Daniela Matronola

La spilungona

Illustrazione di Giovanni Albanese

° ° °

Dopotutto una figura leggiadra. Una spilungona. L’ho vista incedere con passo maestoso, tutta avvolta nel bianco di un piumino, lungo fino ai piedi e rifinito di piume di struzzo. Una divina.

Lei a entrare e io a uscire. Come ci si stesse scambiando di posto. Una specie di staffetta.

Non è che io lo dica adesso, col senno di poi (di cui son piene le fosse eccetera): l’ho pensato proprio in quel momento, cioè l’ho capito all’istante. Certo, per sapere e comprendere bisogna avere un buon numero di dati, ma in fondo il trucco sta nel sorprenderli nel loro contesto: l’intuito compone il quadro e ‘vede’, senza perdere tempo in analisi. La chiamano sintesi a-priori, no? Comunque tutta ‘sta filosofia me la faccio fritta…

Magari il trucco vero è che lei fuma, come certe dive del cinema d’altri tempi.

Alla fine le vere relazioni, quelle che hanno senso, sono le relazioni sociali, più che le relazioni personali.

Io non la penso così, per niente. Mi pare però che a pensarlo sia sicuramente tu. Di più, a viverlo.

Lei fuma con fare elegante. Non usa il bocchino ma è come se lo avesse, anche l’aplomb è da Greta Garbo.

Tra l’inespressività spaventata della Garbo e l’impassibilità aggressiva di Marlene Dietrich.

Ovviamente tu, a questo punto, diresti: Che esagerazione! Certo, bella, è bella, eh!

Guarda, mi sembra proprio di sentirti. Come mi pare di sentire anche me che mi precipito a contraddirti:

Dici? A me sembra un rapace. Non mi stupirei se, una volta scalza, ai piedi, al posto delle belle dita lunghe e laccate di rosso, avesse artigli affilati.

Mi è bastato vederla entrare nel cortile con passo sapiente, politico e cauto. Mi ha guardata: eravamo solo noi due in un decoroso deserto di cemento – mi ha sorriso col classico sguardo di chi ti sta regolando.

Quello sguardo me lo sento addosso. Uno sguardo che ti penetra, ti indaga, da cui non ti puoi difendere.

Ero sola là fuori a vedermela con lei e tu non eri lì con me. Poi, quando ci sei stato, non hai mosso un dito.

E non spacciarmi una delle tue solite patacche: che non hai capito, che non ti sei reso conto, che non ci stavi con la testa… Anzi m’è sembrato che in quei giorni l’avessi proprio perduta, la testa.

Quelle sere ti stordivi con del rosso buono, brandivi le bottiglie come un personaggio da film americano…

Estasi- 2000Ecco, hai visto troppi film, questo è il guaio. Io non te l’ho chiesto se eri tu ad aver perso la testa, tanto non lo avresti mai ammesso, avresti sicuramente ‘dichiarato alla stampa’ che era lei in quei giorni ad aver perso la bussola… Va bè, lo vuoi sapere? A quel punto sai che ho fatto? Ho abbandonato il campo. Ecco perché mi hai rivista solo il giorno dopo, e fino a quel momento non una chiamata, non un messaggio, non uno squillo. Questa è semplicemente grandezza, via, puoi riconoscermelo, dopo tutto questo tempo, e a bocce fredde.

Le ho lasciato campo libero.

E sai perché? Perché bisognava pur metterti alla prova. Bisognava pur capire tu, TU, che cosa volevi.

Capire TU cosa provassi. Meglio, SE tu fossi capace di provare qualcosa. Ecco, la vera indagine è questa.

Io la vado svolgendo da tempo. Intendo, è sufficiente essere vivaci per dimostrare d’avere un’anima?

La vivacità esaurisce o no tutta l’esplorazione dell’anima? Se l’anima appare viva, questo è segno che c’è?

E la mutevolezza? La cautela? L’opportunismo? L’inclinazione al rapido adattamento? Sono segni di cosa?

Di darwinismo spirituale? Di sagacia sociale? Di equilibrismo sapiente tra ciò che provi e ciò che consegui?

Allora, IO ho lasciato libero il campo e non so in mia assenza cos’è successo. L’ho visto il giorno dopo.

Gli allacci. Ah, brutti allaccioni! Pappa e ciccia, proprio: culo e camicia, dice. Come due sodali? O due soci?

Come due. Due contro tutti. Con una terza che regge e filtra. Ah, che assetto prodigioso. Quasi invidiabile!

Una squadra perfetta, pronta a battersi col mondo. E non eravamo noi, noi due, a doverla formare? Vedi?

