Stefano Iucci

Il padre che non uccideva i topi

Illustrazione di Jean-Pierre Velly

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Ieri ho rivisto il mio passato in un lampo. E ho compreso quello che ho più difficoltà a perdonare. Quei topi nella casa di mare: infilati nei cassetti, rivoltati nelle tende, affogati nei lavandini, indiscreti nei cessi, ovunque pullulanti con occhi sbarrati e code saettanti. Nella casa di mare. A Lavinio. Arrivammo a inizio stagione come sempre facevamo e come nei sogni continuo a fare anche se i protagonisti si sono persi nel fumo soffiato via in vario modo dalla propria vita: la zia, il padre, la matrigna e la madre che già non c’era e poi anche la sorella, per altre strade. Andavamo puntuali ogni anno, la clessidra iniziava a scalare marce dalla primavera: sta per arrivare, ci dicevamo, Lavinio sta per arrivare, ecco, arriva e anche quell’anno, dunque, arrivò puntuale.

Giacché non si poteva fare altrimenti: la vecchia zia malata di cuore – ma l’uccise poi un altro infarto, meno prestigioso: un infarto intestinale – sofferente di caldo e afa, aveva bisogno di fresco, delle onde di mare viste dalla balaustra dei propri sogni morti: non più, dicevano, non ancora.

incisioneJean-Pierre VellyArrivammo dunque nella nostra casa in affitto a Lavinio e trovammo l’apocalisse. Ci accompagnò qualcuno, ma non ricordo chi. Quel qualcuno ci scaricò sulla porta e se ne andò. Il suo compito era finito: non prevedeva nient’altro, nessun accompagnamento nella nostra nuova esistenza estiva. Mio padre non venne: troppa fretta aveva di rimanere con i suoi tremori mai spartiti con gli altri. Arrivammo e lo chiamammo subito, al telefono. Vieni papà, in casa è pieno di topi. Non posso, sono al lavoro. Ma nemmeno la sera? Nemmeno la sera. Come facciamo? Fate voi. Ti prego! Non è possibile, non posso. Fate voi, Ce la fate. I suoi rifiuti non erano mai aspri. Erano pastarelle domenicali piene di zucchero e alla fine ti sembrava quasi che avesse detto di sì. Ma non veniva: sorridevi al telefono e lo capivi.

E facemmo noi come sempre. Facemmo da noi ma non per noi. Varcammo la soglia delle stanza e subito fummo immersi nello schifo, ma anche un passo indietro. Noi puri, innocenti e candidi. Una scopa e un bastone. Stracci che volavano. Col vecchio padrone di casa sceso per noi dal piano di sopra. Col bastone. In canottiera. Molto più vecchio di te. Che non potevi venire. E li facemmo fuori quei maledetti schifosi topi. Uno dopo l’altro. A forza di colpi. Mazzate da ogni parte. Ne uccidemmo qualcuno. Altri scapparono. Mostri deformati nella fuga scomposta dei loro colpi flessibili. Sembrava impossibile, ma alla fine fu possibile. Alla fine trionfammo. Sparirono, miracolosamente tutti. Poi ci dissero che erano entrati dall’alto, dagli alberi. Noi li ricacciammo in basso. I topi tornarono nell’inferno da cui tu a noi li avevi mandati attraverso i rami degli alberi del nostro giardino. Per riconoscerci forti e soli. Dalla nascita e fino alla fine.

E quando poi sei arrivato nel fine settimana la casa era uno splendore. Lucida, bianca come una maiolica ovunque sparsa. Ci rifletteva tutti. Appianati e pacificati e lisci. Lo vedete, dicevi? Non era così difficile… Ve la siete cavata, diceva commentando i nostri epici racconti di caccia. E giacché una vittoria è pur sempre una vittoria – anche se matura pena su pena che s’accumula fino al fardello dei cinquant’anni – noi ti guardavamo e ti davamo ragione. Convinti e decisi e continuare la vacanza, facevamo come al solito sì con la testa.

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stefano-iucci-e1409340379691Stefano Iucci è nato nel 1966 a Roma. È laureato in lettere e lavora come giornalista presso Rassegna Sindacale, settimanale della Cgil. Ama leggere, scrivere e, soprattutto, viaggiare. Per la casa editrice Ediesse ha curato Il lavoro e i giorni. Venti racconti sui giovani, la precarietà, la disoccupazione” (con Mario Desiati, 2008) e Consiglio di classe. Gli scrittori raccontano la scuola italiana (2010, con Angelo Ferracuti).

Jean-Pierre VellyJean-Pierre Velly è nato in Francia, a Audierne, nel 1943. Incisore, disegnatore, pittore, dopo gli studi di belle arti a Tolone e alla Scuola Nazionale Superiore delle belle arti di Parigi, vince nel 1966 il “Grand Prix de Rome” per l’incisione. Ospite dal 1967 al 1970 a Roma dell’Accademia di Francia a Villa Medici (diretta all’epoca da Balthus), sceglie, dopo il soggiorno romano, di stabilirsi a Formello dove ha vissuto e lavorato per 20 anni. Nel 1990, durante una gita in barca, cade e scompare nelle acque del lago di Bracciano, a soli 46 anni. www.velly.org

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