Loretto Rafanelli
Bigongiari ne “L’enigma innamorato”

Il crocevia dell’attimo

L’“Antologia 1933-1997” ha il merito di riportare l’attenzione su una delle voci più intense del ’900, centrale per i più importanti poeti italiani successivi. Una poesia che si interroga, aperta a ogni divenire

La pubblicazione di un libro con le poesie di Piero Bigongiari (L’enigma innamorato. Antologia 1933-1997, Vallecchi), è sicuramente un evento: il ruolo del poeta toscano nel panorama della poesia del ’900 è ben noto, e riproporre parte dei suoi versi, permetterà di avvicinarsi, soprattutto ai più giovani, a una delle voci più intense dello scenario poetico italiano. Al sottoscritto che ebbe la fortuna di conoscerlo e frequentarlo – anche poco prima della morte, avvenuta nel 1997, quando lo raggiunsi nella sua vacanza a Forte dei Marmi, allorché gli portai le bozze di un nuovo libro per i tipi de I Quaderni del Battello Ebbro – questa uscita procura una forte emozione. Il volume è curato da Paolo Fabrizio Iacuzzi, vale a dire colui che più di altri gli è stato vicino, ordinando le sue carte, aiutato dalla moglie Elena, curando numerosi volumi via via pubblicati, tracciando gli aspetti critici della poesia di Bigongiari. Questa interessante riproposta fa anche pensare che ritornare sui grandi autori del ’900, al di là di quelli maggiormente consolidati, è opera assai meritoria, perché poco a poco quasi se ne perdono le tracce, si annebbiano i loro fondamentali contributi, anche critici (pensiamo, solo per fare pochi esempi, a Betocchi, Solmi, Parronchi, Gatto, Fortini, ecc.).   

Di Bigongiari molto è stato detto e ancora egli conserva un ruolo centrale per importanti poeti (Carifi, Ceni, De Angelis, Mussapi, il quale, nel 1994, ne pubblicò una antologia nella collana da lui diretta presso la Jaca Book). I suoi versi rivestono il segno dell’ispirazione assoluta e della novità, dell’intelligenza “programmata” e della sapienza, della ricerca linguistica e della forza inesauribile della parola, della trasfigurazione simbolica. Si rimane sempre ammirati a leggere queste poesie con le loro diverse preziose angolature: dalla luce che emerge dal buio, al trovarsi perdendosi o al perdersi trovandosi, dalla contraddizione necessaria che sovrasta ogni segmento della vita, al vitale incontro scontro degli opposti, dove contemporaneamente si va verso l’interno e verso l’esterno, da un dire che quasi labirinticamente non termina mai, all’incrocio di un senso che ha più approdi morali e spirituali, dalla magnificenza splendente e luttuosa del viaggio, al non appartenere, come lui stesso ebbe modo di dire, né allo spazio benedetto né a quello maledetto, dal totale al minuto crocevia dell’attimo.

Fu detto che l’ossimoro era la vera dimensione di questa poesia, ma più esattamente potremmo parlare di una interrogazione che mai cessò: aperta a ogni divenire, a ogni traccia nascente del vivere umano, alla sorpresa fanciullesca di un sogno, alla deriva e all’approdo naturale, inesplicabile, della morte, dove però la forza generativa della poesia ci consegna una fine “attenuate”, perché si tratta di una morte che conserva in sé una rinascita. Bigongiari fu molto di più che un semplice poeta, in lui brillava una conoscenza impressionante e un interesse per mille cose che andavano oltre il verso, con una curiosità intellettuale unica, “appoggiata” alla esplorazione della traccia ineliminabile del mistero. Sosteneva che la poesia era un labirinto dove entrando più non si poteva individuarne l’uscita e la materia poetica era come l’elemento radio che si uniforma allo spazio che trova: come dire che è quasi impossibile regolamentare la creatività o inquadrarla in schemi angusti, ma essa si presenta come un fiume carsico che sfoga la sua forza in mille rivoli. Era ciò l’aprirsi al tutto. Soprattutto stupirsi del mistero della vita. E volgersi pure allo  spirito, all’invocazione trascendentale, con la parola profonda dei Vangeli. Una narrazione dove il segreto dell’esistenza e dell’eternità si possono ritrovare in questa nota che egli pose a Il cubo e la gabbia: «Al di là delle ultime montagne c’è una grande pianura e in questa pianura sappi che c’è un cubo di granito di mille chilometri per lato e ogni mille anni giunge un uccellino che dà un colpo di becco a questo cubo. Ecco, quando tutto il cubo verrà disfatto, allora sarà passato un giornodell’eternità».

