Raul Montanari

Il maestro

Illustrazione di Beatrice Cignitti

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Non so darmi una spiegazione per lo sbocco di lacrime che ebbi, alla fine della quarta elementare, quando in classe arrivò una circolare che modificava i bacini d’utenza delle varie scuole e mi destinava a fare la quinta in un altro istituto.

Altro che piangere, avrei dovuto fare capriole di gioia! In quella scuola ero stato picchiato, torchiato, mi ero sentito estraneo a tutto e a tutti. L’anno prima avevo cercato di uccidere un mio compagno buttandolo giù dalle scale, perché quando la maestra voleva fare una nota disciplinare a un allievo ordinava al capoclasse e al suo vice di strappargli il diario a forza e portarglielo. Ero stanco di venire assalito da quei due. Ogni nota sul diario voleva dire prendere un sacco di botte a casa, e io di note ero arrivato ad averne più di trenta in un mese. Per dire: un giorno quella scema della maestra sentì qualcuno fare casino in classe e ordinò: “Montanari, qui il diario!”… peccato che io quel giorno fossi assente. Insomma volevo vendicarmi, e così, tempo dopo, aspettai su un pianerottolo il capoclasse e gli diedi una spinta. Lui rotolò giù dai gradini e ricordo ancora il panico che provai vedendo che non riusciva a rialzarsi e che si toccava la schiena. Non rimase invalido, per fortuna, ma mia madre, dopo avermi riempito di schiaffi e cinghiate, mi mise collare e guinzaglio e mi trascinò a casa dei suoi genitori a chiedere scusa.

Quindi, dicevo, avrei dovuto fare salti di gioia invece di frignare, e me ne accorsi fin dai primi giorni nella nuova scuola.

Il mio nuovo maestro si chiamava Girelli: non dimenticherò mai il suo nome. Era un uomo massiccio con la faccia un po’ cadente, da mastino, e aveva i denti così storti che a volte le parole gli uscivano inintellegibili. Eppure si rivelò una persona meravigliosa. Lui capì tutto di me e di un disadattato sociale fece uno studente brillante. Mi diede voti meravigliosi, mi incoraggiò in ogni modo. Mi abituai a pensare che avevo i numeri, che il mondo era il mio giardino, e il seguito della mia vita confermò, più o meno, gli effetti di quell’iniezione di fiducia.

Per questo è imperdonabile, inconcepibile, quello che feci un giorno.

Eravamo in cortile a schiamazzare, perché la campanella era suonata da pochi minuti e fra ragazzi ci stavamo salutando prima di avviarci in gruppetti verso le nostre case. Io ero come al solito ipercinetico, saltellavo, gridavo, facevo scherzi a tutti, perché quella nuova alba della mia vita era tutta colorata di euforia.

A un certo punto uno dei miei compagni, riguardo a un argomento che ho dimenticato, disse una cosa come: “Ecco cosa succede a essere stronzo!”.

Un altro ribatté: “Ecco cosa succede a tenere all’Inter!”.

Cominciammo tutti a ridere prendendoci a cartellate e a turno ognuno di noi diceva la sua, seguendo lo schema: “Ecco cosa succede ad avere le tasche vuote!”, “Ecco cosa succede a guardare troppa tivù!”, “Ecco cosa succede a non capire un cazzo!”.

Quando toccò a me, berciai: “Ecco cosa succede ad avere un maestro deficiente!”.

Volevo essere quello che la sparava più grossa di tutti e c’ero riuscito. Gli altri scoppiarono in risate fragorose, più sbalordite che divertite, con gli occhi sbarrati e le bocche spalancate. Io sghignazzavo, mi smascellavo. Poi alzai la testa e vidi il maestro.

Era dietro il vetro di una finestra al primo piano della scuola e mi guardava. Guardava proprio me, non c’erano dubbi.

Se avessi potuto scavare un buco e nascondermi sottoterra l’avrei fatto.

beatrice cignittiMi aveva sentito? Non ne ero sicuro. In linea d’aria eravamo vicini, saranno stati quindici, venti metri, però lui era dietro la finestra e la finestra era chiusa. Il maestro continuava a fissarmi. I miei compagni non fecero caso al mio silenzio, continuarono a gridare e a fare casino. Forse, pensai mentre un sudore freddo mi copriva, il maestro non aveva potuto distinguere la mia frase in mezzo a tutta quella cagnara. Lui teneva gli occhi su di me, con un’espressione impenetrabile.

Ma perché, coglione che ero!, perché avevo detto quella cazzata? Avessi potuto riavvolgere indietro il nastro del tempo solo di un minuto e cancellare quelle parole infami! Ma cosa mi era venuto in mente? Com’era possibile essere così imbecilli, così ingrati? Quell’uomo aveva trasformato la mia vita, e io, canaglia che ero, come l’avevo ripagato ora? Perché?

Un compagno mi appoggiò una mano sulla spalla. Io mi riscossi, lo salutai e quando tornai a guardare su il maestro era sparito.

Il giorno dopo arrivai in classe mogio mogio, dopo avere immaginato mille castighi, mille parole sferzanti che il maestro avrebbe potuto dirmi in cambio delle mie. Poteva anche darmi uno schiaffo. Pensavo che sarebbe stato meritato, molto più di quelli che mi toccavano a casa. Anzi, forse sarebbe stata la cosa migliore: ci saremmo messi in pari, in qualche modo. Invece il maestro non mi disse nulla, né quel giorno né mai.

Non ho mai saputo se aveva sentito davvero quello che avevo detto, ma in fondo che differenza fa? Avevo scoperto che potevo essere un vigliacco e un cretino. Mi bastava.

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raul montanariRaul Montanari ha pubblicato dodici romanzi, tre libri di racconti, uno di poesie e centinaia di testi brevi in antologie e riviste. Ha curato tre antologie di narratori italiani. Scrive anche per la radio e il cinema. Ha firmato importanti traduzioni dalle lingue classiche e moderne, da Sofocle a Seneca e da Shakespeare a Cormac McCarthy, e insegna scrittura creativa a Milano. È il padre del genere post-noir, una narrativa di tensione che fa a meno di indagini e detective. I suoi ultimi libri sono il romanzo Il tempo dell’innocenza e il saggio Il Cristo Zen. www.raulmontanari.it.

beatrice cignitti immagineBeatrice Cignitti ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma con Enzo Brunori. Diplomata nel 1990, ha trascorso un periodo presso la Facultad de Bellas Artes di Tenerife. Ha conseguito il primo premio al concorso di pittura indetto dall’Istituto Catel di Roma presso l’Accademia Tedesca di Villa Massimo nel 1991. Tra le esposizioni personali si ricordano in particolare quella nel Complesso del Vittoriano a Roma (2000) e a Wolfsburg, Istituto Italiano di Cultura (2001). Nel 2011 ha esposto alla Biennale di Torino, curata da Vittorio Sgarbi. Hanno scritto di lei, tra gli altri: Maria Teresa Benedetti, Lorenzo Canova, Marco Di Capua, Enrico Gallian, Guido Giuffrè, Arnaldo Romani Brizzi, Cesare Vivaldi. Vive e lavora a Roma.