Il tuo guaio è il calcio. È credere che il gioco di squadra per essere perfetto richieda sempre una campagna acquisti senza risparmio, di sostanze come di riguardi. Eh, il tuo problema vero è la stoffa da campione.

Il tuo vero errore è brigare a comporre solo e sempre la prima squadra. Ma lo sai, così, quanti campioni ti perdi per strada? Lo sai che sono preziosi pure quei pedalatori che macinano gioco senza farsi notare? Non ti risulta che c’è tutto un traffico a centrocampo e poi lungo le fasce che frutta lanci in porta e assist per le punte? Lo sai sì! E costei come la rubrichiamo? Una prim’attrice! Una star! E il gioco tra voi? Espressionista!

Te la dico tutta: tempo dopo fu lei a convocarmi, per chiedermi conto. Che affronto! E che sfrontatezza! Un gesto da vero animale dominante. Doveva sortirne un duello, eppure subito si trasformò in un confronto sincero e leale, una sfida subito ricomposta in una specie di corrente femminile da cui emerse anche che in realtà lei non era LEI, ma solo la donna dello schermo. Tutto era stato ben condotto sul filo di un equivoco, magistralmente orchestrato… da te, naturalmente, che sai tenerti al sicuro per salvaguardare le gambe, sai tirare in tempo i piedi indietro in area di rigore, dove vertiginosamente, a questo punto è chiaro, ami a tuo rischio spingerti. Com’era la battuta di Grisù, il draghetto pompiere, che ti faceva tanto ridere e ti piaceva riesumare dai tuoi anni di bambino? Il pericolo è il mio mestiere… Cioè, tu sei uno che determina i fatti mentre finge di subirli, e intanto guadagni tenerezze, le susciti con sapienza. Insomma sei astuto, un dritto: mai innocente e senza colpe. Uno ganzo, capace anche di fare solo un male lieve, mediocre, persistente e non perseguibile. Comune e devastante. In sintesi un imbecille, e un crudele mentale. Non per cadere in piedi, ma quella brutta sera, per non dire del giorno seguente, avrò anche dovuto sorbirmi quella specie di cambio della guardia con cui mi hai destituita come si sostituisce un giocatore in partita, ma caro mio, t’ho conosciuto finalmente.

* * *

daniela matronola

Daniela Matronola (Cassino, 1961) abita e lavora stabilmente a Roma dal 1990.Ha pubblicato: Cartolina Da Parigi (1999, opera fotopoetica con prosa finale in mostra nel 2004), Il Luogo Dell’Appuntamento (Manni 2002, Premio Alghero Donna Poesia 2003), Partite – Romanzo In Tre Movimenti (2010, Premio Il Paese delle Donne 2011). Ha collaborato alla Scuola di Scrittura e alla rivista Omero dal ’92, ha tradotto recensito e intervistato molti scrittori stranieri, specie anglofoni, Ha collaborato a varie testate nazionali. Collabora alla rivista Leggendaria.

 

Giovanni Albanese fotoGiovanni Albanese è artista multimediale e regista, docente all’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 2002 gli è stato assegnato il “Premio Pino Pascali per l’Arte Contemporanea”. Nel 2003 è uscito nelle sale il suo film “A.A.A.Achille”  con cui ha vinto il Giffoni Film Festival. Tra le sue mostre principali ricordiamo le personali al MACRO di Roma nel 2001, al Palazzo Pino Pascali di Polignano a Mare (2002), da Ferran Cano a Barcelona e Palma de Mallorca (1991) e alla Galleria d’Arte Moderna, Bologna “Spazio Aperto” (1998). Inoltre la “XII Quadriennale Nazionale d’Arte”(1996), “Melting Pop” a Palazzo delle Papesse a Siena, (2003), “Art Medail” La Lonja, Palma de Mallorca, (1996), “Italian Contemporary Prints”, Kaohfiung Museum of Fine Arts, Taiwan e “Del Futurismo al laser”, Kunstforum der GrundKreditBank, Berlino. (2001). A Giugno/Luglio 2009 ha esposto al Chelsea Art Museum di New York. Nel 2011 prodotto da Rai Cinema e Lumiere è uscito nelle sale Senza arte né parte, suo secondo lungometraggio ambientato nel mondo dell’arte contemporanea e candidato a due Nastri d’Argento. Con l’opera “Costellazione” è presente alla 54a Biennale di Venezia a Palazzo Bianchi Michiel con La Fondazione Pino Pascali. Nel 2012 per il progetto Re Place 2 realizza un’istallazione luminosa per la zona rossa della città dell’Aquila.

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