Silvio Perrella

Il vulcano senza nome

Illustrazione di Vasco Bendini

Si può dire che lo guardi quasi tutti i giorni. E’ sempre dietro i vetri della finestra del salone, quella accanto alla piccola scrivania. Non mi sfuggono i piccoli brillii che a volte si accendono nella distanza; è come se mi chiamassero. Eccoci, dicono: vieni fin qui.

All’alba il sole sbuca da un suo fianco e al tramonto, quando l’astro scivola dietro Posillipo, il rosseggiare che inonda l’aria  raggiunge anche lui, il formidabil monte. Prima che il buio ingoi la cima, s’accende uno spolverìo di luci. E quante persone vivono aggrappate alle sua arida schiena!

Mentre scrivo, seguendo i caratteri che si formano sul video del portatile poggiato sulla piccola scrivania, furoreggia il vento, i suoni sibilanti volano nell’aria ululante. Sbattono porte e imposte, si scheggiano i vetri e il mio stesso palazzo guarda alle proprie fondamenta con la speranza che non s’inginocchino.

Lui se ne sta muto e impertubabile, che piova o che scotti il sole o che soffi il vento. E tutto quel  cemento che si conficca tra le sue vertebre, è come se non lo sentisse. È indifferente ai nostri peccati di omiciattoli? È davvero così?

Da tempo vivo qui, in questa città con il golfo. Mi sposto, spesso vado altrove. Ma è qui che sempre torno.Ed è anche da questa finestra-scorcio che rimugino ciò che imparo del mondo. Ed eccoti puntuale, il celebre sfondo di un paesaggio non meno celebre. Se ne sta un po’ di lato, ma sempre presente.

Bendini

Da qualche giorno ha anche un po’ di neve a fargli compagnia. La vedo da qui. Incorona la sua cima. E lo rende un po’ giapponese.

Oggi si rabbrividisce  a guardare fuori dalla finestra e anche dentro la stanza e nella mia mente non spira un’aria migliore.

È forse per questo che mi dico, con franca lingua, nulla al ver detraendo : sarebbe bello se prima o poi lo levassero di torno, lui, e la sua ignea bocca. Il paesaggio si spalancherebbe. Potrei una volta per tutte vedere cosa c’è dietro. Vedere lontano, lontanissimo, finalmente

Ma senza quinta non c’è teatro. E lui, invece, rende possibile che gli sguardi non si perdano: gli elementi del mondo possono recitare a soggetto e chiunque passi da questi paraggi può assistere allo spettacolo. Lui è il protagonista dello spazio; lui è la misura, e  fare a meno della misura è da stupidi.

Eppure ci sono giorni che vorrei avere dinanzi l’infinito. Niente quinte, niente sfondì, né isole né vulcani. E al diavolo la costiera.

Oggi l’incrocio di sguardi m’ìnfastidisce. Io guardo te e tu guardi me. Gli occhi vanno lontano e tornano indietro colmi di memorie. No, oggi non voglio ricordare nulla. Bisogna pure potersi perdere, a volte.

E invece lui se ne sta lì, oracolo muto. Ma a Omero,  a Virgilio, al povero Plinio e a Leopardi eccome se ha parlato, di certo.

Ma passerà, e di nuovo mi sentirò protetto da questo paesaggio a forma di semicerchio. Il grande abbraccio funzionerà di nuovo. Aprirò anche la finestra per guardare meglio. Sempre che il vento non ululi e non corra furioso a sbattermela in faccia.

Se lo sguardo potrà spaziare tranquillo, se gli occhi potranno arrampicarsi fino alla cima, al bipartito giogo, allora mi verrà di darti un nome, caro vecchio sterminator Vesevo.

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Silvio PerrellaNato a Palermo nel 1959 ma napoletano da sempre, Silvio Perrella è uno critici più brillanti della sua generazione. Ha pubblicato Calvino (Laterza, 1999), Fino a Salgareda – La scrittura nomade di Goffredo Parise (Rizzoli, 2003) e Giùnapoli (Neri Pozza, 2006). Ha curato l’edizione di molti libri di altri, tra cui il Meridiano  di Raffaele La Capria nel 2003. Dal 2007 al 2012 è stato presidente della Fondazione Premio Napoli

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Bendini ritrattoVasco Bendini nasce a Bologna nel 1922, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. I suoi esordi artistici avvengono nell’ambito di una rilettura della grande tradizione italiana, mediata dall’insegnamento di due grandi maestri quali Morandi e Guidi che Bendini ha modo di frequentare nel suo apprendistato accademico. Dopo l’esordio nel ’53 come pittore non figurativo, affine alla corrente informale, la sua esperienza si consolida e si approfondisce in un lavoro rappresentato in varie mostre personali e collettive, dagli anni ’60 a oggi, anche in diverse edizioni della Biennale di Venezia e della Quadriennale romana, della Biennale di San Paolo del Brasile e della Biennale di Tokyo. Recentemente il MACRO di Roma gli ha dedicato una mostra retrospettiva.