Attilio Del Giudice
Un racconto inedito

Il mestiere

«Avevamo avuto l’ordine di ammazzare Vincenzino ‘u Femminiello. Io allora chiesi che aveva fatto. “Voi – disse Mitrano – fate quello che dovete fare e non vi impicciate.”»

Tonino non è come me. Se lo comandano di sparare, lui spara, uccide e cinque minuti dopo già non ci pensa più e si fa la solita risatina.

Avevamo avuto l’ordine di ammazzare Vincenzino ‘u Femminiello. Io allora chiesi che aveva fatto. “Voi – disse Mitrano – fate quello che dovete fare e non vi impicciate.”

Da parecchio tempo Mitrano mi sta sui coglioni, ma mi devo stare zitto, perché lui e il boss sono una cosa sola e se vogliamo guadagnare qualche euro non ci dobbiamo mettere di traverso. Però, devo dire la verità, il fatto di uccidere un uomo, senza sapere il perché, non mi è mai piaciuto. Tonino dice: “A te che te ne frega? Loro ci pagano e se non ci vogliono far sapere niente, noi niente vogliamo sapere e ci facciamo i cazzi nostri. Nico’, pure che sai il perché, in tasca che ti entra? Anzi è meglio per noi se non sappiamo proprio niente, così non ci facciamo il sangue amaro.”

Con Tonino non si può parlare, lui certe cose non le capisce. Per me fa differenza uccidere un uomo di merda o mandare al Creatore un bravo ragazzo. E sono sicuro che Vincenzo ‘u Femminiello è un bravo ragazzo. Per esempio, ha aiutato parecchio Assuntina ‘a rossa, che, da quando ha avuto  l’ictus, le si è storta  la bocca e ha perduto quasi tutti i clienti e se non era per lui, sarebbe morta di fame.

Tonino lo ha chiamato: “Vicie’!

Vincenzino s’è girato e come ha visto la 38 nelle mani di Tonino, si è messo a gridare: “Madonna mia, aiuto, aiuto!”

Tonino ha sparato due colpi, uno dietro l’altro a bruciapelo, ha constatato che era morto, che i colpi erano stati precisi, giusto in petto, si è fatto la  risatina e ha detto: “Andiamo Nicò!”

Ho dato gas alla vespa e via.

Ci siamo fermati per bere a tre chilometri presso la fontanella della Petraia.  “Un’ acqua così buona, così fresca dove la trovi?” Ha detto Tonino, soddisfatto.

“Andiamo!” Ho detto io. Non avevo voglia di parlare.

“Aspetta!” Ha acceso una sigaretta. E’ stato un bel po’ di tempo senza dire niente, poi mi ha guardato serio serio e ha detto: “Nico’….pure che Vincenzo era un bravo ragazzo, noi questo facciamo. Questo è il mestiere nostro.”

Ieri sera, quando tornai a casa, mia sorella ha detto: “Nicoli’ verso le dieci è venuto  Mitrano, ha detto che è una cosa urgente, che ti devono parlare e che loro ti aspettano a qualunque ora.”

“ E ti hanno detto dove mi aspettano?”

“Si, ti aspettano al palazzo Ceccone”

“Ceccone, il palazzo del boss? E che vorranno di tanto urgente? A me ‘sta cosa mi puzza.” Ho preso la vespa e sono partito. Era quasi l’una.

A casa del boss non c’ero mai stato, a guardarlo dall’esterno è un bel palazzetto a tre piani. Giù c’è il citofono, normale, come fosse la casa di un professionista, che devo dire, di un medico, di un avvocato. Così ho suonato.

Dopo quattro o cinque minuti, si è affacciata da una finestra del primo piano una grassona sui cinquanta tutta spettinata, forse era la serva. Ha detto: “Che volete? Chi siete?”

Sono Nicola. E’ venuto a casa mia Mitrano, ha detto che dovevo venire qua a qualunque ora.”

“No, no. Non è cosa, è tardi. A quest’ora si dorme. Venite domani mattina.”

“Signo’, ce lo dite voi che io sono venuto?”

“State tranquillo. Ce lo dico io. Buona notte.”

Sono tornato a casa col pensiero: “perché hanno chiamato solo me?” Non avevo mangiato niente, Sisina, mia sorella, mi aveva conservato in cucina un piatto di baccalà con olio e limone come piace a me, ma non tenevo genio di mangiare. Mi sono addormentato che potevano essere le tre e mi sono sognato Mitrano. Si pisciava sotto dalle risate lo stronzo e diceva: “Tu sei il mio schiavetto, il mio cavalluccio e mi devi servire!” Mi faceva mettere a quattro zampe e io lo dovevo portare in paese al circolo dei pensionati , dove giocavano a briscola e quando si girarono e mi videro con Mitrano a cavallo, si pisciarono sotto dalle risate anche loro. Mi sono svegliato che tenevo la bocca impastata e mi facevo schifo che avevo portato a cavallo quell’animale, ma pure che era un sogno, o prima o poi ce lo facevo pagare.

Potevano essere le sette, quando sono andato a bussare al citofono del palazzo Ceccone. Si è affacciata un’altra volta la grassona. “Che, state già qua? E’ Presto. Tornate tra un’ora, o se no, statevi là, che deve venire Mitrano e quando viene ci parlate.”

Vabbe’, aspetto.

