Maria Rosa Tabellini
A proposito dell’“Album del Venti”

Poesia del tempo

La nuova silloge di Mario Laghi Pasini non si limita a compiere i percorsi “retrogradi” della propria esistenza, ma, come già nelle raccolte precedenti, si inoltra nella riflessione sulla natura, sulla fisica, sul futuro del nostro mondo

«Chi vuole ora concepire il Purgatorio, si metta in quella età della vita che le passioni si scoloriscono e l’esperienza e il disinganno tolgono le illusioni, e, scemata la parte attiva e personale, l’uomo si sente generalizzare, si sente più come genere che come individuo». L’attacco con cui Francesco De Sanctis apre il racconto del Purgatorio di Dante mi si è presentato vivido alla mente non appena ho iniziato la lettura dell’Album del Venti di Mario Laghi Pasini (prefazione di Davide Puccini, con una nota di Pupi Avati, Giuliano Ladolfi Editore, 72 pagine, 10 Euro). Non perché ci sia alcunché di penitenziale nelle poesie che compongono questo prezioso libriccino, ma per l’atmosfera che vi si respira, per quel tanto di malinconia e sospensione tra ricordo e attesa, e per la perseveranza «a guardare ancora in avanti» sebbene l’ora della vita si avvii inevitabilmente a quella dantesca «che lo novo peregrin d’amore / punge, se ode squilla di lontano / che paia il giorno pianger che si more».

Peraltro – forse per la mia irriducibile devozione a Dante – mi par di ravvisare anche altri elementi che riportano alla seconda cantica: il verso che tende a sdipanarsi più narrativo, spesso ordinato in strofe di una certa regolarità (un tratto che segna una diversa modalità poetica rispetto alle raccolte precedenti), la disposizione d’animo accogliente, che si avverte non soltanto nella scelta di una corona di poeti affini esplicitamente chiamati in causa, ma anche nel desiderio di condividere con i consueti sodali l’emozione di questo nuovo, piccolo libro di poesie che Laghi Pasini ha scritto senza più la necessità (o il pudore) di nasconderle «nel cassetto». E poi si intravede uno sguardo che, se non proprio sereno, appare almeno confidente nel volgersi, di tanto in tanto, dalla terra al cielo.

Per comprendere a pieno la dimensione psicologica da cui sono nate le poesie dell’Album del Venti bisognerà quindi appartenere almeno alla stagione di mezzo dell’esistenza, quella di Luzi quando scriveva A Giuseppina dopo tanti anni: «Mi trovo qui a questa età che sai, / né giovane né vecchio, attendo, guardo / questa vicissitudine sospesa», e sembra che Luzi parli anche per noi, adesso, sospesi appunto in una contingenza mai sperimentata prima… Ci sono, invero, in questo Album immagini di infanzia e di giovinezza, ma sono osservate come attraverso un cannocchiale rovesciato che ne fa percepire nitide le forme, ma remote.

Uno sguardo, quello di Laghi Pasini, che è quindi consapevole della distanza, ma non è affatto distaccato né, tanto meno, appesantito da rimpianti, nemmeno quando si volge a osservare quanto siano mutate le «consuetudini» nell’arco di una settantina d’anni:

Tutto appare cambiato
dal tempo dei nonni
quando le notizie giungevano lente
e attutite dalle lontananze
quasi fossero favole
e si lavorava col sole e col tramonto
e il tempo era scandito dalle campane…

Anche laddove si insinua inevitabile il giudizio sull’oggi, il discorso rimane contenuto nelle metafore misurate che figurano il tempo che passa, incurante delle beghe di un’umanità ostinatamente insoddisfatta:

Ma Natura e Mondo sono ciechi
complicati e automatici
ed è solo la nostra stupidità
che ci vede benissimo e ci porta via… (Consuetudini)

Il libro è diviso in due parti dal discrimen della pandemia, un cambio epocale, ovvero un “fuoco”, secondo la metafora scelta dall’autore, peraltro ancora non spento: né quando il libro è andato in stampa, né adesso, mentre scrivo queste note. Autentico prodotto di emergenza, quindi. Ma il termine «emergenza» non va inteso qui nel significato di “situazione d’allarme”, bensì nel suo valore etimologico di “comparsa” o “affioramento” (da e-mergere). Perché è proprio questo periodo sospeso, originato, sì, dall’emergenza pandemica – ma ormai avviato a diventare quasi uno stato esistenziale – che ha favorito la messa a fuoco di quell’«intricato orizzonte» finora vago, che, forse, può indurre adesso a «comprendere l’ultima natura delle cose» (lo premette l’autore in Un appunto).

