Sandra Petrignani

Un dolore fisso

Illustrazione di Marco Verrelli

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Quando pensi che se non facevi quello, se non eri partita, se tuo padre non fosse stato moribondo, se solo fossi tornata qualche ora prima, se quel giorno maledetto ti fosse venuta la febbre alta costringendoti a non muoverti di casa nonostante tutto. Qualsiasi cosa, qualsiasi cosa tranne ciò che è accaduto. L’irreparabile, l’orrore. Qualcosa che non hai ancora la forza di dire. Che non dirai mai. Cui non puoi pensare che di sfuggita. Fuggire sempre, ormai, dal ricordo.

Non è stata colpa mia, puoi dire. Il Fato. Quella divinità che gli antichi mettevano al di sopra di tutto. Fatum che, ironia della sorte, vuol dire «ciò che è detto», quel che io però non posso dire. Oggi preferiamo definirlo destino: ha un suono meno… fatale, come se sul destino si potesse ancora agire per cambiarlo, almeno un po’. Mentre il Fato è inesorabile.  Poi ti resta solo la mano vuota, la mano che non ha saputo reggere la fune della tua vita e di quella altrui, le vittime, innocenti creature esposte alla loro irresponsabilità, cancellate per sempre. Per sempre.

Non è stata colpa tua, tu non c’eri. Ma non esserci in certi casi è la colpa più grande. Non c’ero per una ragione seria, mio padre stava morendo. Io ero accanto a lui a cento chilometri di distanza da dove il Fato, non il destino, si stava compiendo. Mentre il destino di mio padre arrivava alla sua fine, il Fato si stava esercitando. Io al padre tenevo la mano nella mia, ascoltavo i suoi farfugliamenti. Riusciva a stringermi la mano – la sua era già fredda, livida – ma non a vedermi. Non mi guardava, guardava fantasmi nell’aria. Non sapeva nemmeno che c’ero, forse. Era inutile stare lì. Qualunque mano sarebbe andata bene per lui. Io dovevo essere altrove. Io dovevo vegliare sulla mia casa, i miei bambini. Nessuno al mio posto poteva farlo. Chi c’era non ha vegliato come avrei fatto io. Con me sarebbero stati al sicuro, non sarebbero morti, non sarebbero morti in quel modo orrendo.

Ecco l’ho detto. Dopo tanti anni, l’ho detto. E se nella vita si può individuare la giornata più brutta della vita, vuol dire che quel giorno non è passato, non passerà più, eternamente presente, sempre oggi. È così la giornata più brutta della vita, una giornata che non passa, un punto dell’universo dove il tempo si è fermato, un dolore fisso accanto al cuore, sopra lo sterno, una sospensione del respiro che però malauguratamente non uccide, ti lascia in vita assente, distratto, mai più come prima, mai più libero di dimenticare la morte, mai più leggero e spensierato, mai più felice, fino in fondo felice di vivere. Perché tanti spariscono dal mondo, ma dipende da come e da chi. Dipende da quanto ti credevi immune, se non dalla morte, dalla tragedia. Perché quel giorno ho imparato la differenza fra la morte e la tragedia. E se alla morte possiamo abituarci, dalla tragedia non si guarisce più. Ogni giorno da quel momento sai che «può succedere anche questo, e può succedere a me». Che anche fosse successo a un altro, sarebbe stato insostenibile. Non avresti avuto parole di consolazione.

Marco VerrelliIo dagli altri, quel giorno, sono stata abbracciata e sono stata aggredita. Grata solo a chi ha pianto disperatamente insieme a me, senza parole. No, non grata, non è possibile provare niente di simile alla gratitudine in quelle condizioni, ma il pianto era l’unico posto dove stare, solitario o comune che fosse. Era l’unico posto, forse lo è addirittura anche oggi, anche se oggi nessuno piange con me. È passato tanto tempo. Gli altri hanno dimenticato. Io no. Io non posso. Io porto intorno il simulacro di me stessa, ingannevole involucro di una sofferenza che non si vede, tollerabile solo come segreto, intoccabile. Non è più la perdita ormai a farmi soffrire, la perdita di ciò che avevo e non ho più. E’ l’aver visto la verità, l’aver visto dentro lo squarcio di che cosa sia capace quel che chiamiamo esistenza, il senso insensato e mostruoso della vita, la grande varietà di dolore riservata alle creature, la loro illimitata vulnerabilità.

E, ecco, la giornata più brutta della mia vita dunque è oggi, come quella di tanti anni fa, e sarà domani, e domani ancora e sempre.

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sandra petrignaniSandra Petrignani, nata a Piacenza ma romana d’adozione, è una delle nostre romanziere più acclamate e apprezzate. Una lunga carriera da giornalista (Messaggero e Panorama) e un esordio narrativo (Navigazioni di Circe, 1987) nel cuore della più feconda esperienza editoriale d’arte di quegli anni: la casa editrice Theoria. Autrice anche di poesie, racconti e reportage (Ultima India, 1996, E in mezzo al fiume, 2010), negli ultimi anni ha portato al massimo livello un genere tra la narrativa e la saggistica con due libri di grande spessore e successo: Addio a Roma, 2013, e Marguerite, 2014.

Verrelli ritrattoMarco Verrelli nasce nel 1961 a Roma, dove attualmente risiede e lavora. Ha esposto in numerose mostre in Italia e all’estero, in particolare a Roma dove ha tenuto la maggior parte delle sue personali, tra le quali, nel 2001, quella ospitata all’Accademia Nazionale di San Luca. Nel 2008 ha partecipato alla XV Quadriennale di d’Arte di Roma svoltasi al Palazzo delle Esposizioni e nel 2012 è stato tra gli artisti invitati alla 54° Biennale di Venezia nel Padiglione Italia.