Giuliano Compagno
Covidiario di un contagiato/8

Delpy e il dimorare

«Ero desolato. In quel seguire dei giorni ve ne fu uno che si annunciò diverso. Al cinema davano “Before Sunrise” con Julie Delpy! Il punto appena battuto esclamerebbe il mio accresciuto sentimento per la Trasognata...»

La questione è chiusa: sono la sanità pubblica di me stesso. Ho una batteria di medicinali da ordinare e chiamo la farmacia. Alessia trascrive e domanda notizie col suo bel tono basso, lievemente esotico. Poi succede che sull’uscio appare un fiordilatte Pettinicchio. Come se avesse camminato sul suo cappellino, Mi viene da abbracciarlo. Ma la cosa veramente fondamentale è che eleggo a dimora quel che avevo sempre definito un appartamento. Dimorare significa fermarsi in un luogo, va da sé ma non basta perché il verbo deriva dal latino demoràri, che vuol dire tardare, indugiare, attendere. Fa differenza.

Qui l’intervallo della cura non sarà mai distinto dallo scorrere del tempo. Questa piccola impresa mi riporta alle due occasioni in cui avevo affrontato i compiti del dimorare. Per raccontare la prima dovrò citare Walter e Sabeth tra le greche allegorie di Max Frisch…

«La luce a quest’ora: come colchici autunnali! Io trovo: come cellofan con niente sotto. Ormai si distinguono i frangenti sulle coste: come schiuma di birra e trovo: come lana di vetro! Ma Sabeth non sa cos’e la lana di vetro – e poi i primi raggi dal mare. Come un covone, come dardi, come crepe in trasparenza, come un ostensorio, come fotografie di bombardamenti elettronici. Poco dopo il sole è già sorto, abbagliante».

In Voyager, tratto da Homo Faber, Walter era il fascinoso Sam Shepard; la giovane Sabeth era Julie Delpy, il volto più trasognato che abbia mai abitato un’attrice. Tre anni dopo, nel ’94, lei è Dominique Vidal in Bianco di Kieslowski ed è sublime.

Questi appunti di cinema c’entrano qualcosa con l’indugiare e con il tardare, infatti mi portano a Trondheim, dove dimorai per due mesi durante la primavera del 1995. Dividevo un rustico con Elof, un sociologo di Uppsala che alle 5 usciva in bicicletta. La volta che mi invitò ad andare a pesca con lui non riuscii nemmeno a rispondergli. Ero desolato.

In quel seguire dei giorni ve ne fu uno che si annunciò diverso. Al cinema davano Before Sunrise con Julie Delpy! Il punto appena battuto esclamerebbe il mio accresciuto sentimento per la Trasognata. Alle sette in punto ero al Prinsen, seduto in poltrona.

Non importa essere immuni o contagiati quando in un luogo prescelto deve trascorrere una sequenza di tempo; di fatto, dalla mia dimora romana ero tornato a quella norvegese. Perché volevo rialzarmi? O perché le due erano una sola dimora? Il film era brutto. L’incontro di due ragazzi in un treno che va a Vienna. Era scritto male come una pubblicità pagata bene. Julie l’avevo perdonata, quell’altro no, bocciato. Eppure una scena dette senso a ogni minima cosa: a quel cittadone, alle trote di fossa di Elof… Céline sta tutta concentrata su un libro e lui la pizzica: «Cosa leggi?» Lei gli mostra la prima di copertina. Mi prende un colpo! Julie, ormai mia destinata, ha in mano un’edizione 10/18 di Georges Bataille, a tre titoli: Madame Edwarda, Il Morto e Storia dell’occhio.

Da quel fotogramma in poi smarrisco la trama e vado per la tangente. Dò per scontato che il libro le appartenga, il regista non ci poteva arrivare. Il libro è suo e quella trilogia indica persino una speciale frequentazione di Bataille. Siamo simili, no siamo uguali. Sono in camera, la mia dimora è divenuta ospitale.

«Ma ci sarà in un sorriso  il miscuglio confuso che nasconde il singhiozzo?».

Per molte sere scrivo e scrivo una lettera a Julie Delpy, a cui confido l’emozione di condividere, noi due soli, il batailleanesimo, segreta circostanza all’origine di una passione per colei che, forse, divinerà per me come Laure fece per Georges. Oggi appare il delirio di un mitomane innamorato della sua ombra ma venticinque anni fa era il sogno provato di un visionario. Da quelle due paginette cadevano le parole inutili. Il testo si svestiva, fino alla sua nudità.

Sabato primo aprile, con la preziosa missiva nel bagaglio a mano, volo da Trondheim a Roma via Parigi, dove farò scalo. Ho con me l’indirizzo di Julie e lascerò la lettera nella sua cassetta della posta. Se non ottimista, sono lieto.

Sbarco a Parigi e in una bottega di giornali acquisto Libération (ci si dava un tono). Mi crolla il mondo addosso, ma trattandosi di un mondo immaginario non fa baccano: sulla copertina del supplemento settimanale “Le Magazine” Julie troneggia più sognante e miope che mai. Leggo in fretta l’intervista di Jean Stern e temo una sola cosa, che purtroppo leggo: «Può darsi che le mie immaginazioni siano troppo contorte… sono magnifiche, certo, ma anche violente. Lessi Bataille per la prima volta che ero molto giovane ma ne fui rassicurata. Mi dissi: vedi? C’è chi procede un po’ come fai tu. Non c’era interdetto presso Bataille. Egli era transitato direttamente dalla mente alla pagina e io amavo moltissimo questa sensazione».

Mi avvicino a un cestino, strappo la lettera e la getto via. Quella che era stata una gioiosa intuizione si è ridotta alla strumentale scopiazzatura di un’intervista. La mia storia d’amore con Julie è conclusa e le nostre letture si separano lì, in aeroporto. Resterà la consolazione di una dimora vissuta bene nell’attesa di un incontro.

Domani, lunedì 26 ottobre, non andrò con Elof a pescare nell’Aniene ma sistemerò i peluche nell’armadietto, seguirò i compiti di Sabina e mi leverò dalla testa il rimpianto la nostalgia di Sabeth e di Dominique. Io non glielo andrò mai a dire ma alla fine l’amata aveva infilato due sciocchezze clamorose.

La prima, il pensiero di Bataille era essenzialmente costruito sulI’Interdetto, sì da giustificare l’esperienza della trasgressione (concetto che Pasolini orecchierà o plagerà in forma autoassolutoria). La seconda, transitare dalla mente alla pagina significa praticare la scrittura automatica e chiamarsi Isidore Ducasse, che per Bataille era pioniere e complice del surrealismo peggiore.

E comunque, Julie, potevi anche aspettarmi.         

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