Di fatto, già nella prima – e più ampia – sezione, vari lacerti d’esistenza passata e presente compaiono fulminei, come intravisti dal finestrino di un treno in corsa: il viso del poeta ventenne «che ormai riposa sbiadito / in qualche fotografia in bianco e nero», «un’uscita in bici», «le imperdibili chiacchiere / laboriose e sottili / con la mia compagna», «scrivere un’altra poesia / sognata»… Sono questi alcuni passaggi della poesia Sorrisi, che, in virtù della tendenza al catalogo e dell’atmosfera di sogno evocata in clausola, rimandano – non so se intenzionalmente – a Borges: in particolare al Borges della poesia Le cose, che si volge a guardare con affetto gli oggetti che lo hanno accompagnato nella sua lunga vita («Le monete, il bastone, il portachiavi, / la pronta serratura, i tardi appunti / che non potranno leggere i miei scarsi / giorni»…). Borges è d’altronde il nume tutelare sotto le cui ali tutta la raccolta si colloca fin dalla lirica introduttiva Letteratura fantastica, che al grande argentino si riferisce, e non solo nel titolo.  

Su questa linea che inanella piccole epifanie si snoda anche Imperfetti ludici, concentrato dei momenti in cui ogni esistenza imbocca il proprio irreversibile destino, impostato alla maniera di un gioco di ragazzi che si inventano via via una diversa identità: «Facciamo che ero al liceo», «Un salto e facciamo che ero / nel pieno dei miei giorni», «Poi facciamo che ero in pensione»… Si tratta, in effetti, della partita quanto mai seria – e al contempo bizzarra – della vita: e sarà per la pratica che ho riesumata dall’infanzia giocando adesso con i miei nipoti, ma a me viene in mente il  gioco dell’Oca (poiché non tutto è cambiato «dal tempo dei nonni») in cui, a ogni tiro dei dadi si può incappare in caselle determinanti e inappellabili. Così, mentre crediamo di tenere l’avvenire in mano, c’è già chi decide per noi «e al diavolo l’ispirazione»: ed è una partita in cui il Tempo gioca ora da avversario, ora da compagno insieme al quale «sfidiamo le statistiche».

Tema dominante, questo del tempo, come si può ben capire; ma non tuttavia ossessivo. Perché, se non c’è rancura per l’inesorabile scorrere degli anni, non c’è nemmeno l’atarassia del saggio antico: sì, piuttosto, il vagheggiamento (l’augurio?) per il futuro che verrà:

e per un tempo
che non stia per finire
fintanto che non sarà finito
per poi ridestarsi
e avere insieme
un po’ del candore dell’infanzia
della passione adolescente
il potere dei pensieri maturi
e il sapere diffuso e memore
della perseveranza
per ritornare fortificati a vivere. (Tregua)

D’altronde, il dono della ispirazione ritrovata – o, forse meglio, riemersa dall’ombra in cui era stata relegata – rinasce adesso permettendo di cogliere quello che allora, forse, sfuggiva. Sicché, anche quando il filo della memoria si dispiega reclamando più spazio, il flusso dei ricordi si mantiene sempre al di qua del cedimento compiaciuto alle emozioni, e, proprio nella sobrietà, la poesia riesce a toccare profondamente il lettore, indotto anche lui a guardare «nello specchietto retrovisore» dei propri ricordi, ma con riserbo (Ritorni). E quando, magari a tradimento, si insinua il rimpianto di quel che poteva essere e non è stato, l’io lirico lo rintuzza prontamente e, capovolgendo un’immagine ripresa dal poeta e amico Alessandro Fo cui la poesia è dedicata, oppone alla «mancanza» di una vita diversamente realizzata quella presente, inverata nell’amicizia:

