Giorgio Manacorda

Purgatorio

Illustrazione di Laura Barbarini

La vita si alimenta di se stessa. Ognuno di noi si alimenta della vita degli altri. Tutto il resto è irrilevante, ammesso che esista. Finché c’è vita i sentimenti parlano attraverso i dolori del corpo. Un linguaggio come un altro, e non ho fatto altro per tutta l’esistenza adulta che provare a dialogare con il mio corpo (con la mia mente) per capire cosa mi diceva di tanto tremendo. E ora Erica ha un cancro, e per la prima volta io so di essere lei. So che tra me e lei non c’è distinzione. Io sento il suo cancro, quella cosa che è in lei è come se avessi gli strumenti per capirla. E’ lei che ha fatto di me la mia capacità di sentirla. Questo nessuno me lo può levare. Ma, certo, qualcuno mi può levare lei. E io morirò di questo anche se dovessi sopravvivere. Il corpo mi spaventa. Il suo cancro può venire anche a me. Ho combattuto per tutta la vita una sorta di cancro metaforico, una metafora cancerogena.

Laura BarbariniUna metafora che ha il mio nome. Ho combattuto solo e soltanto contro di me. Ho combattuto il mio corpo che voleva morire con la mia mente che mi voleva uccidere. Il mio cancro era – ed è ancora – immateriale. Il suo è materiale. Discende dal corpo di sua madre, mentre il mio discende dalla mente di mio padre. Questo penso mentre il treno mi porta a Milano e non vedo il paesaggio e non vedo la carrozza separato da una parete che una volta serviva a contenere i fumatori. Tento di farmi assorbire dai giornali ma ho un lieve senso di nausea o come un blocco profondo, un limite, un disgusto. Sento una soglia interna che separa il dolore da tutto il resto. Devo essere molto padrone di me e molto adulto. Molto lucido e attento, e capace di porre le domande giuste. Il medico con cui parlerò mi dovrà dire le cose come stanno. Devo sapere ma non voglio sapere, per questo non sono e non sarò lucido. Il taxi attraversa una città grigia e bloccata. L’Istituto Europeo di Oncologia, vetri e mattoni nella periferia milanese. Grandi spazi, sale d’attesa. I malati hanno tempo, loro che non ne hanno. Gli ospedali rubano ai malati il tempo della loro vita che sta finendo. Qui si muore e si aspetta per non morire. La medicina moderna ha inventato il purgatorio. O, meglio, il purgatorio, che era una strana figura teologica, ha preso forma nella vita, esiste nella storia, certo non ha cancellato l’inferno – che alla fine è la migliore definizione di questa vita –  ma lo ha largamente eroso riassumendo l’esistenza nella figura dell’attesa. Temo che questo sia diventare adulti: entrare nel mondo e perderlo.

* * *

foto giorgio manacordaGiorgio Manacorda (Roma, 1941) è docente di letteratura tedesca. Come poeta, venne scoperto da Pier Paolo Pasolini. Come narratore, è stato finalista Premio Strega 2012 con Il corridoio di legno edito dalla Voland. Come giornalista ha collaborato con La StampaLa Repubblica, altri quotidiani e settimanali. Ha condotto alcuni programmi radiofonici di Radio RAI: Il Paginone, Note azzurre, Lampi. Dal 2011 è Vicepresidente dell’Istituto Italiano di Studi Germanici.

 * * *

foto laura barbariniLaura Barbarini nasce a Sao Paulo nel 1956. Allieva di Enzo Brunori, all’Accademia di Belle Arti di Roma, inizia ad esporre negli anni 80, orientando la sua ricerca nella direzione di una pittura evocativa, mantenendo costante il  legame con la tradizione e la memoria. Una forte componente interiore caratterizza il suo lavoro. Negli ultimi anni il soggetto delle sue opere sono la natura e il paesaggio, espediente per indagare il paesaggio spirituale dell’animo umano. Ha partecipato a numerose rassegne di arte contemporanea e le sue opere sono presenti in musei e collezioni private in Italia e all’estero.