Giuliano Compagno
Covidiario di un contagiato/13

Sontag, Guibert e le cicatrici

«Io termino questo breve diario. Ho pianto e sorriso da solo, nel rendermi conto di quanto per me fosse prezioso tornare alla giusta distanza dagli scrittori e dalle opere della mia vita. Da domani tornerò a leggerli con un’altra riconoscenza»

Non rilevato, non rilevato, negativo. Ho spizzato il nuovo referto come se aspettassi il quinto colore tra la curva dei cuori e l’angolo dei quadri. Alle sette del mattino di domenica, tre settimane esatte dal primo sintomo, il mio alter ego è dichiarato contumace. In effetti erano già due giorni che non dava più segni di sé. Nella peggiore delle ipotesi non ho voluto svegliarlo. Ma egli non dormiva, era uscito.

«A volte è solo uscendo di scena che si può capire quale ruolo si è svolto».

La Macchia occupante ha fatto il verso a Stanislaw Lec, una traccia del quale andai vanamente a cercare per mezza Varsavia. Per parte mia vorrei domandarmi cosa ho fatto e quale senso ho inteso dare a questi venti giorni incerti. Per mesi le persone più vicine mi avevano messo in guardia: «Devi evitarlo. Non te lo puoi permettere!», e io non avevo preso sottogamba quei timori. Erano corretti. Quando ho capito di essermelo permesso, ed è stato quasi subito, ho avuto paura, la stessa che forse avranno provato decine di migliaia di contagiati i quali, negli ultimi dieci anni, avevano subito un intervento di angioplastica, e siamo due milioni. La paura che avrà sentito Carlo Bordini, l’amico di tante cene letterarie a cui non mancavano mai il caro tremebondo Aldo Rosselli, Vito Bruno e Remo Capone. Povero Carlo e i suoi versi altissimi, di sacrosanta realtà. Sto leggendo il commiato di Gianluigi Simonetti…

«Carlo Bordini è morto lunedì scorso a Roma, in ospedale, all’età di ottantadue anni. Era una persona dolce, di rara mitezza e umiltà ma era anche uno dei poeti italiani più potenti, incisivi e in forma. Spesso i poeti sono gli unici a dire la verità ma in ogni caso non possono salvare il mondo perché il mondo, di loro, si accorgerà solo dopo. Ora che Carlo Bordini è morto, quel dopo è arrivato».

Mi domando fino a che punto si sia perso il senno da appigliarsi al dato che a morire, in fondo, fossero persone anziane, già deboli. Non avesse contratto il Covid, Carlo non sarebbe morto e avrebbe pubblicato un altro suo poema. Chiedetegli scusa di questa sciocchezza.

Ho scritto perché me la sono sentita. Mi sono venuti in mente Susan Sontag, un suo ricordo molto sentimentale dedicato a Paul Goodman (l’anarchico liberal, autore de La gioventù assurda), e naturalmente il suo pamphlet più vigoroso, che avrebbe rivoltato come un vestito vecchio un paio di secoli di filosofia della medicina: Malattia come metafora.

Di questo volume Sontag aveva donato una ricca anticipazione agli studenti del “New York Institute of Humanities”, esordendo con una metafora molto netta: «Una malattia è il lato notturno della vita. Un’altra cittadinanza. Chiunque nasca, possiede due cittadinanze: una nel regno della salute, l’altra nel regno della malattia». Questo cambio di cittadinanza è nella natura delle cose ed è un passaggio che paventiamo in tal misura che ai nostri vecchietti più amati e a noi stessi auguriamo di morire nel sonno, ovvero di passare a miglior vita con la cittadinanza della salute ancora sotto il cuscino.     

«La comprensione del cancro richiede nozioni di trattamento piuttosto diverse e dichiaratamente brutali (vi è una comune arguzia da reparto oncologico, orecchiata a dottori come a pazienti: “Il trattamento è peggiore della malattia”). Di coccolare il paziente non se ne parla proprio. Con il corpo del paziente considerato sotto attacco, l’unico trattamento sarà un contrattacco».

