Andrea Carraro
Una storia di disagio e violenze

Mentre tornava

«Mentre tornava a casa dopo il lavoro, camminando lentamente sul marciapiede affollato, Lory pensava e ripensava a quel gesto villano del capodivisione»... Pubblichiamo il racconto inedito di Andrea Carraro che ha vinto il concorso letterario "È sempre il 25 novembre; tutti insieme contro violenze e discriminazioni" a Pineto

“Era partita come una giornata di lavoro qualunque, dottoressa, beh, non proprio qualunque… ma non so se conta questo per la nostra terapia…”

“Tutto conta nella nostra terapia…”

Mentre tornava a casa dopo il lavoro, camminando lentamente sul marciapiede affollato, Lory pensava e ripensava a quel gesto villano del capodivisione, il dottor Ludovico Grugni, che in mattinata le aveva dato un pizzico sul fianco (non proprio sul culo, ma insomma…), mentre faceva fotocopie di atti di consenso alla Xerox ultraveloce del reparto.

“Finora con me non si era mai permesso confidenze simili. Mentre con le altre impiegate più giovani… Dio che pensiero disgustoso degradante! Eppure, lo pensavo, dottoressa…”

Ci troviamo nello studiolo di una psicologa, a due passi dal Colosseo, di cui se ne vede una porzione fra le creste brune dei tetti e uno sciame di rondini; due donne, una di fronte all’altra, in poltroncine di design dagli stretti esili braccioli e la seduta tondeggiante, la luce calda di una lampada da terra a stelo, strategicamente piazzata quasi in mezzo fra dottore e paziente. La terapista, una donna bionda più vicina ai cinquanta che ai quaranta, dai brillanti occhi verdi, la capigliatura vaporosa, belle gambe lunghe scoperte accavallate; la paziente, più giovane, minuta, meno appariscente ma graziosa, le mani piccole e molto curate, su cui ogni tanto getta uno sguardo, occhi color nocciola vivaci ma ritrosi, “come quelli di un coniglio selvatico”, così li ha definiti una sua compagna di scuola a cui voleva bene come una sorella, ch’è morta di cancro l’anno scorso.

Avrebbe dovuto urlargli dietro qualcosa a quel porco lardelloso, con quell’accento brianzolo mellifluo insinuante, e invece si è limitata a scansarsi con uno scatto aggraziato del bacino, le mani occupate dai fogli le hanno impedito di fare di più. Ma lo avrebbe fatto quel di più? Perché non ha protestato, la voce ce l’aveva! E un paio di colleghi – Magli e quella pettegola di Velluti – hanno pure assistito alla scenetta.

“Ecco a questo pensavo, davanti a una vetrina illuminata di scarpe e borse su via Nazionale davanti alla Banca d’Italia più o meno… se solo avessi immaginato quello che stava per accadere…”

“Continui…”

Non guardava, la donna, se non distrattamente, la merce esposta nella vetrina, osservava piuttosto se stessa nello specchio, una 45enne ancora attraente, doveva ammettere, si pose di fianco per meglio apprezzare la silhouette, la curva del culo, lo confermava anche il fatto che il dottor Grugni l’avesse degnata delle sue disgustose attenzioni.

E poi altri pensieri, in cascata, mentre riprende a camminare lungo il marciapiede: Pietro, il suo compagno, che la desidera sempre meno, e la tradisce con una sua collega di lavoro più giovane, trentenne,

“Con un culo che pare disegnato col compasso…”

“Chiarissima!”

Del resto anche a lei è venuto a noia fare sesso con lui, gli è venuta la pancia, si è inflaccidito sui fianchi come una donna anche se va in palestra due volte a settimana, e gli puzza l’alito certe volte, se ha bevuto – rimuginava sulla sua vita ordinaria, monotona, ai suoi due figli adolescenti che crescono così in fretta, Paoletta, le sue pene d’amore…

 “Ecco, solo in quel momento ho pensato a lei, che solo ieri era una bambina… Raggiunsi la fermata e ingannai il tempo navigando su Facebook, scorrendo dei post senza interesse sulla trascorsa Quarantena, ne scrissi uno breve, ricordo, vagamente ironico, disincantato, per vedere quanti mi stavano seguendo… Pensi a che cosa cazzo pensavo in quei momenti, mi perdoni il turpiloquio…”

“Capita anche a me di usarlo, non se ne curi…”

Ecco che spuntano i primi commenti, tutti maschili, che lei immediatamente premia; quell’attività le occupa il tempo residuo prima che giunga il suo mezzo e possa salire a bordo e mettersi seduta in un posto leggermente rialzato rispetto alla pedana, addossato alla cabina del conducente.

