Luca Fortis
Sulla scena di Istambul

Nel gelo della Turchia

Il disegno neo-ottomano di Erdogan ha congelato anche la vivida stagione di grande sviluppo dell'arte contemporanea turca»: il critico Vittorio Urbani ci accompagna nel labirinto di questa singolare creatività

L’arte contemporanea turca è un mondo molto interessante e dinamico. Anche se negli ultimi anni ha pesantemente subito la pressione della politica. Ne parliamo con Vittorio Urbanicuratore indipendente con una profonda conoscenza dell’arte mediorientale: ha vissuto per anni a Venezia e da pochi mesi si è stabilito a Napoli. Ha organizzato o curato più di 200 mostre di arte contemporanea, numerosi libri e cataloghi d’arte e i padiglioni della Biennale di Venezia di Turchia, Azerbaijan, Iraq, Bulgaria, Palestina e Libano. Dal 1993 è direttore dell’associazione culturale non profit “Nuova Icona – associazione culturale per le arti” con sede a Venezia.

Mi racconti la scena dell’arte contemporanea in Turchia? 

È stata, fino a pochi anni fa, un’importante parte sia della scena artistica internazionale, sia del mercato dell’arte. Ma le cose sono cambiate, soprattutto dopo il cosiddetto tentato colpo di stato del luglio 2016. Vivono comunque ancora nel Paese importanti personalità artistiche, di cui parleremo. Dalla fine dell’Ottocento all’inizio del Novecento, artisti e intellettuali turchi, come del resto da tante nazioni, anche dall’Italia, hanno cominciato a recarsi a Parigi per studiare arte, in particolare disegno e pittura. Diverse figure emergono tutt’ora, dalla massa di amateurs e ricchi dilettanti che si educavano a una scuola post impressionista, in realtà ormai trita. Per esempio, Hamdi Osman Bey, pittore interessante ma soprattutto intellettuale ed efficace organizzatore culturale, tra l’altro fondatore del Museo Archeologico di Istanbul e a lungo suo direttore. Vorrei poi ricordare Mihri Hanim, una bella figura quasi romanzesca di donna libera, letterata, pittrice, direttrice della prima scuola d’arte per donne aperta in Turchia ancora nel periodo sultaniale. Mihri ha avuto una vita lunga e durante la sua carriera visse come ritrattista a Parigi, dove finì col diventare l’amante e poi la moglie di un ragazzo a cui per vivere aveva affittato una camera della propria casa. Passò per Roma dove fu amante di Gabriele Dannunzio e forse grazie a lui ricevette dal Vaticano una un po’ misteriosa commissione di restaurare affreschi in una chiesa. Una storia affascinate su cui ho purtroppo trovato pochi dettagli. Mihri morì anziana e sola, in totale miseria a New York, dove aveva stentatamente campato come illustratrice, dimostrando ancora una volta come la libertà la si paga cara.

Il medio e secondo Novecento è stato, sino alla seconda guerra mondiale, un periodo meno interessante. Qualche pittore con personalità si muove in un ambiente economicamente molto povero e autarchico e dove le energie anche intellettuali erano totalmente dedicate alla necessità di costruire una nuova nazione, dopo l’implodere dell’Impero Ottomano dovuto alla sconfitta nella Grande Guerra. Artisti celebranti le conquiste sociali del nuovo Stato si possono apparentare all’arte di propaganda in vigore nei paesi totalitari del tempo. È solo dal secondo dopoguerra, con il paese allineato all’Occidente col Patto Atlantico, che gli artisti rivolgono la loro attenzione alle realtà delle avanguardie nord europee e statunitensi. È stata una scena in costante sviluppo sino a pochissimi anni fa.

Un’opera di Gülsün Karamustafa

In che terreno si muove e cerca di esprimersi la ricerca nelle arti visive in Turchia?

Il presente è un periodo davvero difficile, in cui abbiamo visto la vibrante, interessantissima, viva, “ever-changing” Istanbul dei primi anni 2000, man mano ingrigirsi nella attuale mega metropoli, pur sempre centro intellettuale ed economico di un paese impegnato in vari fronti di guerra, ma con un’economia in recessione, la Lira in grave perdita di valore, la questione curda totalmente avvelenata. In tutto questo il piano cesareo o forse meglio dire neo-ottomano di Erdogan, apre fronti di contesa con la Grecia, con la Libia su cui tenta di stabilire una sorta di protettorato e con la Siria. Inoltre, missioni militari ed economiche cercano di creare aree di influenza in vari paesi dell’Africa, peraltro senza una motivazione storica o politica sensata, se non la pazza voglia egemonica e probabilmente il tentativo di distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi economici del paese. Una strategia che fino a un certo punto può funzionare. Quindi gli artisti in Turchia, per vocazione attenti alla scena culturale e visiva globale, si trovano ad agire su un terreno che si fa sempre più scomodo e ristretto, come quegli orsi che si trovano a navigare nel vasto mare, su lastre di ghiaccio, per via dello scioglimento delle banchise del Polo.