Forse non ti avrei incontrato
e non sapendo di questa mancanza
sarei rimasto senza neppure
la malinconia di desiderarlo…
…meglio così dunque
in questo spaziotempo minore. (Presenze)    

Pagina dopo pagina, si riconosce quindi l’intelligenza di affrontare senza (troppe) angosce l’insondabilità del mistero, compreso quello che attiene all’esistenza di Dio, anzi di «un Dio così grande ma interessato a noi» (Letteratura fantastica). Dio è nominato più volte in questa raccolta, a partire dalla citazione borgesiana in esergo alla lirica introduttiva: una questione, o una ricerca, che Laghi Pasini pone sotto la tutela del poeta argentino, il quale non era credente, ma non aveva nemmeno l’asprezza di certi atei, e la cui lettura della Bibbia era di sicuro assai più intensa di quella di molti fedeli. Non è la Bibbia, tuttavia, ma la fisica, e in particolare la fisica astronomica, a fornire a Laghi Pasini l’orizzonte in cui inscrivere l’interrogativo capitale sull’esistenza di Dio, tanto più problematico in quanto a esprimerlo è una mente che si è forgiata al rigore dell’apprendimento scientifico e alla necessità dell’ordinamento razionale. Sicché la ricerca deve alfine arrendersi a una sorta di autoconvincimento:

cerchiamo di convincerci
di un plausibile come
rinunciando per sempre
a un impossibile perché. (Emergenze)

Nulla di confessionale, quindi, nella riflessione di quest’ingegnere e poeta: sì, invece, l’irriducibile persistere di una supposizione che non ardisce a definirsi speranza.   

I «sentieri» di Laghi Pasini non si limitano quindi ai percorsi retrogradi della propria esistenza, ma, come già nelle raccolte precedenti, si inoltrano nella riflessione sulla natura, sulla fisica, sul futuro del nostro mondo. L’intervenire del «fuoco» della pandemia non sconvolge, peraltro, la sobrietà del dettato, espressa fin dall’appello discreto al «raro lettore» in apertura di libro e ribadita dalla riscrittura di Mare nero di Mark Strand, poeta al quale Laghi Pasini si sente affratellato probabilmente in virtù di una cifra comune, fatta di attese e domande e solitudini bloccate nel silenzio, come in un quadro di Hopper.

Così, anche nella seconda sezione, il registro poetico si mantiene fedele al criterio dell’understatement, e non di meno incide come su una lastra ciò che tutti abbiamo pensato, visto, vissuto in quel fatidico anno Venti senza però avere le parole per dirlo. Invece le parole le troviamo qui sulla pagina, nella loro semplice, drammatica verità, a ricordare quando, «in un inverno qualunque», una minaccia mortale «all’altro capo del mondo […] in un attimo era qui a uccidere», in un modo così subdolo e diverso da ogni prefigurata catastrofe: per scoprire, infine, che «delle tante primavere questa è la più crudele» (Primavera 2020). Con la pandemia, persino la fantascienza all’improvviso è diventata un’ipotesi ben più definita e possibile di quanto non fosse quando era confinata nei romanzi di Urania, la mitica collana di libri dal cerchio rosso in copertina cara a Laghi Pasini. Senza finimondi irreversibili, però: una fantascienza incline invece alla fiducia che, dopo anni incalcolabili, «la Terra mostrerà al Sole / una nuova primavera», e il ciclo della vita potrà riprendere su una Terra «blu e bianca con qualche nuance di rosa» (Ipotesi). Di fatto, nelle cinque poesie che compongono la seconda sezione, a dominare è la ciclicità della natura con il conseguente ritorno della primavera, la quale, benché indifferente alle vicissitudini umane, è tuttavia parte della nostra esistenza, sicché il suo ritorno sempre atteso sta a testimoniare che «forse / il senso delle cose è solo vivere» (Il senso delle cose).


Accanto al titolo, J.M.W. Turner, The Burning of the Houses of Parliament, 1834.

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