Giuliano Compagno
Covidiario di un contagioso/9

Landolfi e il sintomo

«Come scrive Ferroni nella sua Storia della letteratura italiana: “Da Cancroregina in poi, Landolfi crea una nuova forma di diario artificiale, che ruota attorno all’esperienza personale mischiando dati reali e dati fittizi”»...

Leggo il referto, tre parole: rilevato, rilevato, positivo. In assenza di angoscia c’è anche un limite alla sospensione. Tiro un sospiro di sollievo. Siamo davvero ad armi pari, anzi sgorbio, sono avanti io. Si direbbe che diagnosi e sintomi coincidano su un piano di realtà. Si direbbe ma è il contrario perché, se pure il referto è oggettivo, i sintomi sono roba mia. Sbaglio a credere che ciò sia uno scarto importante? Synptoma non significa certezza ma il suo opposto: evenienza; è una sorta di caduta accidentale che narra lo stato dell’animo e i segni del corpo. Non riesco a concepire alcunché di più immateriale, di meno tangibile. Questo non ha nulla a che vedere con la concretezza della malattia, visto che sono ancora un debole uomo che tossisce e a cui dolgono la schiena e il petto.

Questo ha a che fare con un preciso ricordo.Nel 2002 Giulio Ferroni mi fece il regalo di presentare O del tutto vivi o del tutto morti, un romanzo su un ragazzo che muore e che giocava bene a tutto. In quell’occasione Ferroni disse che gli ricordavo Tommaso Landolfi, e io feci la medesima espressione di uno scolaro che non si aspettava un voto alto. A casa andai a leggere quanto egli aveva scritto su Landolfi nella sua Storia della Letteratura italiana: «Da Cancroregina in poi Landolfi crea una nuova forma di diario artificiale, che ruota attorno all’esperienza personale mischiando dati reali e dati fittizi, intrecciando all’analisi dell’io il riferimento a personaggi, situazioni, rapporti che sono frutto di invenzione, legando la più sofferta riflessione esistenziale e culturale a giochi impertinenti e a mistificazioni».

Ovvio che Landolfi me lo dipinsi come padre putativo, e poi la sua biografia me lo faceva amare senza riserve: la tesi di laurea sulla Achmatova, i suoi natali nella nobile Pico in Ciociaria, il burlarsi della vanità umana, il gioco d’azzardo, la fragilità cardiaca e respiratoria…

Non bastava: qualche giorno dopo Mario Perniola, di cui ero felicemente allievo, aggiunse al mio mosaico che nel 1965 aveva pubblicato su “Tempo Presente” un lungo studio critico su Landolfi. Tanto per coincidere un altro po’. «II confine tra realtà e immaginazione, tra verità e menzogna, tra autentico e retorica viene meno in una contestazione senza scopo, né conclusione: “E come mai ho sentito il bisogno di servirmi di simili invenzioni, per giunta così poco originali? A tutto ciò non so rispondere. Io devo ormai essere sincero: non so neppure materialmente, se queste siano invenzioni”».

Sarà anche positivo, la diagnosi, ma tra i sintomi annoto che una sequenza di circostanze sta confortando il mio organismo e immagino a quale abbandono sarei costretto in una stanza igienizzata dove né la realtà né le sue visioni avessero accesso dentro di me. Ogni tanto riprendo fiato e mi dico: è singolare che diciotto anni fa tutto questo era stato annunciato nel nome di uno scrittore così prossimo alle mie emozioni!

Sul paragone di Ferroni neanche ci scherzo: era un voto augurale ed egli era stato gentile a farlo: tra i sintomi non compare quello della millanteria. Siamo seri, per Susan Sontag, Landolfi stava tra Jorge Luis Borges e Karen Blixen; Italo Calvino lo accostava a Jules Amédée Barbey d’Aurevilly, il geniale e raffinatissimo biografo di George Brummell… Ah, tanto per chiudere il cerchio prima di gustare il mio Tavanic, mi accadde di parlare un paio di volte con Idolina Landolfi per aver copia di un breve epistolario tra suo padre e Mario. Logorroica, amorevole curatrice dell’opera di Tommaso, prese tempo e non si concluse nulla.

È sera, termino la lettura di Cancroregina, diario di un folle sanissimo; nel più totale non senso le ultime pagine ospitano due scene di teatro. Ci sono due infermieri parlano di un degente…

1° INF.: Poveraccio.
2° INF.: Eh sì, perché non c’eri; poveri noi, ecco cosa.
1° INF.: E poi?
2° INF.: Gli abbiamo tenuto la camicia di forza per parecchie ore, e all’improvviso s’è calmato…
1° INF.: Meno male.
2° INF.: E ha cominciato a chiedere da scrivere.
1° INF.: Da scrivere?
2° INF.: Sì. E sai, tanto ha detto e tanto m’ha supplicato, che io… Pareva ritornato completamente in sé… Accidenti, ho un cuore anch’io!

I cuori dei nostri infermieri che ci danno da scrivere e ci salvano la vita… Quanta gratitudine per loro!                       

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