Catia Simone

Chi è senza peccato…

Illustrazione di Tiziano Campi

° ° °

Avevo appena finito di pranzare.

Un moscone planava rumoroso sugli avanzi del cibo, e la caffettiera borbottava sul fuoco.

Ottobre ci regalava giornate ancora calde pervase dalla tipica atmosfera autunnale; foglie caduche macchiavano di giallo le ombre sul prato, e il  vociare chiassoso dei ragazzi della scuola media segnava l’ora di un pranzo che avevo già consumato in un banale lunedì fatto di pulizie domestiche e ricordi, mentre con mezza banana in mano e l’altra in bocca guardavo le  cocorite dalle piume blu cobalto fare  le capriole sull’altalena.

Avvicinai la tazzina bollente alla mia bocca. Un primo sorso, e poi un altro. Tutto intorno a me sembrava avvolto da una pacifica sensazione di resa nei confronti di quello che mi era accaduto mesi prima. La chiamano rassegnazione. E invece poi ci pensa il corpo a dirti che quello che stai vivendo non è il tuo miglior momento. Tecnicamente si chiama attacco di panico.

La paura è  stata una frontiera chiusa,  che ha impedito la normale circolazione di liquidi nella mia trachea. Provai a deglutire ma niente,  non riuscivo né a ingoiare né a respirare.

Sputai il caffè nel lavandino, e con esso anche un pezzetto d’aglio rimasto tra i denti che ne aveva alterato il sapore, e corsi fuori per cercare di riprendere fiato.

Ci si era messa pure una vespa a infastidirmi, ma in verità agitavo le braccia perché non sentivo più neanche quelle e neanche più le gambe avvolte da un totale senso di abbandono e, non so in verità come, mi ritrovai nel piazzale del parcheggio dove la stessa vespa persecutrice con una puntura mi ridestò  da quell’insolito stato di soffocamento e torpore. Alle mie spalle mio marito e i miei figli mi osservavano pietrificati e senza parole. Tornai indietro, e mi accasciai sulla sedia in preda a un pianto convulso deglutendo non solo la saliva accumulata nei minuti di terrore, ma ogni liquido che quel giorno potesse darmi prova che non sarei morta d’asfissia.

Il medico capì subito il problema. La diagnosi fu: depressione reattiva. La cura: qualche seduta di psicoterapia per elaborare il lutto, signora mia non ne facciamo un dramma. Passerà tutto.

Mia madre era morta da qualche mese, eppure non riuscivo a percepire il dolore, o, meglio, qualcosa in me era rimasto dentro impigliato tra le ore di quei giorni che, dopo il funerale, scorrevano tra le incombenze quotidiane, nella routine del lavoro, e in quella telefonata mancata con lei che iniziava con un cordiale buongiorno e finiva sempre con una litigata furiosa, perché lei era così: un’egocentrica rompicoglioni affetta da vittimismo cronico. Più figlia che madre. Ma le volevo bene e mi mancava.

Lo ammetto, come tutti, ogni parola che cominciava con  l’affisso “psico” mi riconduceva a pensieri terribili: pazzia, suicidio, manie.  Fino a quel momento, mi sono sempre considerata una donna normale, anzi, ritenevo una personale sconfitta affidare la mia mente a un medico,  tentennando parecchio prima di divulgare i miei paurosi e incomprensibili pensieri a qualcuno, ma solo per non ammettere a me stessa che stavo male.

Quindi pensai di affidarmi inizialmente a un prete, il parroco del mio paese che andai a trovare senza un appuntamento in un pomeriggio di fine ottobre in cui lago e cielo formavano un unico panorama monocolore grigio e plumbeo che si abbinava perfettamente al mio stato d’animo.

Prima di bussare alla porta di don Luca, valicai il portone della chiesa dopo anni di latitanza da certi luoghi, inginocchiandomi prostrata davanti all’altare , nella classica posa di fedele  opportunista e disperata, con una mano sul cuore in attesa del miracolo divino e in perfetto stile Ivonne Sanson, eroina piangente e innamorata di Amedeo Nazzari, protagonista di celebri drammi strappalacrime che mia madre vedeva e ci faceva rivedere fino alla nausea.

