Roberto Mussapi
Every beat of my heart, la poesia

Nell’età del tempo incessante

Un’anticipazione da “Lezioni elementari” di Roberto Mussapi, in uscita da Lacollana. Dove si racconta di una foto di classe e di un maestro elementare. Maestro di vita…

«Un monologo, questo di Roberto Mussapi, che è soprattutto il racconto sensibilissimo e ricco di figure e quotidiani eventi di un tempo remoto, quello dell’infanzia e della scuola, nel quale ognuno potrà godere della felicità di ritrovarsi, di ritrovare il sentimento vivo di un passato, il proprio, nei suoi tratti più impressi nella memoria. Ecco allora i nomi e i volti dei compagni di scuola, i temi in classe e le partite, la saggia regia educativa del maestro, al quale il poemetto è dedicato: un personaggio centrale nella crescita dell’io narrante, il cui felice consenso diverrà un solido modello di riferimento. Mussapi lavora su un doppio registro, e cioè quello orizzontale, narrativo-prosastico del vero e proprio racconto, e quello verticale, lirico-meditativo, eppure a sua volta descrittivo e concretissimo, dei corsivi sull’Universo e il suo aperto formarsi. Un microcosmo dentro la vastità del cosmo, un proiettarsi dell’uno nell’altro nel tempo non-tempo dell’umana memoria».

Ho pensato che il modo più semplice per introdurre questo mio nuovo poemetto, Lezioni elementari, un libretto pubblicato da Lacollana, dell’appassionato e competente Marco Borroni (esistono ancora i piccoli editori, che lo fanno per diletto e onore, spendono soldi che non potranno tornare, investendo sull’anima), consista nella pubblicazione della breve e lucida introduzione di Maurizio Cucchi, direttore della collana, poeta di alta statura, come si sa, e mio amico. È un’introduzione chiarissima. Il libro ha una piccola storia, la persona con cui parlo all’inizio si chiama Maria Vittoria Minardi. La conoscevo di vista. Come il fratello, Roberto, quando abitavo a Cuneo. Solo di vista. Poi decisi di scrivere su Gabriele Minardi, il più grande maestro della mia vita dopo mio padre (anche, se, similmente a mio padre, non necessariamente il più sapiente: Yeats, Eliot, Jung, Bonnefoy, Luzi, Fenoglio mi insegneranno altre cose, più dentro la lingua, ma parimenti dentro me stesso, il me stesso a me ignoto), e cercai sull’elenco telefonico il suo numero. In uno dei fine settimana in cui tornavo a Cuneo a salutare i miei genitori, da Milano, che è la mia città, incontrai Maria Vittoria e il fratello. Avevo dedicato un libro di saggi al loro padre, mio maestro. Ma ricordavo una foto. Della classe. Il breve poema ha un inizio reale: Maria Vittoria che mi porta la foto. Sotto la casa dei miei genitori a Cuneo, dove avevo ottimamente pranzato. Viale degli Angeli. Il maestro si chiamava Gabriele. Vedete voi.

 

scuola

Monologo sul maestro Gabriele Minardi
«E questo è Dutto, lo vidi qualche volta
anni dopo, ai tempi del liceo
che passeggiava sotto i portici di via Roma.
Camminava tranquillo cantando, non come un pazzo
né come uno che fa lo spiritoso, ma come uno che studia canto.
Aveva una bella voce da baritono,
risuonava sotto le volte come in una cattedrale.
Credo cantasse in chiesa, dal tono e dall’impostazione.
Nel banco sedeva accanto a…
questo, vedi, nel primo banco,
ma è una foto di scena, orchestrata dal maestro
vedi come si sale ad anfiteatro verso i più alti in fondo…
tutti con gli occhi incantati dalla macchina
e lui dietro, un po’ Steve McQueen un po’ Gino Paoli,
con quegli occhiali dalla montatura spessa
guardava fuori, verso la finestra e il cortile e verso il cielo aperto
chiudeva il cerchio della classe con le spalle
come li proteggesse sotto due grandi ali distese
mentre guardava oltre l’orizzonte…
Questo è Chirilli non so che nome,
e accanto il suo gemello Chirilli non so come,
erano figli di un ufficiale, vivendo in caserma,
Chirilli Giorgio, il gemello più vecchio…
Così dicevamo per indicare il più grosso
Chirilli Giorgio, ricordo benissimo,
la memoria si risveglia in pieno guardandoli.
A destra, quello con gli occhi semichiusi, Odasso,
e accanto, con le lenti spesse, Sigismondi,
mi pare suo padre avesse la macelleria dove ora c’è Piero,
o meglio c’era, se ne è andato in pensione…
‘Perché solo i cognomi?’ mi domandi
Sto parlando dei miei compagni di classe,
puri cognomi, come i campioni di calcio
o i carabinieri e le medaglie al valore».
E poi, dopo una pausa, il nome.