Giuseppe Ungaretti e Piero Bigongiari

Ma si può anche dire che non c’era nel suo discorso la presunzione che la poesia potesse racchiudere la risposta su tutto, piuttosto era conscio che “la speciale lingua” avesse in sé la misura del limite, che si avverte più ci si avvicina al centro del discorso, secondo un dettato che si situa nell’insufficienza del dire, e del rivelare, e del cantare. Però, indubbiamente, ci dice Bigongiari, che la poesia ha una responsabilità perché porta qualcosa che non conosciamo, quindi necessita di uno stato di attenzione sia in colui che la scrive sia in chi la legge. Nella sua preziosa introduzione all’antologia, Milo De Angelis afferma che l’aspetto più interessante di Bigongiari era che «sapeva proseguire il discorso dell’altro», ma forse possiamo dire che ancor prima egli sapeva ascoltare, sapeva valorizzare lo sforzo dell’altro, sapeva accettare le debolezze dell’altro: alla professoressa di lettere del Liceo dove l’avevo invitato, che gli chiedeva se aveva scritto dei libri, rispose dolcemente: sì, qualcuno, li può trovare alla libreria Seeber a Firenze. E mai, questo altro, “punirlo”, dall’alto del suo sapere illimitato che spaziava dalla storia dell’arte (bisogna ricordare il bellissimo studio sui pittori fiorentini, con il volume Il Seicento Fiorentino, artisti che valorizzò ed esaltò assieme a Mina Gregori), alla critica, alla traduzione e molto più. Il Liceo dove lo invitai era proprio a Pescia, luogo della sua infanzia a cui era particolarmente legato, avendo passato lì il periodo 1919-1925, allorché il padre lavorò nella stazione locale, e proprio in relazione al viaggio quotidiano verso Lucca con la tranvia, già a quel tempo dismessa (e lui espresse dolore per quella avvenuta soppressione, che tranciava un pezzo della sua giovanile storia), egli poi scrisse la nota poesia Pescia-Lucca, una delle poesie che più mi hanno colpito e che qui propongo, con quel lancinante ticchettio dell’attimo riassunto in quell’occhiata fissa ai cortili che egli osservava nel passaggio quotidiano e che nella memoria diviene un riflesso di ciò che non più si può “toccare”.

Ho vissuto

nelle città più dolci della terra

come una rondine passeggera.

Lucca era

un nido difficile tra le vigne

impolverate, in fondo a bianche strade,

donde sarebbe traboccata

con ali troppo folli

pe’ tuoi cieli molli, Toscana,

antica giovinezza.

Malcerta ebbrezza, malcelata infanzia

lungo le case di Lunata

sfiorate in tram accanto al guidatore,

la morte è questa

occhiata fissa ai tuoi cortili

che una dice sorpresa

facendosi solecchio dalla soglia:

è nata primavera,

sono tornate le rondini.

***

Mi si permetta una divagazione finale. Il libro è edito da Vallecchi, l’illustre casa editrice fiorentina nata nel 1911, che contava su eccellenti scrittori (Prezzolini, Bo, Pampaloni, Bargellini, Malaparte, Landolfi, ecc.), appena rimessa a nuova vita dall’editore Maggioli di Santarcangelo di Romagna, che nel passato ha pubblicato numerosi libri di Tonino Guerra, di cui era amico. Guerra peraltro è stato il creatore di uno straordinario spazio di proprietà del Maggioli: l’“Osteria La Sangiovesa” sempre a Santarcangelo, ricavata da un’antica nobile dimora, un luogo quasi incantato, dove il magico tocco del poeta romagnolo era evidente. Perché questa nota? Per dire di un ricordo personale che ha a che fare con Piero Bigongiari. Nell’ambito del Festival dei Teatri, famosa rassegna che si tiene a Santarcangelo dal ’71, Bigongiari fu invitato a fare una lettura, e io che ero implicato nella direzione, lo andai a prendere a Firenze, accompagnato dalla moglie Elena, e lo portai nella bella città romagnola, e proprio alla “Sangiovesa” ben pranzammo. E parlammo a lungo e girammo nel centro storico e fummo ammirati delle vie, del castello, delle grotte sotterranee, e fu incantato dalla spontaneità e dalla cordialità delle persone. Poi volle vedere alcuni quadri di Guido Cagnacci, che proprio di Santarcangelo era, e di cui era un esperto. Pittura, dialoghi, luoghi, cibo, un attraversamento lieto, un giorno difficile da dimenticare. Bigongiari era anche questo felice accostarsi a ogni semplice attimo della vita. 

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