Don Luca mi ricevette con un sorriso e una stretta di mano. Mi sorprese la sua giovinezza. Poteva avere quarant’anni o giù di lì.  Mi fece accomodare nel suo studio, offrendomi un bicchiere d’acqua e chiedendomi di cosa avessi bisogno.

“Di un’assoluzione”, risposi , cominciando poi a raccontargli ciò che provavo e sentivo, e che, a mio parere, era opera di un  punitivo disegno divino.

Lui mi ascoltò in silenzio, porgendomi una gran quantità di fazzoletti proporzionati alla quantità di lacrime che versai quel pomeriggio di lunga confessione.

Poi mi guardò, uno sguardo interrotto da un violento tic agli occhi che gli faceva chiudere le palpebre in continuazione. Addirittura, in preda a interminabili sensi di colpa, attribuii a me stessa lo stato di nervosismo del giovane parroco,  forse per quello che gli avevo raccontato, o magari  per la mia presenza fisica in un momento in cui non sarei dovuta essere lì, piombata per caso, magari qualcuno mi aveva vista entrare,  – pensai, e lui sinceramente, tonaca a parte, non era poi così male. Evitai il suo sguardo intermittente, chinando il capo come una madonna addolorata  e preferendo come visuale il pavimento veneziano di quella stanza.

tiziano campiLe uniche parole che lui mi disse furono:

“Se non riusciamo ad assolverci noi stessi, l’assoluzione degli altri non vale nulla”.

Poi si avvicinò, pose delicatamente una mano sulla  mia spalla e mi disse:

“vedrai, ce la farai a superare questo momento”.

Tornai a casa delusa. Nessun miracolo e nessuna assoluzione. E io che avevo immaginato una serie di  incontri seguiti da interminabili avemarie, messe obbligatorie e purificazione dell’anima.

L’unica via d’uscita rimaneva la psicoterapia.

Il dott. Vallesi era basso, pelato e con due occhi profondi, indagatori. Mi accolse nel suo studio, una stanza arredata  con una scrivania, due sedie, una tenda bianca e un lettino su cui mai mi sono distesa, perché ho sempre preferito  guardare dritto quegli occhi neri, specchio della mia vita passata.

Qualche mese più tardi, mentre assaporavo il caffè, stavolta senza alcun pericolo di soffocamento, leggendo le notizie locali, appresi che don Luca era stato sostituito da un altro sacerdote per gravi motivi personali.

Venni a sapere qualche ora più tardi che aveva truffato un gruppo di fedeli anziani del paese con la scusa della solidarietà, per poi giocarsi qualche migliaio di euro in slot machine e poker on line, ed era stato trasferito in un convento isolato in Trentino.

Già… se non abbiamo la capacità di perdonarci le nostre colpe, il perdono degli altri non serve.

Avevi ragione don Luca. Soprattutto se a perdonare è un giocatore d’azzardo con la croce sul petto.

* * *

catia simoneCatia Simone è nata a Bari nel 1967, ma da più di venticinque anni vive e lavora come agente di commercio a Bardolino (VR).
Ha pubblicato diversi racconti su riviste letterarie e antologie come La poltrona per la Historica edizioni o la collana INCIPIT D’autore nel giugno 2011 per la Giulio Perrone editore. Ha pubblicato tre raccolte poetiche con il self-publishing:Frammentinel 2012 e nel 2013 Amore 2012Adesso so chi sei. Collabora, infine, con la rivista Il Furore dei Libri.

tiziano campi RitrattoTiziano Campi è nato a Lucca nel 1953, insegna all’Accademia di Belle Arti di Brera. Le sue ultime personali sono: Studio Umberto Cavenago, Brugherio, Milano 2012, e Freemocco, Deruta, Perugia 2015. «Tiziano Campi possiede naturalmente la possibilità di viaggiare senza spostarsi, una capacità di poesia felice ch’egli applica, come respirare, nel suo lavoro, nel suo accentuare la natura, il tempo che passa, il compito della figura dell’artista»: L.M. Barbero, 2011.