Filippo La Porta

In alto i calici

Illustrazione di Giorgio Ortona

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“In alto i calici, brindiamo tutti al nuovo, strepitoso romanzo di Umberto Eco: evviva!”. L’atmosfera era eccitata, e la gente intorno al lungo tavolo dispensava larghi sorrisi pieni di fiducia. Quando anche io gridai “Evviva” con in mano la coppa di  spumante rosé mi sentii però un verme, un traditore, un infame. Avevo tradito i miei lettori, il mio mestiere, me stesso. Ma come, dopo aver scritto articoli e articoli contro il semiologo con pipa e bestseller incorporati, mi trovavo lì a festeggiare l’uscita del nuovo romanzo in compagnia dell’autore, assaporando la spuma lieve di un morbido Franciacorta! La serata era cominciata verso le otto in un raffinato ristorante torinese accanto alla Mole Antonelliana, con la cena offerta dalla Bompiani all’interno delle manifestazioni del Salone del Libro, appunto in onore di Eco. Mi trovavo lungo la tavolata con a  fianco lo scrittore Antonio Scurati, che mi intimava all’orecchio di affrontare a viso aperto il mio “nemico” letterario. Eco era seduto a capotavola, a distanza di tre o quattro persone da me, e indossava un cappello nero dalle larghe falde, vagamente minaccioso, che mi evocava il dottor Balanzone. A un certo punto, dopo l’antipasto con funghi e tartufi, decisi di raccogliere tutte le mie forze e di provare – spericolatamente – a uccidere il minotauro. Volevo chiedergli, provocandolo, se i suoi romanzi nascessero più da una reale esperienza di vita o da una bibliografia universitaria. Allora mi voltai verso di lui e lo apostrofai: «Senta, caro Eco…». Non mi sentiva, c’era troppo rumore nel ristorante, e lui era distratto da altro. Allora, disperatamente, ritentai.

E fu in quel momento che vidi che Eco stava riassumendo in inglese la trama del nuovo romanzo alla signora alla sua destra (molto divertita), editor della Random House, poi si mise a raccontare in tedesco un’arguta barzelletta epistemologica al professore alla sua sinistra (rinomato studioso di Wittgenstein, visibilmente esilarato), poi ancora improvvisò un ingegnoso anagramma in francese destinato a una ragazza seduta accanto a me (una giovane traduttrice parigina dei libri del Nostro, anche lei stregata). Eco era in formissima. Spigliato, inesauribile, spumeggiante. Come nei suoi romanzi, neanche la più minuscola depressione sembrava avere alcun diritto di cittadinanza nel suo stile di comunicazione.

OrtonaQuando volli chiamarlo la seconda volta aprii la bocca ma – in verità – non ne uscì alcun suono. Divenni improvvisamente afono, colto da afasia (quasi un ictus della personalità, ammesso che esista una sindrome di questo tipo). Arrivati al dolce – una sontuosa torta di pere al cioccolato – Eco mi guardò sorridendo, simulando qualche vaga curiosità, e mi chiese un po’ svogliatamente, per pura cortesia, chi fossi. Così gli sillabai il mio nome, ma volutamente a bassa voce, e un po’ storpiandolo, per non poter essere identificato. Scurati mi osservava sempre più severamente. Mi incamminai lungo il Po in direzione dell’albergo. L’aria sembrava molto più umida di quanto fosse giustificato dalla primavera. Mi sentivo umiliato. Per consolarmi mi ripetevo il monito brechtiano del Galileo: «Beato il paese che non ha bisogno di eroi». In fondo mica uno è tenuto a fare l’eroe, ad andare allo sbaraglio in una cena cultural-mondana, rischiando di essere disarcionato dal romanziere-professore, e dai suoi calembour fulminanti. Eppure mi risuonava implacabilmente anche l’altra frase, stavolta shakespeariano, tratta dal VI atto di Amleto: «Essere grandi significa scendere in campo per un nonnulla, quando è in gioco l’onore». Quella sera il mio onore venne proditoriamente messo alla prova. Ed io non scesi in campo. Mi aspettavo – nella vita – di affrontare grandi prove, battaglie epiche, nobili tornei, e invece  quella volta mi ritrassi di fronte a un nonnulla. Ma era davvero perduto, l’onore?

Da allora è cambiata la percezione che ho di me stesso. Non mi vedo più come un insieme compatto, granitico. Anzi: ho scoperto di essere fatto di una materia porosa, densa e impalpabile come la spuma del prosecco. In ciò – credo – immodificabile. La mia identità si allargava – una volta per sempre – a comprendere anche ciò che la coscienza morale vorrebbe espungere da sé. Il mio io ospitava stabilmente il suo doppio, come un indesiderato passeggero clandestino. Non mi illudo. So infatti che brinderò a Eco altre cento, mille volte, gridando – pavidamente – «Evviva». E so anche che continuerò però a stroncare i suoi romanzi-videogame. Provai allora a raccontarmela in un modo un po’ meno disonorevole: forse il temerario don Chisciotte contiene dentro di sé un indolente Oblomov. Quella che potrebbe essere scambiata per vigliaccheria stinge allora in una invincibile accidia,. Ho una mente intellettuale attratta dal conflitto e dalla polemica, ma la mia natura è refrattaria alla lotta, e anzi è continuamente tentata dalla diserzione, dalla ritirata. Questo l’unico argomento a – parziale – discolpa.

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filippo-la-portaFilippo La Porta, critico e saggista, è nato a Roma, dove vive. Collabora a quotidiani e riviste, tra cui il Domenicale del Sole24oreCorriere della seraIl Messaggero, l’Espresso. Tra i suoi libri ricordiamo: La nuova narrativa italiana, Bollati Boringhieri 1995; Maestri irregolari, Bollati Boringhieri 2007; Dizionario della critica militante (con Giuseppe Leonelli),  Bompiani 2007; Meno letteratura, per favore, Bollati Boringhieri, 2010; Un’idea dell’Italia. La cronaca nazionale nei libri, Aragno, 2012; Pasolini, Il Mulino, 2012; Poesia come esperienza. Una formazione nei versi, 2013; Roma è una bugia, 2014.

Giorgio OrtonaGiorgio Ortona è nato a Tripoli nel 1960. Si è laureato in architettura all’Università di Roma e ha poi seguito un corso internazionale di pittura a Cadice sotto la direzione del suo maestro A. López García. Pittore figurativo e realista con una «evidente aspirazione all’astrazione», dipinge paesaggi urbani, ritratti di composte figure umane, nature morte, il cui tratto poetico principale è l’incompiutezza. Tra le sue opere: la serie di ritratti in olio su tavola di Padre (2002-03) e di Sidney (2009-10); i paesaggi, sempre in olio, Cantiere Pantanella (1999; collez. MACRO). Nel 2011 ha partecipato alla 54a Biennale di Venezia.