Andrea Carraro

Il licenziamento

Illustrazione di Claudio Bissattini

L’uomo guardava assai poco incuriosito, accidioso, quella lista stampata che volteggiava fra i colleghi passando di mano in mano. Dev’essere qualche inutile comunicato interno, si disse, e la rifiutò passandola oltre. Non poteva sapere che su quella lista c’era il nuovo organigramma orfano del suo nome e del nome di altri dipendenti. Lo avevano licenziato ma lui ancora non lo sapeva. Lo seppe poco dopo, del resto, quando sulla lavagna magnetica fu scritto per intero il vecchio organigramma dal quale il relatore aveva cancellato i nomi e i ruoli del licenziati scandendoli con precisione notarile. Allora ebbe per un attimo la esatta percezione della sua rovina. Uscì dall’ufficio con il cuore martellante e un vertiginoso senso di scacco.

Pensò al modo come dirlo alla figlia e alla moglie, e poi al suocero, che ci avrebbe inzuppato il pane, figurati, l’aveva sempre considerato un fallito ed ora ne aveva la definitiva e irrevocabile conferma. Ma sapeva che non ne avrebbe mai avuto il coraggio. Camminò a lungo, entrò in una chiesa barocca di cui ignorava il nome per riflettere in silenzio. Si inginocchiò su una panca, si prese la testa fra le mani e si sforzò di piangere. Poi si soffiò forte il naso in un fazzoletto di carta e uscì. Guardò per alcuni minuti il traffico denso che scorreva lentamente davanti a lui come una grossa bestia malata. Adesso non piangeva più. Una frase gli premeva nel cervello: “E se togliessi il disturbo?, e se togliessi il disturbo?…”. Pensò a sua figlia adolescente, a sua moglie, a un paio di amici. Avrebbero sofferto? Sì, forse, si disse riprendendo a camminare verso piazza Santa Susanna che si stagliava lontana nei suoi marmi barocchi e nelle sue luci irreali, ma almeno sua moglie avrebbe avuto una sola bocca da sfamare e lui avrebbe evitato l’onta di comunicarle il suo licenziamento.

rottami

A piazza Indipendenza scese gli scalini per il metrò e raggiunse lentamente la banchina. C’era molta gente che aspettava il treno, e lui si ritagliò un piccolo spazio presso il bordo della piattaforma. Pensò confusamente a molte cose, pure alla frase, probabilmente fatale,  che aveva detto la settimana scorsa al capo del Personale: “Dietro ogni questione politica, sindacale, c’è una questione morale…”, all’espressione che aveva fatto quello, di sorpresa e come di allarme. Ecco dove è sbocciato il mio licenziamento, si disse. Poi pensò nuovamente alla moglie e alla figlia e ascoltò il rombo del metrò che arrivava e fra poco sarebbe sbucato dalla galleria col suo muso d’acciaio. Stava per buttarsi di sotto ma qualcuno, una donna stagionata – poteva vederne solo il braccio e un pezzo di mano ingioiellata – lo trattenne esclamando: “Che cazzo fai, a pazzo?”. Allora per un bel po’ lui non pensò che gli aveva salvato la vita, quella tardona, ma che era stata volgare nell’esprimersi, in quel dargli del tu privo di riguardi, in quell’insistita cocacofonia….

“Ma ti stavi a butta’ per il lavoro… – disse la donna davanti a un boccale di birra al tavolino di un bar della stazione. – Così ti andavi ad aggiungere alla lista macabra di tutti i suicidi degli imprenditori al Nord!”

Lista macabra… Questa l’ha sentita in televisione?”

La donna alzò le spalle.

“Grazie dell’invito, era un po’ che qualcuno non mi invitava a bere!”

Osservò la donna ch’era meno anziana di quanto sembrasse – una donna del popolo rotonda di fianchi e abbondante di petto con dei magnifici occhi color mandorla e qualche ruga nel decolleté. Indossava un vestito di flanella che le mortificava le forme. Si alzarono dal tavolino, uscirono dal bar e si salutarono brevemente. L’uomo tornò presso la banchina del metrò e stavolta riuscì a buttarsi sotto il convoglio. L’ultima cosa che vide fu un pezzo di muro dipinto di aggressivi murales e un ritaglio di rotaia lucida.

Ascolta il racconto letto dall’autore: licenziamento

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andrea carraroNarratore di normali orrori quotidiani, Andrea Carraro è romano e alle contraddizioni della sua città ha dedicato molti dei suoi romanzi. Fin dall’esordio con Branco, 1994, storia di uno stupro di gruppo che divenne un film diretto da Marco Risi.  Poi sono venuti: L’erba cattiva, 1996, con Giunti, La ragione del più forte, 1999, Feltrinelli, i racconti de La lucertola, 2001, Rizzoli, il romanzo Non c’è più tempo, 2002, sempre Rizzoli e ancora Il sorcio, 2007, Gaffi. Autore di racconti e reportage, è stato direttore editoriale di Gaffi e per Succedeoggi cura questa rassegna di racconti Testo a fronte.

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bissattiniClaudio Bissattini è nato a Roma e si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Roma con Toti Scialoja. Nelle prime esposizioni si lega alle correnti pittoriche concettuali degli anni ’70, per poi spostarsi gradualmente e definitivamente in un ambito prettamente figurativo. Negli ultimi due decenni ha suddiviso la sua pittura in tre cicli: la frutta, le piante e i rottami, presenti nell’antologica del 2013 al museo di Castel dell’Ovo di Napoli. L’intera sua produzione è riconducibile a una riflessione critica sul senso del fare pittura figurativa oggi.