Ho aspettato un’ora e mezza. Mi sarò fumato sicuramente sette o otto sigarette. Finalmente è arrivato Mitrano con la BMV metallizzata e pareva che non mi aveva visto. Invece mi aveva visto, perché senza guardarmi, ha detto: “ Nico’, quanto ti ho dato la settimana scorsa?”

“Mi avete dato due mila ottocento euro, che dovevamo dividere io e Tonino.”

“Ci sta da guadagnare ancora una bella somma, ma sali con me, che il signor Ciardella ti vuole parlare personalmente”.

Abbiamo fatto una rampa di scale e siamo entrati in un salone grande, dove c’era un tavolo lunghissimo e tante poltroncine rosse torno torno, che là, forse, ci fanno le riunioni coi politici e con gli altri boss e, poi, siamo entrati in un altro salone, dove ci stavano un sacco di quadri, roba d’argento e certi mobili neri con le pitture sopra e tappeti e poltrone di pelle bianca che io mi incantavo a guardare.

“Siediti – ha detto Mitrano – Mo lo vado a chiamare.”

Sono stato un’altra buona mezz’ora a aspettare e non sapevo quello che dovevo pensare. Finalmente sono arrivati tutti e due. Il boss teneva una vestaglia gialla lucida lucida e teneva i capelli azzeccati col gel. Pareva un principe. Mitrano in confronto a lui mi è parso che era sceso in serie B. Il boss s’è seduto in una poltrona, ha acceso una sigaretta e ha detto: “Tu ti chiami… Aspetta! Vediamo se mi ricordo: Nicola. Giusto?”

“Giusto. Nicola Murrone.”

“E lavori per me da due anni. E’ così?”

“Sissignore. Da due anni e mezzo.”

“E i quibus ti bastano?”

“I quibus?”

“I quibus che ti do io, i soldi, il danaro.”

“Me li faccio bastare. Non mi sono mai lamentato.

“E fai bene. Non ti devi lamentare! Con me chi si lamenta non fa carriera. Tu stai con un fratello e una sorella o mi sbaglio?”

“ Solo con Sisina, mia sorella, perché a mio fratello gli hanno fatto la posta, quando stavano a scaricare la roba e mo sta a Poggioreale.”

“Sono cose che succedono. Poi, più in là vediamo se possiamo fare qualcosa per tuo fratello.”

Girava attorno e non si capiva la ragione per cui mi aveva fatto chiamare e anche con una certa urgenza. Io ero molto teso, perché non avevo nessuna idea di dove il boss volesse andare a parare da un momento all’altro. Finalmente, mentre si accendeva un’altra sigaretta, disse: “Tu lavori con Tonino?”

“Sissignore!”

“E ci vai d’accordo?”

“Veramente non tantissimo.”

“A noi Tonino non ci sta più bene e abbiamo pensato a te per liberarci di questo pidocchio. Tu conosci le sue abitudini e saprai come regolarti. E per quanto riguarda i quibus, non ti faremo rimanere scontento. L’unica cosa, però, è che l’operazione si deve concludere in giornata. Non si deve sforare nemmeno di un’ora. Mi sono spiegato? Ripeto, mi sono spiegato?”

“Si!”

“Meno male. Subito, appena ti sei levato il pensiero, vai a casa sua e parli con la mamma. Ci dici che hai trovato Tonino morto e ti fai un pianto, possibilmente con le lacrime. Hai capito bene?”

“Sì, ho capito”

“ Nico’, se non hai capito proprio bene, è meglio che lo dici adesso, perché dopo potrebbe essere troppo tardi. Come vedi, sto facendo i tuoi interessi.”

“No,no! Ho capito bene.”

“Speriamo. Quando tutto è finito e hai parlato anche con la mamma, telefoni a Mitrano e ci fai sapere. Due parole. Non di più, che è pericoloso al telefono. Qua non ci devi mettere più piede! Parli con Mitrano, ma è come se parlassi con me. Questo lo devi tenere sempre presente. Tie’! In questa busta ci stanno mille euro. Poi, se tutto va bene, ne avrai altri mille. E ora puoi andare, non perdiamo altro tempo!”

Sono uscito con un brutto mal di testa. Prima di prendere la vespa, sono entrato in un bar. “Fammi un cappuccino!” Ho ordinato al ragazzo che stava al bancone. “Senti, tieni per caso un’aspirina?”

“E che vi credete che state in farmacia?”

“Mo, ti sputo in faccia!”

Ha fatto finta di non sentire, poi ha capito con chi aveva a che fare e si è messo a ridere. “Mi dispiace, pillole non ne tengo. Però se vi servono, come girate l’angolo, qua a sinistra trovate la farmacia.”

Appena sono tornato a casa, Sisina mi ha guardato e ha detto che parevo un morto. “E’ cosa da niente. Fammi un’aranciata!”. Mi sono buttato sul letto e mi sono messo a pensare. S’era fatto mezzogiorno. A quest’ora Tonino starà a casa di Nannina, dove giocano a poker. Là si gioca tutta la notte e il giorno dopo fino alle due, sempre così. La posta la devo fare da quelle parti, non è una bella situazione, mi devo stare accorto, non devo fare stronzate. Mi sono alzato ho caricato la magnum 38 special e sono uscito.

Toni’, avevi ragione tu: “Noi questo facciamo. Questo è il mestiere nostro”.

 

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