Ho appena cercato Malattia come metafora nella mia biblioteca. Non c’era. Quel buco nello scaffale mi è apparso molto strano. Forse avevo regalato il volumetto a qualche amico travolto da un tumore in famiglia? Susan Sontag aveva elevato un appello per liberare il cancro dalle allegorie e dai sensi di colpa che da sempre gravavano su chi ne fosse colpito. Via ogni artificio polemologico! Basta con le false incitazioni alla guerra “contro il nemico più difficile”! Si cancelli ogni immagine che rimandi a un’energia perduta, a una sconfitta, alla resa di un organismo depresso! Basta per sempre con tutto ciò che peserà il doppio sulla pelle di un ammalato! Lungo un sentiero mai battuto, il male andrà raccontato attraverso il gioco degli affetti, ripreso da un altro linguaggio, quello che ormai sembra non immaginabile, preda e ostaggio di figurette da avanspettacolo truccate da giornalisti. Neanche mendaci giacché i mendaci, almeno, sono;mentre quelle figurette non sono.

E allora ho scritto perché me la sono sentita. Mi sono venuti in mente Hervé Guibert, il suo volto di angelo e la sua drammatica, meravigliosa trilogia sull’Aids. All’amico che non mi ha salvato la vita, che forse fu Michel Foucault nella sconsiderata epoca prima, in cui non si voleva credere a un male tanto crudele da colpire il desiderio; Le regole della pietà, quando si alza il sipario dell’atto secondo e il corpo non risponde più alle battute, come un attore che va perdendo memoria.

«Siamo andati alla spiaggia di sabbia nera tra Rio Marina e Cavo, sotto le falesie, nell’acqua rossa dove si ricavava la bauxite, sotto gli scavi della miniera abbandonata. Non c’era più nessuno sulla spiaggia. In lontananza prendeva l’ultimo raggio di sole un traghetto bianco, dorato dalla luce. Entro in acqua, è troppo fredda. Gustave mi dice che il punto termico del corpo è sotto la nuca. Sono in mare. Posso nuotare o sono finito? Non lo so. Lo saprò da un momento all’altro, se ne ho il coraggio. Cerco di fare qualche bracciata. Sono un girino, un cane che annaspa, sono un piccolo poliomielitico, sono una pietra che va a fondo, io che nuotavo in mare aperto e che, i giorni di tempesta, mi lasciavo portare dall’onda sulle rocce taglienti aspettando la giusta onda portatrice, non posso più fare tre bracciate di seguito, ho dei monconi, sono a qualche passo dalla riva ma annego. Ho bisogno di aggrapparmi alle anche di mio padre perché mi riporti sulla spiaggia».

Citomegalovirus sarà il terzo passo, verso la fine. Hervé Guibert, questo ragazzo così imponderabile da scriversi, addirittura eludendo l’estrema vanità del suo terminare: «Forse oggi ho fatto conoscenza della camera in cui morirò. Ancora non mi piace».

Le cicatrici sono lesioni sulla carne e sono legami con il prossimo futuro. Resteranno dei tralci fibrotici nei tessuti polmonari; rimarranno dei segni di una lettura – da riprendere il giorno dopo – tra le pagine di Sontag, di Guibert e di Bordini.

Di quel che se ne sarà andato, non vi sarà testimonianza. Io termino questo breve diario. Ho pianto e sorriso da solo, nel rendermi conto di quanto per me fosse prezioso tornare alla giusta distanza dagli scrittori e dalle opere della mia vita. Da domani tornerò a leggerli con un’altra riconoscenza. Ho trovato del tempo destinato a perdersi, le sue pause e i suoi tempi lunghi. Gustare un piatto. Dormire accanto a te. Seguire un film ma fino a un certo punto. Non sapere come mai sono guarito.

E guardare una vecchia fotografia di mia madre e mio padre che sono abbracciati e io non sono nato.       

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