Giuliano Compagno
Covidiario di un contagiato/10

Perec e l’estro

«Nel recedere un passetto alla volta, il mio invasore si sorprende a leggere un diario che in parte segue quei canoni della narrativa infraordinaria, che Perec aveva assunto a poetica d'autore...»

La distrazione dello scrivere è anche un esercizio difensivo: è per ridurre i rischi di contagio che si cambia discorso? Con tutta la fantasia che posso spenderci, l’investigazione non va oltre il perimetro di un bar, né supera quel tavolino da due in una pizzeria anni Settanta. Il mio untore segreto viene perdonato di conseguenza. D’altronde lo shanghai è un gioco antico, tanto che nel XVI secolo si chiamava jonchets; a quel tempo i cortigiani si sfidavano a rimuovere con un gancio il maggior numero di bastoncini. In gara devo aver prodotto uno scattino di nervi, quanto bastava a eliminarmi. O forse ho scritto una parola in più, trappola in cui non sarebbe mai caduto, per dirne uno, Georges Perec, il che accresce la stima che ho per lui.

La sua esistenza assomigliava a un giro a poker con pochissime fiches, quando ti resta una mano per puntare a debito e, se va bene, sopravvivi giusto fino all’ultimo rilancio. Nato nel 1936, il padre gli muore in guerra che ha quattro anni. Ne ha sette quando Cyrla Szulewicz viene assassinata ad Auschwitz. Orfano. Qualche decennio di psicoanalisi, dalla lacaniana Françoise Dolto a Jean-Bertrand Pontalis, quello del Dizionario, non lenisce la defezione di affetti che ha dovuto patire, e non cura la sua sordità.

«Ora sei il padrone anonimo del mondo, quello su cui la storia non ha più presa, quello che non sente più la pioggia cadere, che non vede più la notte venire».

Eppure la pratica di un linguaggio nuovo muta il racconto di un fatto sin nella sua sostanza. Mettiamo che tu abbia dentro di te un occupante, poniamo che tu abbia subìto gli orrori di un carnefice, non rimarrai il medesimo narratore se ad ascoltarti saranno Pontalis o Gustavo Gutiérrez. Dal divano dove era disteso, Perec prese a donarsi all’arte della parola, diventando uno dei più eccelsi funamboli che la letteratura di ogni tempo avesse mai espresso.

Dai primi romanzi ricchi di sottigliezze ai luoghi e agli esercizi della memoria; dalle stupefacenti elencazioni di eventi, di oggetti, di persone e di caratteri, sino a un inventario di giocolerie verbali da spaccarsi il cervello: il più lungo palindromo che mente umana potesse immaginare (7598 battute spazi inclusi!) e un romanzo, La Disparition, scritto in assenza della vocale fuggitiva, la e! In francese! Ciò che era fine a se stesso, si direbbe.

Tant’è, nel recedere un passetto alla volta, il mio invasore si sorprende a leggere un diario che in parte segue quei canoni della narrativa infraordinaria, che Perec aveva assunto a poetica d’autore, trasferendo l’espressione dei sentimenti e delle emozioni dalla sede del linguaggio comune alla sacralità della letteratura. Con tutta l’autoironia del caso. 

«Quello che succede veramente, quello che viviamo, il resto, tutto il resto, dov’è? Quello che accade ogni giorno e si ripete ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, in che modo renderne conto, in che modo interrogarlo, in che modo descriverlo? Interrogare quello che ci sembra talmente evidente da averne dimenticata l’origine. Ritrovare qualcosa dello stupore che potevano provare Jules Verne o i suoi lettori di fronte a un apparecchio capace di riprodurre e trasportare i suoni. Perché è esistito, questo stupore, e con esso migliaia di altri che ci hanno plasmato».

Gli ci vollero doti non comuni. E un estro insuperabile. Ma Georges Perec era troppo colto per compiacersi dell’unanime riconoscimento critico di cui avrebbe goduto negli ultimi anni della sua vita. Di una vita tragica e ludica in egual misura.

L’estro greco, Oistros, significava stimolo, furore, puntura (quella del tafano provocava un desiderio sfrenato), ossia un impeto della mente e una «commozione vivissima del sentimento e della fantasia che spinge i poeti e gli artisti a rendere con enfasi le loro idee».  Era il camminare sulla corda della propria memoria prima di cedere alle lusinghe dell’oblio.

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