Marco Scotti
Il nuovo idolo del basket Usa

Basket al Curry

Stephen Curry sta rivoluzionando (da solo) il mondo dell'Nba: per lui contano più i punti dei soldi. Ma con la sua spaventosa capacità di mettere dentro tiri da tre, rende il gioco molto meno spettacolare...

Su Wardell Stephen Curry, per tutti semplicemente Steph – MVP in carica, per acclamazione miglior giocatore della lega anche in questa stagione – si è scritto tanto, forse troppo. D’altronde, non capita spesso che un 28enne con la faccia da bravo ragazzo – e che gli americani, che con i soprannomi ci sanno fare, hanno prontamente ribattezzato “the baby faced assassin” – infranga senza colpo ferire record individuali e di squadra in Nba. Quest’anno, in 60 partite, ha mandato a bersaglio 304 tiri da tre punti su 662 tentati. Vuol dire che sta infilando nel canestro una media di 5,1 triple a serata su 11 tentativi. Mostruoso. Al secondo posto nella speciale classifica di più canestri da tre in una stagione chi c’è? Steph Curry, con 286 (stagione scorsa) ma in 80 partite. E al terzo posto? Steph Curry, con 272 (stagione 2012-2013) in 78 incontri. Curry, è, inoltre, anche al sesto posto nella classifica con 261 “bombe”. Una progressione incredibile che ha fruttato alla sua squadra, i campioni in carica dei Golden State Warriors, già due record collettivi: la migliore partenza della storia dell’NBA (24 vittorie consecutive) e la migliore striscia – ancora aperta – di successi casalinghi: 46 vittorie consecutive.

michael jordanCome spesso accade quando ci si trova di fronte a eventi estremamente rari, per non dire unici, si leva forte la voce dei critici sia sui singoli, sia sul collettivo. Partiamo proprio dalle analisi su Curry. Charles Barkley, uno dei mammasantissima dell’Nba che però non è mai riuscito a vincere un titolo, ha bollato Steph come “just a great shooter”, nulla più di un buon tiratore. Ed effettivamente, a prima vista, sembra davvero che la forza di Curry (che viaggia a 30 punti di media a partita ogni sera) stia nell’abilità di tirare da dietro l’arco. Ma è una critica ingenerosa e forse un po’ miope. Per una lunga serie di motivi. In primo luogo perché Curry non è quel leader sanguinario e sfacciato che dileggia i suoi compagni meno forti come un moderno Re Lear, come invece faceva Michael Jordan. Per nulla: Steph è un uomo-squadra, che accetta di essere il quinto giocatore più pagato dei Golden State Warriors (e il 55° in Nba) con “soli” 11,37 milioni di dollari all’anno. Poi, perché da che ha preso in mano le redini del gruppo, tutti i giocatori sono migliorati in maniera esponenziale. Merito dell’allenatore, Steve Kerr – uno che di record se ne intende, avendo fatto parte di quei Chicago Bulls che, nella stagione 1995-1996, realizzarono l’incredibile ruolino di 72 vinte e 10 perse, ancora oggi vetta mai più neanche avvicinata – ma anche del piccolo Steph (solo 1,91 in una lega in cui la fisicità è sempre più fattore dominante e in cui i “piccoletti” scarseggiano), che ha saputo alzare l’asticella della competitività nella sua squadra, tramutando onesti mestieranti come Draymond Green, Klay Thompson e Andre Iguodala, in autentiche superstar.

Inoltre, non va dimenticato che Curry, con la sua capacità di tirare da tre, ha profondamente modificato il gioco dell’intera lega, tanto che c’è chi teme che il cambiamento sia irreversibile. Molti allenatori di high school e college si sono lamentati di come Steph abbia influenzato negativamente i ragazzi, che non provano più ad aggredire il canestro, ma che si limitano a sparacchiare da tre. Ma in NBA, dove i fondamentali di gioco sono stati ampiamente introiettati, il fatto che Curry possa tirare praticamente da ogni posizione (viaggia oltre il 50% di tiri realizzati da oltre metà campo) cambia il modo di difendere. Si cerca di contrastarlo in ogni modo, ma il playmaker dei Warriors, abile passatore, è pronto a dare palla agli altri compagni, costringendo gli avversari a una infruttuosa rincorsa del pallone. Risultato: 56 vinte e 6 perse.

E poi, se Michael Jordan e Lebron James verranno ricordati per l’impatto stellare che hanno avuto dentro, ma soprattutto fuori il parquet, con le linee di calzature e i milioni di sponsorizzazioni – a un certo punto il brand Jordan valeva più di quello dell’intera Nba – Curry è invece un giocatore che ha riportato i riflettori sul campo da gioco. Non una macchina da soldi, anche se possiamo immaginare che vada a dormire sereno la sera, ma piuttosto un inafferrabile folletto che corre per il campo a velocità doppia, facendo ciò che vuole con la palla grazie a un “ball-handling” visto raramente, se non mai, nella lega professionistica americana.