Quali sono gli artisti più importanti? 

Non saprei rispondere proprio così, o meglio non mi interessa chi sia più importante. Chiedimi fra vent’anni chi sarà stato davvero influente sulla cultura di questo paese. Io penso a Kutlug Ataman, magnifica figura di artista che si esprime soprattutto nel video; ma che ha venduto l’anima disapprovando pubblicamente i movimenti di Gezi Park. Momento in cui, almeno simbolicamente la società civile, davvero in maniera transpartitica e transgenerazionale, ha dato una forte scrollata al regime, peraltro subito crudamente repressa. Ataman poteva starsene zitto e mandare segni privati di solidarietà al governo se proprio voleva vendersi, invece si è espresso pubblicamente senza nessuna successiva precisazione. Penso a come sia invece possibile una reazione differente. Per esempio il raffinato, complesso lavoro di Taner Ceylan. Ceylan è stato, un po’ bizzarramente, invitato alla scorsa Biennale di Venezia a partecipare al Piedmont Pavilion, altrimenti detto padiglione del Piemonte, in cui la critica Ida Gianelli gli ha chiesto di realizzare una copia 1:1 del “Quarto Stato” celebre capolavoro di Pellizza da Volpedo. Una vera sfida in cui doveva realizzare un quadro enorme. Questa presenza di un artista turco era interessante per vari motivi. Potremmo dire che Ceylan col Piemonte non c’entra per niente, ma c’entra nella sua qualità di ospite, di osservatore diverso. Il quadro di Ceylan non lo sento una copia, benché sia identico a quello di Pellizza. Anzi un’opera derivata, per quanto da un quadro famoso, tra i simboli del Novecento e della storia sociale moderna, si inserisce, forse come farebbe un’entità aliena, come una spina nel fianco della società turca di oggi. L’opera, in quanto realizzata da un turco, è per così dire “portata in Turchia” e metaforicamente si porta con sé gli interrogativi e le tensioni sociali che l’originale contiene. Questo è quando mi sembra che l’arte serva a qualcosa.

Altri artisti?

Halil Altindere per la sua opera vasta, ironica e spesso coraggiosamente “politica” merita attenzione come uno dei validi artisti internazionali di oggi che vive in Turchia. Così come Nasan Tur, che lavora e vive a Berlino. Tra le personalità preminenti ci sono molte artiste donne. Ritengo importante la carriera e l’opera di Gulsun Karamustafa ed anche di Inci Eviner. In entrambe queste artiste, che non voglio qui accomunare se non per il livello di fama, si sviluppa una ricerca legata anche ai temi del ruolo della donna nella società. Ma questo avviene in una complessiva visione globale della posizione degli esseri umani, queste artiste sottoscrivono tematiche femministe, ma vanno oltre a questa posizione. Posso ancora ricordare altre artiste interessanti, come Eda Gecikmez, e Nilbar Gures.

Un’opera di Inci Eviner

Quali sono le gallerie più importanti?

Nello scorso ventennio c’è stato un grande sviluppo delle gallerie di arte contemporanea. Fino a cinque, sei anni fa si stava anzi assistendo alla apertura a Istanbul di branches di gallerie internazionali da Berlino, Londra, Parigi. Ma molte gallerie dopo Gezi Park, letteralmente per paura, oltre che per obiettiva riduzione del business, hanno chiuso. Le realtà “fringe” e giovanili sono schiacciate dalla situazione economica e sospetterei, benché io non ne abbia notizia, anche da una attiva repressione. Resistono le sempre interessanti Pilot e Depo che è in un ex deposito di tabacco. Murat Pilevneli, persona attiva, ma dal profilo controverso, resiste con la sua Galerist, così come la storica e ottima galleria Nev di Haldun Dostoglu, con sedi a Istanbul ed Ankara. Ma Rampa si è trasferita a Londra, Macka Galerisi, con quasi mezzo secolo di attività e che era una delle prime gallerie di arte moderna nate in Turchia, ha chiuso. Anche l’interessante Kuadro ha chiuso. Uno dei primi spazi di arte contemporanea ad aprire in Turchia, BM art center di Beral Madra si è trasformata in biblioteca e archivio aperto su appuntamento. Molte gallerie che nell’ultimo decennio erano comparse a Karakoy, in quello che stava diventando un quartiere dell’arte, hanno chiuso, cito tra le tante la bella e ambiziosa Mana, su due piani. Direi che oltre al calare del numero delle gallerie, c’è una generale caduta della qualità, una perdita soprattutto di quelle più sperimentali e d’avanguardia a vantaggio delle attività più commerciali, decisamente più collocabili nel campo della decorazione di interni che dell’arte.

