Giuliano Compagno
Covidiario di un contagioso/3

Dickinson e l’esperienza

«Sono le undici, e mentre José Mourinho sta rimproverando la sua squadra nell’intervallo, mi prende una vertigine di freddo che da nulla dipende se non da me stesso. Emily Dickinson sarebbe stata una perfetta sposa per un portoghese sottile»

Tre cuscini, un piumino e una coperta di soccorso, una felpa e una maglia di lana morbida, tachipirina 1000, blefaris e symbicort, un asciugamani, il termometro, il vickx vaporub che mi rimanda alla fanciullezza, una bottiglia di minerale, una presa multipla per l’iPad e il cellulare, l’abat-jour appena accesa, dei kleenex e una busta a portata di braccio dove lanciarli, una tisana caldissima con del miele che prima di bere, respiro. I suoi fumi mi danno sollievo. Voglio arrivare all’una, come minimo. Non voglio chiamare nessuno. Non mi trovo in un ospedale con dei campanelli da suonare.

Eviterò di prendere un sonnifero per la prima volta. Inizio a guardare un episodio di All or Nothing. Tottenham Hotspur. Il calcio ormai non esiste più ma le sue migliori storie sono ancora vive, e semplici. Nel corso della vita si scioglie un nodo avanzato dell’esperienza per cui, finalmente, l’esercizio della distinzione lo dismetti. Non ami dare giudizi ricercati e li lasci a chi si illude di sperimentare e tristemente spregia ogni figura di esempio. Ai funerali di Umberto Eco ci andai con Concita Filippini perché ci sembrava giusto esserci. E se stasera compilassi un’agenda di nomi, di fatti o di opere, tutto si mescolerebbe in una forma disordinata che è frutto di una scelta e di uno scarto.

Sono le undici, e mentre José Mourinho sta rimproverando la sua squadra nell’intervallo, mi prende una vertigine di freddo che da nulla dipende se non da me stesso. Non c’entra niente ma penso che Emily Dickinson sarebbe stata una perfetta sposa per un portoghese sottile.

“Questo solo sapevo: un altro passo…
poteva essere l’ultimo.
Ed avevo quell’andatura incerta
che chiamiamo esperienza.”

Il tremore e la palpitazione vanno insieme per alcuni minuti. Non ho panico, devo giungere al centro della notte e poi scendere giù. Incedere nella mia precarietà e attendere il passo successivo. Manca poco all’inizio del secondo tempo. Ora però mi serve la densa voce della storia: l’assedio di Leningrado o la presa di Berlino? Voglio cadere nel sonno tra carri armati e bombardamenti, e già sapere chi vincerà.

«Con le prime nevicate del 1941 giunse un inverno tremendamente freddo. La temperatura continuò a scendere e i soldati tedeschi pagarono a caro prezzo l’arroganza dei loro comandanti, che si erano rifiutati di ammettere la possibilità che la campagna di Russia potesse durare sino all’inverno. Gran parte degli uomini, nelle trincee, aveva abiti estivi e il congelamento provocò un numero impressionante di vittime».

È giovedì, sono le sei e qualche minuto, la febbre è salita. La piccola gatta è sul letto, ha fame ma può scordarsi che mi alzi. La mia spietatezza la disorienta. Non miagola perché non sa farlo ma è sbalordita. Intanto la temperatura muta ogni dieci minuti, vorrei preparare un tè e vorrei berlo con Emily. Potrebbe leggermi una sua poesia primaverile e indicarmi quale sia la strada più dolce, oggi, per vivere.              

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