Nello spicchio di finestrino che riusciva a inquadrare, scorreva un frammento di strada trafficata, passanti frettolosi. Venticinque minuti dopo scese dall’autobus e percorse, come ogni sera più o meno alla stessa ora, al crepuscolo in quella stagione primaverile, un paio di isolati in zona Re di Roma, prima di raggiungere la svolta di via Urbino dove abitava. Girato l’angolo, tuttavia, si accorse dello strano assembramento di gente all’altezza della Pam, proprio sotto al suo palazzo; che diavolo è successo, si domandava, c’è anche una chiocciola lampeggiante, un’ambulanza, no, una volante?, no, un’auto blu, un furto?, in pieno pomeriggio?, o qualcuno si è sentito male, l’anziana del piano di sotto?, la signora Trulli, uhm, forse, ma perché un’auto blu, aumenta l’andatura con un presentimento che si fa strada a poco a poco dentro di lei, un passo dopo l’altro, sua figlia, Paoletta, la sua Paoletta, già, quel messaggio, quel cazzo di messaggio… ora Lory sta correndo in mezzo alla strada come la Magnani in Roma città aperta…

“Mi venne da pensare alla Magnani in Roma città aperta, assurdamente, mentre quell’idea mostruosa si impadroniva di me a poco a poco…”

Sua figlia che qualche giorno fa aveva postato quello strano messaggio, che lei aveva letto al volo dal suo profilo fantasma, dal suo secondo profilo, perché la figlia ha bannato tutti i parenti, lei compresa, quel messaggio ch’era poi una citazione, “Non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi” (Pavese), insieme al link di una canzone rock che non ricorda, a cui non aveva dato peso, pensando che volesse solo attirare l’attenzione del suo ragazzo, Patrizio, con cui sta sempre a lasciarsi e riprendersi, sua figlia, Paola, ma possibile?, fino a questo punto, ma no, non dire sciocchezze, sarà qualcun altro, quell’auto blu con la chiocciola silenziosa che proietta macchie blu e bianche sulle spalle delle persone e sul fianco del suo palazzo… sua figlia che si è buttata di sotto dal loro balcone al sesto piano e giace sul selciato con una riga di sangue che dalla testa si allunga sul mattonato e scola dentro l’aiuola di cemento, anche se Lory ancora non può vederla, perché c’è un muro di gente davanti. Ma già la piccola folla si apre, come una ferita che si allarga tramite un divaricatore chirurgico, ecco, scoprendo quella scena, proprio al sopraggiungere di un’ambulanza, una macchia di gesso o di calce sul praticello dell’aiola, si faccia forte signora, la vecchia del secondo piano con le mani nei capelli, il verduraio marocchino col grembiule celeste impataccato e una cassetta di frutta fra le mani, un cagnetto nero che abbaia all’impazzata…

“C’è un ordine delle cose dottoressa, qualcosa che ci sovrasta, non crede?” – dice Lory soffiandosi il naso per la commozione che le ha suscitato quel resoconto, che le pare quasi di un’altra persona.

“Si spieghi, Loredana… allude a qualcosa di soprannaturale, allude a Dio?”

“Non proprio. Non credo in Dio. Una sorta di predestinazione, un incontro col destino…”

“Lei si sente una predestinata?”

“In qualche modo sì, dottoressa, ogni tanto succedono dei fatti che cambiano il corso della mia vita… come delle sterzate… la mia vita è cambiata dopo la morte di mia figlia, mi sono separata da mio marito”.

“Ah, suo marito, siete sposati… Finora aveva parlato del suo compagno…”

“Sì, mio marito, ma io sono abituata a chiamarlo compagno…”

“Come mai?”

“Non lo so, mi ha sempre dato fastidio l’idea del matrimonio, del marito, della moglie, sa, io non volevo sposarmi, è stato lui a insistere, anzi mia suocera, pace all’anima sua…”

“Da quanto tempo siete sposati?”

“Vent’anni, ci siamo lasciati dopo quasi vent’anni di convivenza…”

“Mi dica di quel post di sua figlia…”

“già, il post… Pietro non mi ha mai perdonato, per averlo sottovalutato, quel post di mia figlia, che era una invocazione di aiuto, lo pensa anche lei dottoressa?, lui comunque la vede così e mi ritiene responsabile… e non so quanto ancora riuscirò a sopportarlo, dico il suo stalking, sì credo che ormai si possa dire così, ma valuti lei, dottoressa, mi manda messaggi ambigui aggressivi su WhatsApp. Anche di notte. Mi ha minacciata più di una volta… ecco il vero motivo per cui sono qui, forse…”

“Che genere di minacce?”

“Minacce bibliche, gliel’ho scritto nella mail, la collera di Dio si abbatterà su di te, cose del genere, enfatiche, retoriche… che poi lui non è mai stato tanto religioso… retorico sì, eccome, ma mai religioso, gli è scattato qualcosa dentro, mi fa paura.”

“Lo ha denunciato?”

“No, ancora no… Lo dovrei fare?”

“Forse sì.”

Facebooktwitterlinkedin