Pier Mario Fasanotti
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Trockij e Simenon

Adelphi ripubblica una serie di reportage di Georges Simenon del 1933, anno cruciale per la storia d'Europa: l'inventore di Maigret lo fa commentare a Trockij in nome del suo comunismo eretico. Mentre Sellerio punta sul giallo deduttivo di Colin Dexter

Trockij. Infaticabile e curioso come era su vari fronti (non solo la scrittura, la promiscuità coniugale e pure il sesso sul quale spesso si è scritto e favoleggiato), non deve stupire che Georges Simenon, uno dei più prolifici scrittori del mondo (forse è al numero uno di questa classifica) abbia deciso nel 1933 a viaggiare. Il lungo reportage s’intitola Europa 33, Adelphi, 377 pagine, 18 euro). Il ’33, in Europa, s’è dimostrato anno cruciale: il fascismo era imperante in Italia, mentre in Germania aveva appena preso il potere il nazismo di Hitler. Una delle tappe di Simenon viene consacrata alla visita-intervista a Trockij, che in quel momento, prudentemente controllato dalla polizia locale, si trovava in Turchia, “ponte” tra Europa e Asia. Ha delle domande da fargli. Il rivoluzionario russo spartisce le sue giornate in questo modo: al mattino presto va a pescare, il pomeriggio legge e studia nella sua camera, nella quale ci sono giornali e libri in tutte le lingue (predilige le pubblicazioni francesi). «Ha un’espressione riposata, lo sguardo tranquillo», riferisce Simenon, «fa una vita da convalescente, assieme alla moglie». Parlano a lungo di Hitler (“argomento che lo turba”): «Il Fuhrer – afferma – si è creato a mano a mano che creava la sua opera. Ha imparato a poco a poco, tappa dopo tappa, combattendo…».

Simenon chiede della questione razziale. Risposta: «Non credo che la razza sia un fattore decisivo nell’evolversi degli eventi. La razza è una materia antropologica grezza, eterogenea, impura, mista (mixtum compositum), la materia con cui la storia ha plasmato quei semilavoratori che sono le nazioni… Saranno invece le classi e i gruppi sociali, le correnti politiche che ne derivano, a decidere le sorte della nuova epoca… la razza è un elemento statico e passivo, la storia è dinamica. Come può un elemento relativamente immobile generare movimento e sviluppo?» La visione politica del russo (che sarà poi ucciso da sicari staliniani in Messico) mostra tutti i suoi limiti. Interessante quando poi aggiunge: «Nel porre le basi di un sistema attuale adatto alla pura razza germanico-nordica, Hitler non ha trovato di meglio che plagiare la razza latino-mediterranea… se oggi, nel ventesimo secolo, i nazisti propongono di voltare le spalle alla storia, alla dinamica sociale e alla civiltà per tornare alla “razza”, allora perché non andare ancora più indietro: l’antropologia in fondo non è che una branca della zoologia».

Sul ruolo degli Usa: «Non penso che gli Stati si coalizzeranno dietro le insegne della dittatura da una parte e della democrazia dall’altra». Trockij crede fino in fondo all’idea secondo la quale sono le considerazioni materiali a risultare determinanti, ovvero gli interessi economici e i calcoli militari. Infine: «In ultima istanza, questo non significa che consideri l’alleanza tra dittatori fascisti (Italia e Germania) e quella pseudo-bonapartisti (Polonia, Jugoslavia, Austria) un fatto episodico e temporaneo. Purtroppo il mio proposito non è così ottimista. Il fascismo non è frutto di una psicosi o di una sorta di “isteria collettiva”, ma di una profonda crisi economica e sociale che sta consumando senza pietà il corpo dell’Europa. La crisi ciclica che stiamo attraversando ha solo aggravato certi processi patologici già in atto. Alla fase di crisi seguirà inevitabilmente una frase di ripresa, che tuttavia sarà più lenta di quanto ci aspetti. Ma la situazione generale dell’Europa non migliorerà molto». Annotazioni acute, ma troppo “malate” di marxismo.

Stranezze. L’autore di questo libro di racconti gialli, Colin Dexter (colui che ha fatto rinascere il genere poliziesco “deduttivo”) definisce la sua creatura letteraria, l’ispettore Morse, “un uomo burbero”. Per nulla antipatico però, dotato di ironia e sarcasmo, prova fastidio a recarsi nel luogo del delitto. Parliamo di Il più grande mistero di Morse e altre storie (Sellerio, 215 pagine, 14 euro). Allo stravagante Morse esaminare i cadaveri dà il voltastomaco. Capace anche di lasciare certi fatterelli a metà ispezione spiegando che vuole tornare a casa, alla periferia di Oxford. Scrive l’autore: «Pochi erano stati accolti in quelle stanze foderate di libri e infestate dello spirito di Wagner». Nemmeno il suo collaboratore, il sergente Lewis «si era sentito un ospite molto gradito». Figuriamoci nei giorni di Natale, festività che il detective odia. Là dove è stata uccisa con una pugnalata al cuore una donna, Sheila Poster, incinta di sei settimane. Viveva da sola. A scoprire il cadavere il suo vicino di casa, che doveva restituirle un libro. Il sergente lo segue, perenne bersaglio delle stoccate mentali di Morse. Lewis ammette, ridacchiando pietosamente i suoi limiti: «Sono come un francobollo di posta ordinaria, e lei lo sa bene». Replica, a parziale scusa: «Ma la posta ordinaria di solito prima o poi arriva a destinazione». «Esatto! Solo che ci mette un sacco di tempo…». Replica del suo superiore: «Rallenti!». Si scopre, dai foglietti e dalle cartoline appese che la vittima si era iscritta a un concorso letterario. Il vicino di casa, a una domanda delicata, spiega che tra sé e la donna accoltellata poteva esserci solo una relazione cerebrale, non coniugale». Morse va all’agenzia del concorso per i racconti. È lì che comincia davvero a indagare.

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