donarmi il libro che invano cercavo di scrivere, ed egli, dio accondiscendente e benevolo, aveva messo all’opera nell’officina i suoi misteriosi aiutanti, perché foggiassero il libro che desideravo. Ma i doni degli dèi possono essere ingannevoli: il mio desiderio era stato sì esaudito, ma il libro che mi era stato dato non raccontava altro, ahimé!, che la stessa trappola da cui averi voluto fuggire».

Nel quinto capitolo della seconda parte torna la letteratura tedesca con l’epistolario e i Quaderni in ottavo di Kafka. Il tono si fa solipsistico, le luci si abbassano fino a confondersi in una nube sulfurea di fumo nella terza e ultima parte con la suggestiva scena, forse tratta da Dickens o Zola, di combustione spontanea. La scrittura è qui come un carillon joyciano, grazie a una fitta ed efficace trama di ripetizioni e una concinnitas sintattica che ipnotizza il lettore. Lo scriversi, l’autoscriversi – innalzati in una religione dell’atto scrittorio – divengono totalmente padroni del tempo e dello spazio ad libitum. Come in una trappola autoprocurata.

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