Mario Di Calo
Al Teatro San Ferdinando di Napoli

Pulcinella e Maradona

Andrea De Rosa e Linda Dalisi costruiscono lo spettro di una sorta di Pulcinella novecentesco che insegue la propria identità perduta e l'iconografia di una città che ha trasformato il proprio mito in un incubo

Da quando l’ultimo grande interprete (e autore) Antonio Petito chiuse gli occhi sulla sua maschera feticcio di Pulcinella in quel lontano marzo 1876 al Teatro San Carlino di Napoli, in tanti han tentato di riesumare quell’essenza stessa partenopea, quel Puccio D’Aniello seicentesco, contadino acerrano che attraversa secoli per giungere fino a noi: da Eduardo De Filippo che attribuì addirittura un discendente alla nobile maschera con il suo Il figlio di Pulcinella nel 1957, a Roberto De Simone che dedicò una trilogia alla famosa maschera, passando da Stravinsky fino a una riscrittura di canovacci del sei/settecento, con le sue 99 disgrazie di Pulcinella nel 1988, o alle recenti incarnazioni della maschera nelle sembianze di artisti come Totò, Massimo Troisi, Alessandro Siani.

Ora ci riprova anche Andrea De Rosa con un progetto originale, prodotto dal Teatro Stabile di Napoli, con la collaborazione drammaturgica di Linda Dalisi: un progetto che nasce sulle ceneri di un interrogativo storico (E Pecché? E Pecché? E Pecché? Pulcinella in Purgatorio) e si sviluppa nello spettacolo in scena al Teatro San Ferdinando dal 17 al 27 gennaio.

Mentre si accede nella sala storica di Via Foria, gli attori sono già in scena intenti ad aggirarsi sbigottiti su di una scena vuota eppur accecante, illuminata mirabilmente da Pasquale Mari. Le lampade in sala non si spengono – definitivamente – fin quando non arriva dal fondo un attore ritardatario, un Pulcinella-Argonauta che chiede indicazioni al pubblico per raggiungere quelli che scopriamo essere suoi epigoni in palcoscenico. Lo spettacolo può iniziare. Quello che ci si presenta è un paesaggio lunare, e quelle feritoie – dodici finestre – che delimitano lo spazio scenico vuoto, emanano una luce quasi spaziale, un luogo non-luogo che assume sembianze di un limbo, di una zona di passaggio, di transizione, di purgatorio per l’appunto, come recita il sottotitolo. Pulcinella si scompone, si sfalda, si frantuma, si disintegra come una particella atomica, ce ne son cinque ma ce ne potrebbero essere molti di più. Eppure è proprio in questa scomposizione che trova un nuovo motivo per raccontarci la sua storia eterna, attraverso la sovrapposizione di un tempo ingrato, oramai passato a interessi telematici. L’aldilà e l’aldiquà, umano e trascendentale confondono platea e palcoscenico, i destini sono uniti da un’unica speranza, quella di dare risposte alle molteplici domande dell’uomo contemporaneo. Si aggirano questi Pulcinelli in nostra rappresentanza e invano cercano una ragione per tenersi in vita. Sono sorvegliati e tenuti a bada da una Guardiana, un severo Virgilio dantesco, di una zona off-limits (che ha le sembianze/entità canute di una Fabrizia Ramondino, cantore dadaista di Althénopis o di una Elena Ferrante se solo si mostrasse a noi, ma la immaginiamo così) E se qualcuno si azzarda a varcare quella soglia sconosciuta, quel tombino/buca del suggeritore è redarguito da un allarme preoccupante e percosso emblematicamente con un enorme asso di bastone, come a indicare che quel che resta dell’antica maschera deve trovare nel presente, in questa fase di transizione, un significato alla propria esistenza.

Ed è paradossale che il Pulcinella più erudito, che si aggira per lo spazio scenico con un carrellino da fonico (ancora una volta eccellente la scatola sonora di cui il regista napoletano ammanta la sua messinscena), da cui fuoriescono per magia copioni teatrali e/o parrucche, interroghi con determinato vigore, senza riceverne risposta dei santini tirati fuori da quel pozzo senza fondo, che effigiano Raffaele Viviani o Eduardo Scarpetta. Ossia coloro i quali, consapevolmente, hanno fatto scomparire dal loro Teatro quella maschera emblema della città, in nome di un rinnovamento che ci ha restituito ben altre problematiche. E l’assioma Pecché, Pecché, Pecché diventa quasi un dubbio amletico laddove uno dei Pulcinella, indossando una maglietta azzurra sdrucita col numero dieci degli anni d’oro di Maradona, imbraccia un pallone che scopriamo (quando lo mostra meglio) avere la morfologia di un cranio.

Andrea De Rosa in perfetta armonia con Linda Dalisi mette in scena un dramma contemporaneo, dove si ride anche, in cui la platea sembra specchiarsi tragicamente, ma è doveroso, necessario che il teatro ponga domande senza darne soluzioni: il buio arriva proprio quando non ce lo si aspetta, lasciando noi attoniti testimoni, nel nostro privato a dare una risposta a quei tanti interrogativi. Un plauso speciale va ai generosi cinque interpreti di Pulcinella che con specifiche attitudini attoriali creano una sintesi interpretativa, cinque protagonisti che producono miracolosamente un corpo unico in scena, come raramente accade. Bravissimi Marcello Manzella, Maurizio Azzurro, Rosario Giglio, Marco Palumbo che insieme ad Anna Coppola danno vita ad un grande evento per lo Stabile Napoletano.

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