Vi sono musei interessanti di arte contemporanea?

Questa è una storia davvero interessante e specifica della Turchia. Nel paese esiste un sostegno molto forte dei privati o delle aziende all’arte. Non ci sono musei statali di arte moderna, men che meno di arte contemporanea.  E per vari motivi direi che è una fortuna che non esistano. Intorno al 2000 si apre il Museo Elgiz, primo museo in Turchia dedicato all’arte contemporanea. La famiglia Elgiz vuole proporsi come esempio per il patrocinio privato dell’arte, altri ricchi privati hanno poi seguito il suo esempio.  Altre realtà da citare sono il museo Sabanci, con importanti collezioni di arte e di opere di calligrafia, appartenute alla omonima famiglia. Il Museo Sabanci ospita anche importanti mostre di arte moderna o storica con opere di Picasso e di alcuni impressionisti, con ciò offrendo un accesso unico all’informazione visiva per il pubblico turco. Il gruppo Koc ha dapprima aperto Arter, uno spazio espositivo nella centrale Istiklal caddesi, spostandosi poi in una vera e propria nuova struttura museale appositamente costruita a Dolapdere. Mentre il gruppo assicurativo Garanti ha sostenuto il bellissimo restauro di due edifici storici a Beyoglu, risultanti in SALT Galata nella ex sede della Banca Ottomana e in SALT Beyoglu nella Istiklal caddesi, gli Champs Elysées di Istanbul. Due sedi di ottime mostre e attività. Spazi più modesti, ma gestiti curatorialmente in maniera ineccepibile, sono quelli della banca Yapi Kredi a Galatasaray e la grande galleria di AkBank ancora in Istiklal caddesi, quasi a piazza Taxim.

Ancora privato, ma con dignità di importante intervento pubblico, è quello sostenuto in gran parte dalla famiglia Eczacibasi, con la creazione, quasi trent’anni fa, della internazionalmente stimata Istanbul Bienali. Differenziatasi in varie attività, includenti anche teatro, cinema, danza, la Biennale di Istanbul, la cui prossima edizione è in settembre 2021, è un irrinunciabile avvenimento nell’agenda internazionale dell’arte. Personalmente la trovo spesso più fresca e interessante che non la Biennale di Venezia.

Questo quadro di importanti investimenti privati, nato in fondo da pochi anni, ma presto divenuto “adulto” culturalmente e senza provincialismi, è stato molto interessante da osservare e francamente, nella statica situazione italiana della cultura, trovo sia da invidiare.

L’ambiguità che resta, ma la si ritrova spesso nei casi di filantropia privata, è che a volte si sente troppo la mano del “padrone”. Inevitabilmente però queste iniziative col tempo miglioreranno e grazie anche alla ricerca della qualità perseguita dallo sponsor, ritengo che pian piano si andrà verso una maggiore indipendenza di chi dirige l’attività culturale.

Mi parli delle tue esperienze lavorative in Turchia?

Nel 1999, una sorridente signora turca, Beral Madra, in visita alla mia “casa galleria” di Venezia e che era parte di un gruppo di curatori che si chiamavano bizzarramente “non western curators”, mi disse, in tono un po’ mondano, “lei deve venire a trovarci a Istanbul”. Come tanti, avevo interesse per Istanbul, ma non era in nessuna agenda. L’anno successivo, in un periodo personalmente difficile, presi un mese di ferie e mi trasferii armi e bagagli a Istanbul, nell’appartamento studio del marito di questa signora, che mi venne messo generosamente a disposizione. E così ho vissuto a Istanbul, non l’ho visitata. Mentre ho visitato, in cerca di artisti e di contatti, Parigi, Berlino, New York, Londra e le ho amate, Istanbul l’ho vissuta. Stavo molte giornate da solo a casa, ascoltando la radio in turco, leggendo. Era una casa un po’ buia, molto silenziosa. Uscivo solo per comprare yoghurt, simit, formaggio, olive e frutta nei negozietti locali, mi facevo capire a gesti. A Istanbul ci ho vissuto e così è diventata mia. La mia “storia” con la Turchia è iniziata così.

