Ilaria Palomba

La casa abbandonata

Illustrazione di Maurizio Pierfranceschi

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Lui mi stringeva forte. Ricordo quei cani, le urla, quel pomeriggio, la casa abbandonata, mio padre li prendeva a calci e legnate ma non era sufficiente.

“Scappa!” diceva “scappa!”, ricordo la campagna sgretolarsi alle mie spalle, quel bosco, l’odore di brina, gli alberi dai tronchi grigi, la loro ombra oscurare la terra, il canto dei grilli, il sole dietro gli uliveti e la notte senza ombre, ricordo il cancello chiuso di casa, mia madre, quante volte mi ha detto “tuo padre…” con quel tono di rimprovero, ricordo il braccialetto porta fortuna. Me l’aveva regalato lui, quel mattino.

“Non toglierlo mai”, mi aveva detto. “E non uscire prima delle quattro, non uscire mai prima delle quattro di pomeriggio, le strade di campagna sono deserte e ci sono i cani randagi.”

Poi avevo visto la bambina dai capelli corvino, potevo vederla soltanto in assenza di tutti. Si nascondeva tra i cespugli e i tronchi. La inseguii con la macchinina elettrica fino a che la sterpaglia non fu troppo alta.

“Ehi!”

Lasciai la macchinina e la inseguii a piedi, con il rancore e la curiosità che si addice ai bambini. Lei si mise a correre come spaventata.

“Ehi, aspettami!”

La inseguii fino all’altro capo della casa abbandonata, sul pavimento di vetri, terreno, mattonelle dismesse, macerie. La bambina correva troppo veloce e io avevo l’affanno. Mi poggiai alle giunture di quella che una volta doveva essere stata una porta.  La bambina non aveva contorni delineati, come fosse stata un disegno, sgretolandosi le vesti, si confondeva con la penombra dei ruderi. Osservai la sua sagoma svanire tra i campi di grano. Pezzi di cemento nel bosco. Feci lunghi respiri ingoiando il fiato e tastando il punto della mia gola da cui sembrava, da un momento all’altro, schizzare fuori il bene e il male contenuti nel torace.

Il cicaleccio sugli alberi, il rumore delle pietruzze schiacciate dai piedi. L’ululato di un cane randagio. O sono più cani randagi?

Una volta ripresa dall’affanno, ancora sudata e con un martello nella cassa toracica, uscii dal casolare dismesso, c’era ancora la mia macchina elettrica oltre lo steccato. Il sole era un occhio rosso su una distesa di azzurro sterminata. Gli ululati, non erano abbai, erano ululati, aumentavano e sembravano avvicinarsi. Avvicinarsi. Salii di corsa sulla macchina rossa elettrica. Girai rapida le chiavi mettendo in moto. Cercai di rimettermi sul sentiero. Quello da cui ero venuta. Non volevo voltarmi. Non volevo sapere se i cani mi stessero davvero inseguendo. Volevo solo tornare a casa.

PierfranceschiLo ricordo come fosse ieri. Come fosse ieri. Metto in moto l’auto-giocattolo. Non parte. Sono sempre più vicini. Li sento ululare. Non abbaiano. Ululano. È un grido. Sento il puzzo del loro fiato. È una bora che scuote le foglie, cambia loro il colore. Giro la chiave due tre quattro volte, avverto l’urto del martello, il bene e il male hanno ricominciato a lottare.

Sono a un passo da me. Hanno l’odore delle caverne. Vorrei smettere di battere i denti. L’auto si mette in moto. Li distanzio. Avanzo di qualche metro senza tuttavia seminarli. Spingo il piccolo pedale della macchinina elettrica più che posso. Non ho quasi nessuna possibilità. Il cielo si fa più scuro, igneo. Il sole sta tramontando. Un groviglio di nuvole-conchiglia arroventate sul grano, una polvere nera addensa il cielo, un Van Gogh. Il ringhio e l’ululato m’inseguono, m’inseguono. S’infilano nel corpo, sotto pelle, fino alle ossa. Gelo.

Corrono dietro le ruote. Dallo specchietto retrovisore posso vedere le fauci di uno di quei lupi scheletrici: caverne gigantesche, i denti: spade affilatissime. Il motore s’inceppa, la macchinina elettrica sbotta come tossisse. Si ferma.

