Giuliano Compagno
Covidiario di un contagiato/11

Rivera e lo stile

Circoscrivere lo stile di Rivera al suo esercizio calcistico, gli si farebbe un torto. Alternava fasi di compita andatura lenta a scatti velocissimi, palla al piede, durante i quali sembrava pattinasse sull’erba. Un’eleganza da rasentare il dandismo»

Se mi fossi arreso, avrebbe vinto. Se lo avessi fatto, sarei stato battuto e infine eliminato. Ho opposto una resistenza discreta, niente di eroico. Ho cercato di non dare a vedere che mi battevo. Non ho sabotato alcuna delle sue ordinarie attività né ho messo in atto una qualche controffensiva. Direi che ha combinato tutto quel che gli garbava e che a un certo punto si è domandato se ne valesse la pena. Alla fine dei giochi si era abbastanza annoiato. Allora ha preso a dormire di gusto, e io appresso a lui. Soltanto mentre scrivevo mi sferrava dei calcetti antipatici sulla schiena. Probabilmente il fatto che ne parlassi in giro lo indispettiva ma io fingevo che nulla fosse.

Ho capito che si era stancato di quelle schermaglie quando abbiamo cominciato a vegliare insieme. Vicini e guardinghi.  Dopo tre giorni di stallo e i valori rimasti tali e quali, ci siamo guardati e, in una parola, ci siamo posti una domanda: «Tregua?». Il che sussumeva un’altra questione reciproca: «Posso fidarmi?»

Eccomi qua, aspetto una risposta. Definirlo Sgorbio non è stato fine, Macchia sarebbe suonato meglio. Però nel complesso ho accettato il conflitto e ne ho rispettato le regole. Insomma ho seguito un certo stile. Per me questa non è un’attitudine formale che abbia appreso da un istruttore di buone maniere, semmai era un modo d’essere che sin da piccolo avevo ammirato nel miglior calciatore italiano di ogni tempo: Gianni Rivera.

«28 maggio 1969, Madrid, finale di Coppa dei Campioni: fulminea azione in contropiede, portiere saltato e stop sulla linea di fondo. Da lì persino un campione cercherebbe  l’ultimissimo dribbling e il gol personale. Rivera alza gli occhi con la freddezza che avrebbe in allenamento contro il Fanfulla di Lodi. Vede Pierino Prati attorniato da un nugolo di difensori. Il pallonetto del capitano è una pennellata di mirabolante, non irridente, precisione. Prati colpisce di testa con tale apparente facilità da indurre l’arbitro guardare l’orologio».

Questa dimostrazione di stile impareggiabile, ben narrata da Andrea Maietti, varrà a Rivera l’assegnazione del Pallone d’Oro. Eppure, a circoscrivere lo stile di Rivera al suo esercizio calcistico, gli si farebbe un torto. Di sicuro nel modo in cui stava in campo egli incarnava le movenze di uno sportivo unico, alternando fasi di compita andatura lenta a scatti velocissimi, palla al piede, durante i quali sembrava pattinasse sull’erba. Un’eleganza da rasentare il dandismo. Penso che lo stile di una persona sia dato dalla somma dei suoi tempi intermedi: un attimo di silenzio, il corpo che si assesta dopo essersi spostato, lo sguardo amorevole tra un bacio e un altro bacio, la pausa dopo un sorso di vino, fermare ogni tanto il proprio cammino… Rivera condensava queste minime virtù in uno stile non popolare ma ben definito.

Ma non solo, egli rappresentava persino l’eccezione di un atleta capace di esprimersi in un ottimo italiano, ciò che in un certo senso lo trasformò inevitabilmente in un cortese rivoluzionario, come nel portavoce di ogni attacco ai poteri della Federazione e della Lega. Ai mondiali del 1970, allorché si rende conto che lo staff della Nazionale intende farlo fuori dalla squadra titolare, non ci pensa un minuto e convoca i giornalisti per denunciare i fatti. Ne nasce una polemica clamorosa. Molti anni dopo svelerà l’arcano mistero di quel boicottaggio nei suoi confronti…

«Il mio rapporto con la Nazionale è stato abbastanza complicato perché quando giocavo io la Federazione seguiva una linea politica imposta dai giornali più influenti. La formazione della Nazionale era fatta da una “cupola” giornalistica che aveva a capo Gualtiero Zanetti, il direttore della Gazzetta dello Sport».

Non sarà il solo episodio: primo nella storia del calcio italiano, nel marzo del 1972 denuncia con durezza e sintassi inattaccabili un sistema arbitrale totalmente genuflesso alla famiglia Agnelli.

«Sono cose che tutti sanno, è dunque ora che si dicano. Sta scritto da qualche parte che il Milan non debba raggiungere la Juventus. È il terzo scudetto che ci fregano, così non si può andare avanti. Se lo avessimo saputo non avremmo nemmeno partecipato al campionato. I casi sono due: o io mi sono inventato tutto e allora mi squalificano a vita, oppure riconoscono di avere sbagliato e bisogna cambiare, sostituire chi non è all’altezza».

Non a vita, lo squalificano, ma per nove giornate… lui, il nostro giocatore più celebrato al mondo!

Terminata la sua ventennale carriera, Gianni Rivera diventerà dirigente del suo amato Milan e poi parlamentare per quattro legislature, onorando molto bene i suoi impegni di rappresentanza. Lo stile era lo stesso di quando, in un mondo che tendeva a omologarsi in un coretto senza voci soliste, egli era diventato un simbolo di eterogeneità e di riscossa culturale. Se amava dire «Non sono mai stato un calciatore, ho sempre giocato a pallone», non era per alterigia ma per orgogliosa umiltà. E poi, che questa frase aderisse alla realtà, non era tanto importante… valeva assai di più l’orma che essa lasciava. O almeno Gottfried Benn l’avrebbe commentata così: «Lo stile è superiore alla verità, porta in sé la dimostrazione dell’esistenza». Forse era eccessivo dare troppo peso alle gesta e alle parole di uno sportivo. Non so ma io a quel tempo ero un bambino, e se un giocatore mi emozionava in eguale misura per quel che realizzava durante una partita e per ciò che pensava e diceva fuori di esso, ciò dipendeva da quello stile originale che era il suo.

«Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica». Il commento di Pier Paolo Pasolini mi riscalda il cuore, proprio perché sto pareggiando e questa notte vorrei sognare un lancio di trenta metri che mi mettesse dinanzi alla porta vuota, o un j’accuse con tante belle ragioni e nemmeno un grido. Vorrei sognare che una palla mi rimbalzasse davanti come un regalo. Allora basterà un tocco, e fischieranno la fine.

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