Roberto Mussapi
Every beat of my heart

L’enigma Bigongiari

Un Maestro. I suoi versi hanno «la luce del paradosso e la lama della verità». Sono «un punto di resistenza a una civiltà in crisi». Ci parlano, ora dalla nuova raccolta “L’enigma innamorato” a cura del “discepolo”, a sua volta poeta, Paolo Fabrizio Iacuzzi

Definisce la poesia: «Una scienza nutrita di stupori».
E scrive versi leggendari, come: «Abìtuati all’inferno dell’effimero».
È uno dei poeti che fanno il Novecento, che lo contrastano nutrendolo, lo fanno pieno e nuovo e ricco.
I versi che leggete oggi sono tratti dal volume L’enigma innamorato di Piero Bigongiari, un’antologia che raccoglie poesie dal 1933 al 1997, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, massimo esegeta e interprete di Bigongiari a cui ha dedicato buona parte della sua vita, oltre che poeta di rilievo in proprio. Il volume, edito da una rinata Vallecchi, rinata scintillantemente, ha l’introduzione di Milo De Angelis, illuminante, che sottolinea come «i versi di Piero Bigongiari erano e rimangono sapienti, fulminei, perentori, capaci di entrare nelle zone più profonde, di rovesciare ogni luogo comune e trasformarlo in sentenza. Hanno dentro di sé la luce del paradosso e la lama della verità». In quello che giustamente De Angelis definisce un Maestro, è una sapienza poetica rara e unica… Lo conobbi lo stesso giorno in cui lo incontrò Milo, eravamo insieme, fu un incontro entusiasmante.
Divenni amico del Maestro, e fui uno dei pochi poeti della mia generazione a considerarlo tale: rispettato da tutti, ma meno considerato di altri della sua portata, come Caproni, Bertolucci, a parte Luzi che io dissi subito il maggiore italiano del Novecento.
Io, De Angelis, Roberto Carifi, Alessandro Ceni, Loretto Rafanelli, Iacuzzi lo consideravamo più di un poeta rilevante, un enigma dal carattere dolcissimo, un sapiente inventivo e un essere umano generoso e gentile.
Inutile commentare questa poesia, in cui subito si svela come anche il ritorno è un esodo, un riapprodare a Itaca e a quell’Altro che è l’io di Rimbaud.
Sapienza scintillante e a tratti sofferente, pur nella gloria fluviale del suo verso poematico.
Concludo questo breve ricordo, che segue alla impeccabile recensione del poeta Raf, uscita poco tempo fa su queste pagine (http://www.succedeoggi.it/2021/05/il-crocevia-dellattimo/), la quarta di copertina che scrissi per il libro Bigongiari Poesie, nella collanaI poeti che ho diretto a lungo per Jaca Book, ove pubblicai una scelta della sua opera nel 1994, a cura di uno dei maggiori critici di Bigongiari e della poesia italiana del Novecento, lo straordinario Giancarlo Quiriconi, scomparso due anni fa, perdita gravissima per la poesia e italiana e per chi ha a cuore la vita.
Nella sua dedica, Big, si rivolge a me con «riconoscenza e amore»: prova della sua generosità verso chi, pubblicandolo e celebrandolo, a differenza di chi lo aveva erroneamente trascurato, faceva solo metà del suo dovere.
Ecco la mia quarta:
«Nell’ottobre del 1914 nasceva a Navacchio (Pi) Piero Bigongiari, uno dei grandi poeti del nostro tempo, voce centrale dell’ermetismo e poi autore di un incessante, metamorfico, cangiante, poematico inno agli elementi.
Nell’ottobre 1994 Jaca Book rende omaggio agli ottant’anni del poeta con questa antologia curata da Giancarlo Quiriconi, un importante interprete della poesia italiana del Novecento.
Dalle prime opere ermetiche nelle quali, similmente a quanto faceva altrove in quegli anni Ezra Pound, si definisce una sorta di imagismo italiano, alle pagine di tensione eraclitea e whitmaniana, ai cantos del grande viaggio nell’acqua, nel fuoco, nella storia, noi riviviamo il brivido di un’avventura che, nata anche per resistere a un’età buia, funge oggi più che mai da punto di resistenza a una civiltà in profonda crisi anoressica. Oggi più che mai questo libro ci ricorda come la poesia concorra a amare e attraversare la realtà, a cercare la luce: “ti abitua a distaccarti un po’ per volta/ dal crudo magma che t’involge e soffoca”».

Esodo

È esodo anche il ritorno: è la luce

del giorno anche il nascondimento

della notte. Ne vedo sulla mano

protesa verso la terra promessa 

un ambiguo baleno, un’ombra strana,

quella decidua di una strana perdita.

Ma fu questa la causa del suo eccesso?

Vedo nella distanza tra il visibile

e l’invisibile ciò che ne resta

per sempre intoccabile. È la festa

che ti estrania? L’esodo che ti accosta

alla perdita dell’oblio ti allontana

da ciò che stai lasciando per la via,

l’origine della tua stessa follia?

Piero Bigongiari
14 settembre 1997

(Da Piero Bigongiari, L’enigma innamorato, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Vallecchi)

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