Giuliano Compagno
Covidiario di un contagiato/5

Flaiano e l’acutezza

«Ennio Flaiano pensava che l’infanzia fosse l’unico luogo che proprio non riusciamo ad abbandonare. E intanto sento le voci di Irene e Sabina che mi dicono: “Papà, vinciamo noi!”»

Dovevo svegliarmi alle sei, non ci sono riuscito. Ho chiamato il mio caro accompagnatore e l’ho avvisato del ritardo. Mi ha risposto che il tempo gli stava passando ugualmente e che mi avrebbe atteso sotto casa. Con me ho portato una bottiglia di acqua, un paio di bicchieri, due cornetti del giorno prima (ancora buoni), del caffè freddo, poi un mucchio di fazzoletti e una busta di plastica forte, perché non so se al drive-in abbiano predisposto dei bagni chimici.

Alle sette e mezza ero in Via Montecristo. È entrato in macchina, indossava un paltò grigio sgualcito e un cappello antico. Ho fatto per ripararmi il naso con la mascherina ma mi ha subito rassicurato: «Sono immune.» Sulla strada mi ha chiesto di fermarmi a una edicola per acquistare il Corriere. Era atteso un suo pezzo, non c’era. La circostanza lo ha lasciato indifferente. Ha commentato che non era la prima volta che ciò accadeva: per il direttore rimandare al giorno successivo l’articolo di un letterato era uno sfoggio di sotteso rancore. Una frustrazione da storici, ho commentato. Ha aggiunto che Giovanni era un buon bambino, ma di una vanità talmente incontenibile che pareva straripare dal suo corpo.

Siamo arrivati in Viale Gemona poco prima delle otto. Davanti a noi c’era una Panda bianca. «Lo leggerò domani sotto le coperte. Comincio a sentire freddo, mi sta tornando la febbre». Avanziamo un passetto alla volta. Intanto il suo eloquio veloce abbatte quei lenti minuti di attesa. Approfitto di una pausa per chiedergli di Rosetta. Si immalinconisce. La prende alla lontana. Dice di essersi accorto molto presto di aver sposato sua moglie, non la sua fidanzata, e che lo stesso era accaduto a lei. Mi confida che questi ultimi anni sono stati un vai e vieni tra casa e residence. E che ormai si è arreso. «Sai che il tuo documentario sul Canada era perfetto? Il dialogo con la bambina mi ha commosso». Apre il suo mezzo sorriso: «Le cose che oggi ci commuovono un tempo ci irritavano».

Siamo quasi alla tenda. Gli racconto di quando Tonino ha finto di arrivare in ritardo a casa sua perché dal giardino lo aveva visto abbracciato alla sua Lelé e non osava interrompere quella loro gioia. Mi infilano i tamponi su per le narici. «Con Tonino ho sempre lavorato bene. Lui scriveva di cuore, io di testa e La Notte lo portammo in salvo noi». Quando ripartiamo mi domanda il favore di lasciarlo alla libreria “Signorelli” in Via del Corso. Passiamo davanti al “Metropolitan”, danno Alfredo Alfredo.

Rientrato a casa, brucio. Ho dolori. Una prima tachipirina non fa alcun effetto, con la seconda almeno mi stordisco e prendo sonno. Il mattino seguente Giorgio Chronopoulos, uomo di rara gentilezza, mi lascia il Corriere fuori della porta.

«Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi che non hanno più nulla da dire e aspettano. Che tutto si chiarisca? È improbabile. L’età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Lascio alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. Alla tavola rotonda bisognerebbe invitare anche uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco nella nostra psicologia. In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi».

Ennio Flaiano pensava che l’infanzia fosse l’unico luogo che proprio non riusciamo ad abbandonare. E intanto sento le voci di Irene e Sabina che mi dicono: «Papà, vinciamo noi!».

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