Il punto, semmai, è se questa Nba piace e ci piace. Sul primo aspetto, la risposta deve essere necessariamente “sì”. Il contratto chiuso dalla Nba lo scorso anno con le televisioni – che frutterà alla lega circa 3 miliardi di dollari – permetterà alle squadre di innalzare enormemente il salary-cap, consentendo alle superstar di sfondare il muro dei 30 milioni di dollari all’anno toccati soltanto da Michael Jordan quando le regole sugli stipendi erano molto diverse da oggi. Sul fatto però che questa Nba ci piaccia, c’è qualche perplessità in più. Non per la consueta nostalgia dei “bei tempi andati”, quando sul parquet si fronteggiavano Jordan, Bird, Magic, Olajuwon, Ewing, Robinson, Wilkins, Erving, Malone, Jabbar e tanti altri. Ma perché questa modalità di intendere il basket come mero esercizio balistico non convince fino in fondo. Vero è che chi vince ha sempre ragione, ma i tempi dello “showtime” dei Lakers, o della solidità assassina dei Bulls sono lontanissimi.

stephen curry1Un dato su tutti fa capire come sia cambiata la situazione e come i Warriors abbiano stravolto l’idea stessa di basket. All’inizio del nuovo millennio, nella stagione 2001, la squadra che tirava più da tre punti era quella di Boston, i mitologici Celtics, con 20 tentativi a partita su 79 tiri complessivi. Il 25,1%. Oggi Boston sarebbe venticinquesima per tiri da tre punti, mentre Golden State va con il 35,3% (31 tentativi su 87,5) da dietro l’arco. Una rivoluzione copernicana, resa ancora più enorme dalla percentuale di tiri da tre punti realizzati: il 41,4%, il 6% in più degli Oklahoma City Thunder secondi in classifica. Incredibile, soprattutto, il dato sulle triple realizzate: i Warriors ne infilano quasi 13 a partita, due in più dei secondi classificati, gli Houston Rockets. Significa che la squadra di Curry inizia le partite con un vantaggio di almeno 6 punti. Poca roba per chi ne segna 115 a sera (5 in più di qualunque altro avversario), ma pur sempre un vantaggio, almeno psicologico. Un altro dato interessante è quello sui tiri liberi tentati a ogni partita: 22,6, 8 in meno di altri avversari. Il che significa che difficilmente si cerca il contatto ma, piuttosto, si vuole scovare il compagno libero che possa tirare, preferibilmente da tre punti. Una macchina infernale.

Si è così scatenata un’accesa diatriba intorno alla squadra di Curry, con grandi campioni del passato pronti a sostenere che non avrebbe avuto alcuna chance contro le corazzate degli anni ’80 e ’90. Oscar Robertson, una sorta di divinità per lo sport con la palla a spicchi – l’unico atleta capace di realizzare una tripla doppia di media in una stagione – ha sentenziato che la colpa è degli allenatori avversari, incapaci di organizzare una difesa efficace. Charles Barkley, sempre lui, ha sostenuto che una serie di playoff tra i Bulls di Jordan e i Warriors di Curry si sarebbe trasformata in una mattanza a favore dei “tori”. Walt Frazier, eclettico playmaker capace di portare due titoli a New York negli anni ’70 – ultimi campionati vinti dai Knicks – ha sparato che il gioco di Curry non può durare nel tempo. Frasi ingenerose, forse, che però palesano un problema sostanziale.

L’NBA del futuro è una sorta di tiro al piattello in cui tutti provano a far canestro da tre punti? Le schiacciate spettacolari, i “crossover” ubriacanti, gli assist più fantasiosi sono destinati a diventare uno sbiadito ricordo? Ancora una volta, sono i dati che ci vengono in soccorso, a certificare un’ulteriore modificazione portata dai Warriors a questo sport. Le squadre che affrontano i ragazzi di Golden State evitano di andare a rimbalzo offensivo per paura di venire trafitti da rapidi contropiedi che potrebbero portare a sanguinosi tiri da tre punti. Preferiscono restare schierati e affrontare con tutto l’organico la marea gialla guidata da Curry. E questo è un vero peccato. Perché la fisicità dei giocatori di basket contribuisce al loro status di semi-divinità.

In nessun altro sport, infatti, si vedono uomini – che normalmente verrebbero guardati con timore e un pizzico di commiserazione per essere così spaventosamente “fuori misura” – affrontarsi in scontri a tre metri di altezza. Se l’NBA si riducesse a una gara di tiro da tre punti, anche fisici meno possenti potrebbero essere arruolabili. La mitologia attorno a questi atleti, che nell’antichità sarebbero stati adorati per i loro mezzi fisici pressoché illimitati, rischia di incrinarsi per lasciare spazio a una pletora di cecchini dai corpi meno sovradimensionati. Va letta in quest’ottica, quindi, la scelta di alcuni allenatori, Steve Kerr in testa, di utilizzare il cosiddetto “small ball”, o quintetto piccolo, in cui un giocatore come Draymond Green, di “soli” 203 centimetri, può tranquillamente essere schierato come pivot. Una cosa impensabile fino a qualche anno fa, quando tutte le squadre cercavano di avere almeno un “lungagnone” da impiegare sotto i tabelloni per raccogliere quanti più rimbalzi possibili.

Meno fisicità, più tiri da tre punti, meno stoppate, maggiore velocità. È forse questo il basket americano a cui dobbiamo prepararci. E se così dovesse essere, non c’è poi molto da festeggiare. Steph Curry è sicuramente un campione, e quando appenderà le scarpette al chiodo verrà ricordato come un dio di questo sport. Ma la sua eredità – “legacy”, come direbbero gli americani – rischia di essere al contempo più pesante e meno eccitante di quelle di Russell, Chamberlain, Jordan o Magic. Perché Steph ha cambiato, forse per sempre, le regole del gioco. Rendendolo più canonico e meno imprevedibile. Ha perfino messo in difficoltà la casa produttrice di videogame, la 2K, che non sa come gestire il rilascio rapido e la spaventosa efficacia del leader dei Warriors. E per arginare uno così, c’è solo un mezzo lecito: rallentare le partite, in modo da impedirgli di azionare i propri compagni o il suo tiro al fulmicotone. Riportando indietro le lancette della Nba agli anni ’60. Una sorta di controriforma.

Facebooktwitterlinkedin