L’anno dopo, propongo alla Madra, che è la decana della critica d’arte in Turchia e importante curatrice attiva internazionalmente, di darci da fare per realizzare il Padiglione di Turchia alla Biennale di Venezia dell’anno successivo. È stata una impresa improbabile, ma che ricordo leggera e bella, nata da un “perché no” di risposta alla mia proposta. Amo il “perché no”, un modo di pensare libero e giocoso che non solo apre porte di cui non avevi la chiave, ma addirittura le porte le crea. È stato un momento storico per la Galleria di Nuova Icona che ospitò il Padiglione e per me personalmente.

Dopo questa esperienza, ho avuto occasione di curare molte mostre in Turchia, a Istanbul, Sinop e Ankara.

Un’opera di Nilbar Güreş

La Turchia è da una parte una cerniera tra l’Occidente e l’Oriente, ma nel 900 nonostante una forte occidentalizzazione, venuta in parte meno con il governo Erdogan, ha completamente perso la diversità culturale che per secoli aveva avuto l’Impero Ottomano. Nella scena artistica cosa resta di quel mondo?

Niente o quasi per fortuna. Almeno a quanto mi risulta. Poi possono esistere attività di resistenza culturale, molto mono-nazionali e un po’ carbonare, ma non le conosco e le sospetto poco interessanti. Nel senso che se un’arte è contemporanea non può rappresentare piccoli mondi o mondi morti, se non in modo citazionista o nostalgico. Né, io perlomeno, sarei interessato a osservare un’arte armena o greca contemporanea risorgere in Turchia, ammesso che qualcuno ne avesse la bizzarra idea. Ma che il passato, minacciosamente, non possa ritornare non è del tutto vero, perché il governo sussidia forme d’arte tradizionaliste e culturalmente reazionarie. Sono stato due anni fa a una grande mostra di pittura e scultura che, essendo supportata da un partito tradizionalista vicino al Governo, era stata accolta nel bel Museo di Arte Islamica a Sultanahmet. Nel pubblico ometti baffuti dall’aria di impiegati statali imbalsamati in abiti di stoffa lucida e donne velate. E io. Si poteva vedere come il Governo cercasse di validare artificiosamente l’esistenza di un’arte turca contemporanea “conformista” e non problematica, di cui il visitatore culturale che osservi con occhi indipendenti la scena artistica del paese, non ha altrimenti né notizia né potrebbe sentire interesse. A questa mostra era presente molta calligrafia, pittura e scultura astratte delle più trite e noiose.

Concludendo, vorrei sottolineare come la scena artistica della Turchia sia stata, sino ai tempi recenti di involuzione e progressiva chiusura del paese, una parte importante, viva ed irrinunciabile della scena artistica contemporanea. Con l’augurio che tutto ritorni ad aprirsi al mondo presto.

Ma riflettere sulla propria storia novecentesca, sul nazionalismo, turco, come greco, sulla tragedia armena, sulla perdita del multiculturalismo, non può essere un modo per reinventarsi ed evitare gli errori del presente? L’arte contemporanea potrebbe avviare una riflessione “politica” del passato per pensare al futuro turco, europeo e mediorientale?

Tutto giusto, ma irreale. Se vanno in carcere persone che auspicano soluzioni pacifiche dei conflitti, cioè pacifisti ragionevoli, è addirittura impensabile che si possa riflettere su passati così scottanti.
Credo di poter interpretare, o forse solo immaginare, che anche chi appartiene a queste minoranze oggi abbia voglia di riflettere sul e con il futuro del mondo, globalmente minacciato. Piuttosto che frugare nei cassetti della nonna armena e tirarne fuori quattro centrini di pizzo tarlato e piangerci su. E se sarà vero che nel 2028 la Cina supererà economicamente gli Stati Uniti, l’asse del mondo si sposterà per la prima volta da 150, 200 anni. Questo travolgerà definitivamente i revanscismi nazionali armeni, palestinesi, greci o di altre nazioni o, peggio, li renderà irrilevanti.


Accanto al titolo, un’opera di Eda Gecikmez

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