Dopo un attimo di silenzio.
«Quello dietro Sigismondi si chiama Tallone,
da allora tutti quelli con quella faccia sono Tallone,
il volto triangolare, olivastro, gli occhi stretti,
e quello accanto lo ricordo ma il nome mi sfugge,
sicuramente perché restò con noi soltanto un anno.
Dietro c’è Pintus, mezzo ciociaro e mezzo sardo,
e poi, già in ordine sparso nella memoria,
oltre la fotografia e oltre i suoi margini,
Edoardo Loria, Minero, Guido Poetto,
Adamo, Guido Magliano, Garello Massimo,
(si dice garellomassimo tutto attaccato,
almeno così lui pronunciava)
Giordano Mario, piccolo, esile,
dallo sguardo triste, e poi Biarese,
Calcagno Silvano, storico compagno di banco e di studio
(a casa dei suoi la madre ci offriva con thè le castagne bollite,
mi affascinava il lavoro del padre, faceva stucchi
ne vedeva alcuni nello sgabuzzino di casa, accatastati,
li immaginava già in alto, sul soffitto,
a incorniciare il cielo che premeva dal tetto)».
E tutti, li nominò tutti nessuno escluso,
allora davanti alla fotografia.
Come allora lo colpiva Dalmasso,
di media statura, compassato
come un centrocampista inglese degli anni Sessanta,
parlava poco, teneva sempre le braccia conserte,
aveva negli occhi la serenità di certi bambini
non so se inesplicabile o solamente pigra.
«Ma come fai a riconoscerli?». Non lo interruppe,
lasciò che avvenisse una breve pausa nel ricordo.
«In questa foto avevate otto anni…
queste sono facce di bambini a scuola.
Bambini che non vedi da allora,
tranne uno o due mi risulta».
«Beh quello eccolo, la stessa faccia».
«Lo vedo per strada, conosco bene sua moglie,
ma qui non lo riconoscerei affatto».
«È Boetti allora, Riccardo Boetti, so per certo
che eravate nella stessa classe,
che quando arrivi vuoi sempre i suoi gnocchi.
«È questo, vedi, inconfondibile».
«Sembra uno piccolo».
«Tutti eravamo piccoli, da piccoli».
«Sembra uno che resta piccolo, minuto».
«Ma non è stato così.
È alto come me, forse più ancora.
Giocava a volley, a diciotto anni,
mentre io già mi ammazzavo sui versi.
Tu lo vedi piccolo, è vero.
Ma a quel tempo.
Tu non lo hai conosciuto, allora.
Intendo il suo destino, la sua ghianda.
Non l’hai visto a quel tempo.
Io sarò sempre suo contemporaneo».
«Io non ricordo tutto quello che ho visto».
«Nel tempo a venire.
Immergiti nell’età del tempo incessante,
non vedi, a quell’età, bevi con gli occhi.
L’occhio è la prima memoria, per questo
quando uno se ne va per sempre tu ti senti
come accecata e persa, ma per un attimo,
e anche la gioia vera ti acceca,
distende un buio glorioso sul presente
perché la favilla risplenda indisturbata.
Io li ricordo tutti, anche quelli mai visti
dopo quel giorno d’addio al grembiulino nero
e all’era della meraviglia ardua e incubante
dei piccoli passi che marciavano insieme
uscendo dal corridoio alto e echeggiante
dell’edificio in Corso Soleri».
I due guardavano la foto nell’abitacolo dell’auto
ferma all’angolo di viale degli Angeli.
Il marciapiede era coperto di neve recente
e altra si addensava in cielo di là dai monti.
Presto sarebbe scesa a coprire la strada
e la casa che aveva appena lasciato
e la città sarebbe tornata come quando da piccolo
la neve e la sera alleate e congiunte
stregavano col loro invincibile incanto
la strada di farina vista dai portici
e il viale mutato in una grotta bianca.

 

Forse tu riconosci qualcuno che hai visto da piccolo
così come a volte vedi l’invisibile:
è impossibile nel mondo del tempo che scorre,
il tempo della storia e della strada percorsa.
Ma il bambino non è ancora nel tempo
legato dal suo cordone al buio che germina,
il bambino non è ancora nato del tutto, è nascente.
Lo riconoscerai perché sarà la sua anima
allora così visibile e lampante
a perdurare, nonostante il tempo.
La strada che ognuno percorre allontana e addensa
attorno a ognuno l’aura dell’anima
facendola individuale, incorporata al nome.
I passi che marciavano insieme, i piccoli passi
ora sono più lunghi e gli occhi vedono
là, oltre l’orizzonte, un’ombra.
Le strade divergono, l’anima regge
e tiene unito ciò che il tempo divise
per fare storia, fare solitudine.

Roberto Mussapi
(Da Lezioni elementari)

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