Alessandro Zaccuri

La cilena

Illustrazione di Alfredo Zelli

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Il giorno più brutto arriva alla sera. È una telefonata dall’ospedale, è lei che peggiora, è una voce che mi dice: tu resta a casa. Il giorno più brutto sono io che obbedisco, vent’anni fra tre settimana e non so perché, ancora adesso non lo so perché non ho detto: no, voglio esserci anch’io.

Il giorno più brutto ha una data, la più strana del calendario. Il 28 febbraio del 1983. Almeno non è bisestile, quest’anno, altrimenti ci sarebbe stato il rischio che mia madre morisse il 29, in un tempo fantasma che si manifesta a scadenza fissa, come in un cattivo romanzo gotico o come in quel vecchio film, Brigadoon, che piaceva tanto a mio padre: il villaggio che ogni cento anni, per un solo giorno, si risveglia dalla nebbia, per il resto del mondo è trascorso un secolo, per gli abitanti è appena passata la notte di ieri. Mia madre sarebbe morta ogni quattro anni e io ci avrei messo ancora di più a raggiungere la sua età, a superarla, a diventare qualcosa di simile a un fratello.

ZelliSi è ammalata da meno di un anno, a Pasqua dell’82. L’influenza l’ha lasciata debole, ma gli esami del sangue vanno benissimo, dice il medico: di che cosa si preoccupa signora. Più tardi si scoprirà che si era sbagliato, aveva letto la colonna dei valori di riferimento, non quella dei dati di mia madre. Per il resto è un uomo scrupoloso, impegnato nell’Ordine della sua professione. Se non c’è la marca da bollo la ricetta non vale, spiega sempre. L’interpretazione dell’emocromo, evidentemente, non richiede prassi specifiche. Si può fare anche in carta libera.

Gli esami, in realtà, sono un disastro. Ricovero al Policlinico, d’urgenza. Il parere di un altro medico, che ha fatto il tirocinio in ematologia e capisce subito. Il resto, se mai avete avuto un malato in casa, lo sapete già: si aspetta la diagnosi precisa, ci si aggrappa alla minima sfumatura, come se la leucemia potesse arrendersi davanti all’ambiguità degli aggettivi, davanti a un grecismo appena più sofisticato. Le cure, la chemio. Le compagne di stanza, tra cui una ragazza che ha un paio di anni meno di me, viene dalla Toscana, quando entra in ospedale ha ancora le guance rosse. Non una bellezza, forse, ma ha un viso tondo, gentile. Le amiche, che un giorno prendono il treno per venirla a trovare, non capiscono, scherzano come se fossero in gita. La suora le lascia fare, la stessa suora che qualche tempo dopo, quando la ragazza morirà nella notte, darà un colpo al carrello dei medicinali, mandandolo a sbattere contro il muro, che anche Dio conosca l’ira del giusto. Tutta la teologia che ho studiato dopo non è riuscita a insegnarmi quello che il gesto della suora mi ha insegnato: se credi in Dio, lo chiami a contesa. Non c’è fede fuori dalla fede di Giobbe, fuori dal grido di Gesù che lamenta di essere stato abbandonato sulla croce.

Mia madre, all’inizio, ce la fa. Nell’estate del Mundial, mentre Paolo Rossi umilia un Brasile disarmato e nervoso, lei perde i capelli, riacquista un po’ di forze. Torna a casa lo stesso giorno dei miei orali alla maturità, un 20 luglio afoso e bellissimo. Entro in casa, lei è seduta a tavola, le racconto come è andata. Per la prima volta, dopo mesi, non c’è fra di noi l’odore stanco degli ospedali. Non sono mai più riuscito, da allora, a leggere un libro o guardare un film che pretenda di raccontare la malattia e non metta in conto quel miasma sottile, farmaco e veleno assieme. Io non li sopporto, i malati carini. Io sto e starò per sempre con la mia suora ribelle.

All’inizio ce la fa, ma l’estate passa in fretta. L’autunno porta il day hospital e una volta la accompagno anch’io, seguo le istruzioni di mio padre e ho un libro da leggere intanto che a lei somministrano la chemio. Ho dimenticato il titolo, ricordo invece il gettone per chiamare il taxi, le indicazioni all’autista perché non si perda nella cittadella dell’ospedale, la paura di aver sbagliato qualcosa, il sollievo di vederla sistemata, sorridente e stanca, su quel sedile in fintapelle.

La ricoverano di nuovo a fine gennaio, non è proprio una ricaduta, c’è solo bisogno di calibrare le medicine. Non va così e non è colpa di nessuno. Al piano di sopra, al reparto maschile, muore il politico famoso al quale, più tardi, il padiglione sarà dedicato. La sera del 28 febbraio io resto a casa, aspetto. Il televisore spento, i libri d’arte sfogliati nell’attesa. Penso che sia in quel momento, mentre combatto contro la paura e la vergogna, che Jackson Pollock diventa il mio artista preferito.

C’è un’altra telefonata, la conferma che tutto è finito. La voce che dice: resta lì, e io ancora una volta, assurdamente, obbedisco. La notizia si sparge, qualcuno arriva a portare consolazione, a dire di avere coraggio, che il dolore più cane non ha ancora iniziato a mordere. Arriva anche il mio amico, l’amico di sempre. Dice una frase, l’unica che, fra le tante di quella notte, non ho mai dimenticato.

Tua madre era bellissima, sembrava una cilena.

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ZaccuriAlessandro Zaccuri (1963) è giornalista del quotidiano “Avvenire”. Ha esordito come narratore nel 2003 con Milano, la città di nessuno (L’Ancora del Mediterraneo, premio Biella Letteratura e Industria). I suoi romanzi, tutti editi da Mondadori, sono Il signor figlio (2007, premio Selezione Campiello), Infinita notte (2009) e Dopo il miracolo (2012, premi Basilicata e Frignano). Il suo sito è www.alessandrozaccuri.it

foto alfredo zelliAlfredo Zelli è nato a Roma, dove vive e lavora. Inizia ad esporre nel 1986 in mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero. Questa attività è intervallata da un lavoro di organizzazione di esposizioni e promozione culturale insieme ad un gruppo di amici artisti. Motivo costante del suo lavoro è la ricerca di una sintesi stringente fra pittura e scultura.