Raoul Precht

A testa alta

Illustrazione di Giovanni Albanese

Era entrato in campo a cinque minuti dalla fine, quando ormai pensava che sarebbe rimasto in panchina a vedere gli altri disputare l’incontro più combattuto, quello decisivo. Il contributo che poteva dare alla squadra era limitato, capiva le scelte dell’allenatore, eppure a bordo campo fremeva, riusciva a malapena a restarsene seduto accanto agli altri tre. Tre che, come lui, aspettavano solo un cenno della sfuggente divinità.

Quella notte aveva dormito male. Si era rigirato tra le lenzuola cercando di placare l’ansia che si sentiva dentro, e al tempo stesso la carezzava e la blandiva come un animale di cui cercasse di diventare amico. L’ansia alla fine si lasciò irretire, gli concesse qualche ora di sonno agitato, interrotto da lampi di brusca veglia.

L’allenatore l’aveva afferrato per una spalla, gli aveva voltato la testa verso la parte sinistra del campo e sussurrato qualcosa. Lui non capì, ma non se lo sarebbe fatto ripetere per nulla al mondo. Quando la pressione della mano si fece ancora più forte, sgusciò con una mezza torsione del corpo e scivolò in campo, mentre il ragazzo da sostituire crollava sulla panchina, il viso una maschera, la maglietta bianca da strizzare, il corpo tutto teso a conservare lo scarso fiato che gli restava.

giovanni albanesePer un paio di minuti si limitò a tenere la posizione, avanzando con ordine quando la squadra avanzava e retrocedendo rapidamente quando l’allenatore, imprecando, li esortava a difendersi. In pratica, non toccò palla. Riuscì solo ad approfittare di un rimbalzo e a rilanciare verso un compagno più agile di lui, che s’insinuò nella difesa avversaria, schivò un fallo, fece una piroetta e mentre ricadeva sulla schiena segnò con un pallonetto, portando temporaneamente in vantaggio la squadra. Lui, ancora in difesa, vide l’azione da lontano, come dietro un velo. Seppe che aveva fatto il proprio dovere, ma non ebbe il tempo di gioirne. Il capovolgimento di fronte fu infatti immediato. Inevitabilmente, uno degli avversari trovò un varco e pareggiò. Mentre il portiere rimetteva in gioco la palla, per una frazione di secondo lasciò che lo sguardo si perdesse sul tabellone nero. Indicava il punteggio di parità e i secondi che, inesorabili, scorrevano, numeri che gli parvero insensati, arcani.

I passaggi s’intensificarono, il ritmo cambiò. Ora, lo sapeva, il centrale avrebbe cercato d’inserirsi e, se bloccato dal muro degli avversari, avrebbe passato la palla al laterale di destra, non certo a quello alla sua sinistra, non certo a lui, che raramente riusciva a trovare un varco e segnare. Lo sapeva, ma avanzò lo stesso. Poi accadde un imprevisto: il centrale, che non sbagliava mai, perse uno stupido rimpallo, la sfera gli caracollò alle spalle, lesto un avversario se ne appropriò e corse fulmineo verso la porta, mentre tutti lo inseguivano, cercando di ripristinare affannosamente un abbozzo di difesa. Tutti tranne lui. Le gambe non rispondevano all’appello; già al termine del riscaldamento, quella mattina, si era sentito stanco, e questo scatto gli sembrò eccessivo, irrealizzabile. Non avvertì neppure le urla dell’allenatore e dei suoi compagni, che gli intimavano di rincorrere l’avversario e coprire la sua zona, non seguì più l’azione. Intuì che era finita, una stagione buttata alle ortiche. Quasi non vide neppure la palla che, sfuggita all’avversario e raccolta da uno dei suoi dopo un altro, equivoco rimbalzo, tagliava tutto il campo e gli atterrava in mano. Non mancava che una manciata di secondi e lui era solo davanti al portiere avversario. Fece un passo incerto in avanti e tirò subito, senza pensare, per una mossa sbilanciata dell’istinto.

E se sbagliò, sbagliò come accade ai giusti. A testa alta.

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PrechtRaoul Precht è nato a Roma nel dicembre 1960. Vive a Lussemburgo, dove lavora al Parlamento europeo. Bilingue (tedesco/italiano), in qualità di traduttore, ha curato per varie case editrici – Garzanti, Guanda, Theoria ecc. – opere di letteratura spagnola (Quevedo, García Lorca), di letteratura tedesca (Schiller, Handke) e di saggistica (Auerbach, Gerber). Ha pubblicato saggi su Cervantes, Calderón de la Barca, Quevedo, Cortázar, Pasolini e su aspetti di teoria della traduzione. Alcuni racconti e poesie sono apparsi sulle riviste letterarie on-line “Pseudolo” e “Zibaldoni”. Ha pubblicato i romanzi Cacciatori d’innocenza (2002), Il salto (2003) e Senza tracce, muto, come affonda una nave (Foschi, 2008). Del 2011 è Ladro di schiavi, un volume di aforismi, citazioni e riflessioni. Per Gaffi è uscita nel novembre 2012 la riedizione del romanzo Il salto.

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foto Giovanni AlbaneseGiovanni Albanese è artista multimediale e regista, docente all’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 2002 gli è stato assegnato il “Premio Pino Pascali per l’Arte Contemporanea”. Nel 2003 è uscito nelle sale il suo film “A.A.A.Achille”  con cui ha vinto il Giffoni Film Festival. Tra le sue mostre principali ricordiamo le personali al MACRO di Roma nel 2001, al Palazzo Pino Pascali di Polignano a Mare (2002), da Ferran Cano a Barcelona e Palma de Mallorca (1991) e alla Galleria d’Arte Moderna, Bologna “Spazio Aperto” (1998). Inoltre la “XII Quadriennale Nazionale d’Arte”(1996), “Melting Pop” a Palazzo delle Papesse a Siena, (2003), “Art Medail” La Lonja, Palma de Mallorca, (1996), “Italian Contemporary Prints”, Kaohfiung Museum of Fine Arts, Taiwan e “Del Futurismo al laser”, Kunstforum der GrundKreditBank, Berlino. (2001). A Giugno/Luglio 2009 ha esposto al Chelsea Art Museum di New York. Nel 2011 prodotto da Rai Cinema e Lumiere è uscito nelle sale Senza arte né parte, suo secondo lungometraggio ambientato nel mondo dell’arte contemporanea e candidato a due Nastri d’Argento. Con l’opera “Costellazione” è presente alla 54a Biennale di Venezia a Palazzo Bianchi Michiel con La Fondazione Pino Pascali. Nel 2012 per il progetto Re Place 2 realizza un’istallazione luminosa per la zona rossa della città dell’Aquila.