Giuliano Compagno
Covidiario di un contagioso/12

Filippini e l’amore

«Per giorni il pensiero corrente ha prodotto il riflesso di dolore delle mie piccole figlie al momento di sapere quel che avrebbe ecceduto i limiti della loro comprensione. Il dolore che avrebbero provato solo al ricordo e in mancanza dei nostri baci...»

 In una fotografia di qualche anno  fa venni così fuori fuoco da dubitare che qualcuno l’avesse scattata per davvero. La medesima sensazione la provavo ogni qual volta, stanco, salutavo Irene e Sabina dopo un periodo trascorso insieme. Mi sarei coricato, avrei assaporato quell’inerzia tanto agognata, dopo di che mi sarei sorpreso in uno stato di assenza. Come se non esistessi più. Noi possiamo pure combattere una malattia come fossimo guerrieri. Senza comprenderla, anzi negandole asilo, sino ad abbatterla grazie a un sopravanzo di energia. L’indole va rispettata benché dipenda dall’orizzonte che si sta guardando. Se pure quell’immagine sfocata altro non era che l’atto del disfarsi e del disordinarsi di parti di me, quella mia dissolvenza rappresentava un’immagine d’amore. 

Per giorni il pensiero corrente ha prodotto il riflesso di dolore delle mie piccole figlie al momento di sapere quel che avrebbe ecceduto i limiti della loro comprensione. Il dolore che avrebbero provato solo al ricordo e in mancanza dei nostri baci o di quella consolazione sciocca che pronunciavo sottovoce durante una nottata di febbre o dopo una rovinosa caduta: «C’è papà.» Usavo la terza persona soltanto per quel loro piccolo stato di emergenza. Né mai ho mancato di ripensare, in compagnia della Macchia occupante, a una figura critica di padre che in quel ruolo seppe stare soprattutto nel tempo fatale della sua malattia. Sto parlando del miglior giornalista culturale che abbia mai scritto in lingua italiana. Di un fuoriclasse assoluto. Sto parlando di Enrico Filippini.

«A Milano, agli inizi degli anni Sessanta, l’unica persona che valeva incontrare era Nani Filippini».

Così disse Valerio Riva. Non c’era chi lo chiamasse Enrico, che fosse al giornale, in casa editrice o davanti al suo amato Dimple invecchiato 15 anni. Non vi era, peraltro, chi non riconoscesse la sua levatura. Tanto per dare pochi cenni di un palmarès impressionante, a Filippini la Feltrinelli dovrà riconoscenza eterna, avendole insegnato chi fossero Uwe Johnson, Gunter Grass, Hans Magnus Enzensberger, Max Frisch e Friedrich Dürrenmatt. Per non parlare di Gabriel Garcia Márquez, da lui scoperto e pubblicato. Sul piano filosofico nulla di meno… Enzo Paci avrebbe fatto carte false per metterlo in cattedra, come minimo a premiare la curatela dell’edizione completa delle Ideen di Edmund  Husserl! E quando si reca a Parigi con una borsa di studio, non è che si annoi, considerato che fa comunella con Ricoeur, Merleau-Ponty e Lévy-Strauss. En passant fonda e anima il “Gruppo 63”, dove Umberto Eco lo porta in palmo di mano. Respinto non già per essere di un altro pianeta ma per “attività sovversive” a un concorso per la cattedra di Letteratura italiana all’università di Zurigo, lo consola, dandogli carta bianca, Eugenio Scalfari, che sta per fondare “la Repubblica”. Per il quotidiano scriverà più di cinquecento articoli che saranno la summa dei suoi lievi e profondissimi saperi.

Sono difficili gli appuntamenti con la storia?

«Non so. A vent’anni c’è il mondo. Ci si può pronunciare. Poi passa il tempo. Dopo un certo tempo trascorso chissà dove, non si sa se il mondo è cambiato o se sono io che sono cambiato… Difficile pronunciarsi.»

Cioè, la storia non esiste?

«Proprio così. La storia è la biografia.»

Si scusa. Deve telefonare. Stavo per domandargli un migliaio di cose. Sapendo già da dove sarebbero venute le risposte. Ha scritto di sé, in quel libro su Roland Barthes.

«A volte ha voglia di lasciar riposare tutto quel linguaggio che c’è nella sua testa, nel suo lavoro, negli altri…»

Torna al telefono. Sorride. Ci sono tanti modi di essere contemporanei della propria storia, che non esiste. «Caro Roland Barthes…» 

A questi e ad altri tesori andavano sorprendentemente aggiunti una simpatia umana di rara evidenza, un’umiltà sincera che hanno gli assi dotati di una vocazione vera e infine un tasso di seduzione che lo avrebbe elevato, nei suoi splendenti anni romani, a personaggio in bilico tra realtà e finzione. E comunque amatissimo. Ma accade che la vita tolga quel che  generosamente regala…

«Il mio desiderio è di vivere ma non a qualsiasi condizione, offrendo a te, ai miei amici e a me stesso uno spettacolo di dolore e di degradazione. Così se morire devo, adesso, prima di quando avessi immaginato, lo faccio in tutta serenità. Ma se immagino questa morte, la immagino in casa mia, o in riva al mare o su una montagna alta, tipo Engadina. Non sarei capace di saltare dal terrazzo, o di impiccarmi o simili: mi sembrerebbe una violenza orribile per me e per gli altri. Immagino qualcosa come un assopimento. Tu dirai: Che lettera terribile! No. Io sono ancora innamorato del mondo, ma purtroppo la morte fa parte della vita. E naturalmente, prima ti voglio vedere! Ciao! Nani».

Concita era nata da una giovanissima coppia di amanti appassionati. Ruth Schmidhauser era forte e bellissima,  Nani uno studente di ampie vedute. Ma contavano appena vent’anni e le vite intere, davanti a loro, non sarebbero passate inosservate. Così, in una mossa sola, Nani lasciò il Ticino, Ruth e Concita per avventurarsi in Italia. 

Quella lettera giungerà alla figlia trentacinque anni dopo una paternità amorevolmente distratta, seppur presente nel cuore della sua ragazza-figlia. In un subbuglio di emozioni ella decide di volare a Roma per rimanere accanto a suo padre. Lei, che non era riuscita a vivergli accanto, regalerà a Nani la dote eterna di morirle accanto. Anni dopo Concita e io regaleremo alla memoria di Enrico Filippini uno spettacolo su quei pochi mesi di sorrisi e di nascosti pianti in una clinica romana. C’erano Marco Solari, Alessandra Vanzi e Xhilda Lapardhaja. E c’era un sentimento chiarissimo che ci aveva spinto verso quella comune impresa. Non era salvarsi o meno, era amare come si scrive, era guarire tra le righe. È svegliarsi un mattino e dirsi che un po’ di tempo c’è ancora e che domani Conci mi telefonerà per dirmi «Ho letto il tuo diario, vi aspetto a Losone l’estate prossima!» 

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