Loretto Rafanelli
Ancora su “Campi d’ostinato amore”

Il battito della vita

Le molteplici forme della natura, «benigna e matrigna, debole e resistente». È il senso della perdita che fa comprendere il senso del tutto: «momenti vitali, respiri profondi, valori etici unici, o ancora misere inezie piene di pathos». La poesia di Umberto Piersanti è «battito estremo del cuore»

Il respiro pare lento e affannato, il vedere doloroso e isolato, delimitato e paziente il passo, con quelle ginocchia fragili. E allora ecco che lo scenario incalzato dall’incertezza dello sguardo, diviene un fronte, un distacco, segnato, secondo dopo secondo, da un fiero movimento resistente, ma pur sempre insicuro nell’accogliere ancora questo tempo. Parliamo di Umberto Piersanti e del suo recente libro dal titolo suadente, Campi d’ostinato amore (La nave di Teseo, già segnalato su queste pagine da Alberto Fraccacreta http://www.succedeoggi.it/2021/02/se-lora-e-perfetta/), dove il poeta urbinate organizza a puntino il suo territorio altro, la sua aia,che è poi una difesa sentita e forte, una sicura, misurata, alternativa mentale, etica e pure geografica. 

E quasi impressiona vedere il rimbalzo delle date, poesie scritte in un arco di tempo assai recente, soprattutto tra il 2018-2020, che rimandano quasi sempre a tempi antichi, parliamo degli anni 40 del Novecento, quando il poeta era appena nato. Lì si sviluppa il tutto, ma ancor più quella è la linea di difesa, la propria linea gotica, pazientemente ordinata, che il poeta stende contro il passare degli eventi e del tempo. Èla memoria della vita, con le sue tante emozioni, le storie, gli amori, la natura felice, le bestie, gli alberi, i fiori. O forse la ‘maledizione’ della vita, quella vera, tanto lontana ormai, fatta solo di luoghi persi, con la volgarità dei tempi odierni che invadono il tutto e ottenebrano il panorama tra le colline magnifiche dove l’alto confine scherma il mondo, scherma la vita, quel confine netto che giunge fino alla linea tenue dell’Adriatico, perso nei suoi orizzonti esili e oscuri.

E anche la storia filiale, con le sue deboli attese, è posta in questa area di vita, come un ulteriore momento di difesa e di tutela, di riservatezza e di affetto, il fortino che isola e  dove rimane solo il panorama sul mare Adriatico dal terrazzo di casa, dove ricostruire incessantemente il proprio logos, e la sequela di simboli e di varchi, in cui sopravvivere e raccogliere la leggera brezza marina. Umberto Piersanti ha sempre indicato in ciò che quotidianamente perdiamo, in ciò che inevitabilmente dimentichiamo, in ciò che terribilmente non afferriamo, la soglia che ci può dare il senso del tutto. E ciò non è a ben vedere semplicemente il culto del passato, bensì la necessità di affermare e di cogliere i passaggi che ci sono propri: momenti vitali, respiri profondi, valori etici unici, o ancora misere inezie piene di pathos. 

E allora Piersanti ci pare asserragliato in un isolamento incolmabile con i suoi mille fiori, le sue piante, le sue alture imperiose e ormai irraggiungibili, i suoi viottoli, le bellissime mura urbinate, le sue amicizie fondate sulla poesia, le sue molteplici lingue amiche, i suoi giri col figlio sulla giostra struggente dell’esistenza. Èquesta la vita del poeta, racchiusa in un cerchio raggelato e ossessivo, ma pure vivo nei sorpresi cicli vitali dei giorni, dal nascere perenne delle primule, del giorno che viene dopo il giorno, dalle stagioni che vengono dopo altre stagioni, del respiro della natura continuo profondo e vitale. 

La vita del poeta è volta all’attenzione spasmodica a tutto ciò che si perde, sia un tipo di albero di mele che ormai non c’è più – come ricordo di aver ascoltato dalla sua voce – o il respiro della giovane bellezza con la gonna al vento che il rumore leggero del suo strusciare segna nel cuore. La vita del poeta è ordinata a misurare «il vento lieve» o «il sole che tiepido riscalda», o a mirare la triste mutazione primaverile che incanta e intristisce, come ci dice in questi bellissimi versi: «più d’ogni altra primavera triste,/ il male di vivere non lo incontri/ solo in quel che cede/ e si dissolve/ ma nel fiore che s’alza dalla terra/ nell’albero che s’apre/ a nuove foglie».  

A ben vedere che altro può dire la parola del poeta se non rintracciare ancora una volta tutto questo sciame di segni, di voci, di colori, di parole, di dolori, di accenti, di paesaggi, di odori, di silenzi, di amori, di piaghe dell’anima. Quel varco prezioso della vita: «il varco s’apre// e l’aria,/ com’era l’aria,/ no, non lo sai dire/ e l’erba la più verde/ e la più lieta;/ e cielo e terra/ mai così felici». Ecco, sono pochi i poeti che riescono a consegnare questo andare e venire dei giorni, questo intrico del tempo, questo spazio fatto di consegne e di scenari. Quella magnificenza di colori che la natura regala, racchiusi in questa bella poesia: «greppi che il pruno/ imbianca a marzo/ e il lupino ricopre/ d’un suo rosso acceso/ quando il sole scende/ così tardo sul Carpegna/ e fa i campi arancioni/ giù fino al mare,/ greppi attorno alla casa/ dell’Antico dove scendo/ col padre tra i filari/ di limpido bianchello,/ delle fiamme odorose/ di bersigana». 

Come fa Umberto Piersanti. Poeta portato quasi spasmodicamente a riproporre un mondo vigilato dal ricordo, quasi continuamente portato a osservare le congiunzioni stagionali («tenera è l’estate/ che finisce/ in queste acque lontane/ sotto i gran monti»), a nominare le mille forme della natura, benigna e matrigna, debole e resistente, accogliente e severa. E con il respiro vitale della vita che mai passa invano, con la storia che ci insegue con le sue certezze, le sue date infinite eppure da rammentare, come peraltro egli fa, i volti vividi dei cari che ancora nelle stanze dei giorni passati vigilano le nostre vite, e dove si inclina lo sguardo, che mai nel poeta urbinate è appeso nel vuoto, e mai ci appare nichilistico o sprezzante. Forse tutto è età breve, però sempre sorprendente: «l’età breve/ trascorre/ in un cielo chiaro/ e senza tempo». E appare difficile pensare a un poeta che più di Piersanti sappia insistere sulle cose della vita senza infingimenti, senza filtri, senza giri di maniera, con il cuore aperto alle ferite, ai sorrisi dei volti e del tempo, alle sgranate dolorose combinazioni delle esistenze, alle molteplici istanze delle ‘anime perse’, dai respiri pesanti degli anni, che pure sono una sentenza e un dilagare di interrogativi e di ansie, ma anche la capacità di dare un ordine alle vicende del mondo. Così su questa giostra scorre e va questa poesia tesa e accogliente, compassionevole e desiderosa di vita, allarmata e severa, dolce e tenera, luminosa e vigilata da una malinconia segnata dal battito estremo del cuore.

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