Andrea Pomella

La cosa che mi è successa

Illustrazione di Alessandra Giovannoni

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I miei si separarono nel 1980. Mi comunicarono la decisione un pomeriggio, all’ora del crepuscolo. La casa era soffusa di una luce radente che filtrava dai buchi della serranda. Avevamo un divano e due poltrone color fegato, mio padre e mia madre erano seduti l’uno di fronte all’altra, io stavo nascosto dietro il muro che separava il soggiorno dall’ingresso. Non distinguevo le parole, ma in un certo modo ne conoscevo già il significato. Si accorsero di me. Mamma disse a voce alta: “Vieni, non c’è bisogno che ti nascondi”. Così uscii allo scoperto e andai ad accucciarmi in mezzo a loro. C’era un bel silenzio, fuori i rumori della borgata si fondevano come oro. Non chiesi niente, restai muto. Mi guardarono come se fossi un condannato a cui stavano per mozzare la testa.

Il 1980 fu un anno di grande musica, uscirono dischi come In The Flat Field dei Bauhaus, Closer dei Joy Division, Gentlemen Take Polaroid dei Japan. Ma a casa mia c’erano solo gli lp di mio padre, una quantità di musica che mi sembrava vecchia già allora. La luce era calda, quel brusio rendeva l’aria irrespirabile. Non riuscivo a sopportare quel loro modo così pacato di chiacchierare, così diverso dai soliti putiferi che si scatenavano in casa nostra ogni sera, quando mi sdraiavo con mia sorella sul letto grande per guardare i cartoni in Tv, e con l’orecchio teso alla cucina li sentivo scannarsi.

GiovannoniAppartengo, credo, alla prima generazione dei figli di divorziati. In Italia per tutti gli anni Settanta e nei primi anni Ottanta un figlio di divorziati era un’autentica rarità. Nelle classi che frequentavo ero l’unico a non vivere con entrambi i genitori. I ragazzini mi guardavano come un animale strano, gli insegnanti non sapevano come comportarsi. Il divorzio dei miei era la cosa che mi è successa. Non c’era un altro modo per definirlo. Avevo la sensazione che le probabilità che potesse accadere fossero le stesse che un meteorite mi precipitasse dritto sulla testa. Era un fatto che era capitato solo a me; e a nessun altro prima di me.

Se ripenso a tutto ciò che è venuto in seguito, non vedo altro che alienazione. È come se, da quel giorno, si sia prodotta in me una separazione psichica tra il prima e il dopo, e abbia cominciato a vivere una specie di sindrome dell’arto fantasma, quella sensazione di persistenza carnale che provano le persone che hanno subìto l’amputazione di un braccio o di una gamba. Avevo in mente ancora lo schema corporeo dei miei affetti, ma non lo ritrovavo più nella realtà. E questo mi provocava dei continui salti nel vuoto.

Crescendo ho sviluppato problemi di socialità, una continua insensata voglia di isolamento. Spesso i nervi mi si contraggono, i pensieri si increspano e il cervello diventa come una pelle cicatrizzata dopo una bruciatura. Ho avuto tutta una vita per rifletterci, e oggi sono convinto che ogni mia insicurezza tragga la sua origine dal giorno in cui i miei mi comunicarono la decisione di separarsi. Saprei spiegare razionalmente come si comporta il mio cervello quando sto in mezzo alla gente. A volte mi sento disinvolto, riesco a parlare con una certa naturalezza. Poi tutta la mia energia sociale va giù di colpo, la concentrazione si impantana come le ruote di un’auto in mezzo alla neve. E non sono più capace di stare in pace con me stesso e con gli altri. Comincio a sentirmi infinitamente più fiacco degli altri, più vulnerabile. Mi convinco di non essere all’altezza della situazione, di avere dentro un guasto congenito che mi rende il più fesso del mondo. Tra i casini che mi ha lasciato in dono il divorzio dei miei, questo è un punto tra i più rilevanti: un figlio di divorziati ha l’autostima di un lombrico.

Diversi studi sostengono che esiste una maggior propensione al suicidio nei figli dei divorziati. Kurt Cobain, prima di rinchiudersi in una serra e spararsi un colpo in testa, ha dichiarato: “Dopo il divorzio dei miei sono diventato asociale. Volevo disperatamente una famiglia classica. Madre. Padre”. Altri studi parlano della propensione agli attacchi di panico. Qualche anno fa l’International Journal of eating disorders ha indicato i crescenti legami con disturbi alimentari come l’anoressia e la bulimia. Ma non credo che ci sia una correlazione stretta tra l’avere dei genitori divorziati e diventare qualcosa o qualcuno. I genitori di Monte Rissell divorziarono quando lui aveva sette anni, lui fu affidato in custodia alla madre, ma piangeva spesso implorandola di lasciarlo andare a vivere col padre. Monte Rissell è un serial killer, le vittime dei suoi omicidi sono tutte prostitute, gli psicologi dicono che l’atto di uccidere lo aiutasse a scaricare la rabbia che covava nei confronti delle donne. Anche i genitori di Obama divorziarono quando lui aveva tre anni. Quello che voglio dire è che con me la catastrofe familiare non ha funzionato. Non sono diventato una stella tormentata del grunge, né un omicida seriale, e neppure il presidente degli Stati Uniti d’America.

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Andrea Pomella Andrea Pomella è nato a Roma nel 1973. Scrive su IlFattoQuotidiano.it. Ha pubblicato monografie su Caravaggio e su Van Gogh, il saggio sulla povertà 10 modi per imparare a essere poveri ma felici (Laurana, 2012) e il romanzo La misura del danno (Fernandel, 2013)

Alessandra GiovannoniAlessandra Giovannoni, dopo gli studi di architettura e scultura, si è concentrata sulla pittura, più congeniale alla propria ricerca incentrata sulla luce e sulla visione istantanea della realtà. Ha vinto numerosi premi e alcune sue opere sono state acquisite da musei italiani. Hanno scritto di lei Lorenza Trucchi, Maurizio Calvesi, Augusta Monferini, Lea Mattarella, Marisa Volpi, Maria Grazia Tolomeo, Marco Di Capua, Lorenzo Canova.