Sono a pochi metri. Il loro ringhio mi atterrisce. Con un balzo scavalco l’auto e comincio a correre. Corro più che posso. Non vedo altro che campagna, alberi d’ulivo,  uno dopo l’altro, cielo e terra aggrovigliati in quel dipinto, e il buio che cala sempre più fitto. In lontananza le luci della strada con una parvenza di villaggio. Devo raggiungerlo. Posso farcela. Mi sento strappare la maglietta di dosso. L’alito caldo sulla pelle. Qualcosa di umido addosso. Stringo gli occhi e vorrei lanciare il bene e il male fuori dal torace.

“Aiuto!” provo a gridare. Non ho più fiato nei polmoni. L’affanno mi divora prima dei lupi. Mi vedo divenire carne a pezzettini tra i denti di quelle bestie.

“Aiuto! Aiuto!” Singhiozzo. Un altro pezzo di maglietta viene via. Cado e quasi non me ne accorgo. Qualcosa mi ha spinta via. Mani umane.

Ringhiano e ululano, i cani-lupo. Chiudo gli occhi. Mi sbranano. Mi sbranano. Poi all’improvviso sento una voce maschile gridare:

“Via! Via!” Riapro gli occhi. Mio padre. Da dove è sbucato fuori?

“Scappa, Maya, corri!”

“Papà!”

“Scappa, Maya, perdio!”

I lupi sono tutti su di lui. Dall’altra parte, sul sentiero, la bambina dai capelli corvino, fissa, come l’effigie di un santo.

“Vieni Maya, vieni qui.”

“Aiuto, aiutami! Aiuta mio padre!”

“Vieni Maya”, grida la bambina.

“Papà!”

“Scappa, Maya! Scappa.”

Comincio a correre senza voltarmi indietro. Comincio a correre, correre forte. Non mi volto. Alla fine della strada è già notte. I rami degli ulivi, in alto, intrecciano le finestre cieche della casa abbandonata, sono guglie, e il grano nero nella notte è mare, come fiaccole le stelle sovrastano l’oscurità.

La bambina mora mi prende per mano ed è insolita la sua presa, come fosse fatta d’aria. Non ne sento la pressione. Comincio a piangere a singhiozzi profondissimi che partono dallo stomaco.

“Perché piangi, Maya?”

“Il mio papà!” mi metto a urlare.

“Non piangere, Maya, ora sei al sicuro.”

Mi volto verso la campagna. Si sente solo il vento. Non i lupi. Non mio padre. Solo il vento che ulula adesso al posto di quelle bestie.

“Il mio papà!”

“Non piangere, Maya, ora sei al sicuro.”

Mi volto verso la bambina.

“Chi sei?”

Sono sola sulla strada di casa. Non so più distinguere i piani. Tutto si è mischiato. A gran voce li chiamo.

“Mamma? Papà?” Non c’è nessuno.

Una voce continua a rimbombarmi nei timpani.

“Non piangere, Maya, ora sei al sicuro.”

* * *

ilaria palomba2Ilaria Palomba è nata a Bari nel 1987, laureata in Filosofia e vincitrice di una borsa di studio per il CeaQ presso la Sorbonne nel 2011-2012, ha elaborato un saggio sulla postmodernità e le arti performative. Ha pubblicato il romanzo Fatti Male (Gaffi 2012), tradotto e pubblicato in tedesco per la Aufbau-Verlag con titolo Tu dir weh; la raccolta di racconti Violentati (ErosCultura 2013), la raccolta di poesie I Buchi neri divorano le stelle (Arduino Sacco 2011), il saggio Io sono un’opera d’arte, «Viaggio nel mondo delle performance art» (Edizioni del Sud, 2014), il romanzo «Homo Homini Virus» (Meridiano Zero, 2015).

maurizio pierfranceschiMaurizio Pierfranceschi vive e lavora a Roma. Pittore e scultore,  è stato allievo di Emilio Greco e di Lorenza Trucchi. Ha recentemente reintrodotto nella sua pittura, dopo un lungo periodo dedicato all’astrazione, elementi figurativi. Ha partecipato alle principali manifestazioni di arte visiva sul territorio nazionale e ha preso parte a numerose rassegne internazionali.