Giuliano Compagno
Covidiario di un contagiato/7

Camus e l’ascolto

Daria mi parla con molta calma e mi racconta cosa mi accadrebbe se l’ambulanza partisse con me dentro. Sarei nella settima vettura in fila e in attesa di nulla

A tarda sera cedo al fuoco incrociato degli affetti. La febbre si alza di nuovo, il saturimetro tocca affannosamente i 90, il tempo e me restiamo immoti. Ricevo messaggi e telefonate che hanno il senso, immagino, di scuotermi. Sono due dottori, è la madre delle bambine, è la mia compagna, sono amici di una vita, persone amorevoli che tra loro dialogano, cercano soluzioni. Marco Turbati assume le funzioni di primo ambasciatore ed elenca argomenti ragionevoli. L’essere ancora libero di scegliere mi conforta molto, perché gli esiti non mi appaiono giocoforza tragici. E il termine giocoforza è così ambiguo da avermi sempre divertito. Ma non me la sbrigo tanto facilmente perché l’esercizio di tiro tuona di nuovo. Allora mi arrendo e prometto. In un trolley dispongo tristissimi indumenti. La notte che trascorre è uno schifo, è ancora buio che ho 38 e 8, prendo un’altra compressa e alle sette e dieci digito il 118.

Mi risponde un’operatrice molto cortese, si fa elencare i sintomi, manderà un’ambulanza. «Ci stiamo riparando, va bene se le suoniamo tra cinque minuti? Può scendere da solo?» Dico sì e sì. Sulle pareti attigue alla porta d’ingresso stanno delle piccole immagini: Sciascia, Perec, Queneau, Borges e Brigitte Bardot. Le sto osservando con tanto amore. Di nuovo il citofono, mi avvio adagio verso l’ascensore.

«Siamo tutti casi eccezionali! Tutti vogliamo appellarci a qualcosa! Ognuno pretende a ogni costo di essere innocente, anche se per questo dovrà accusare il genere umano e il cielo».

I due infermieri sono così gentili da disarmarmi. Mi fanno accomodare in ambulanza. La febbre è scomparsa, la pressione è bassa. La saturazione è a 89. La ragazza non mi sfila l’indice. Aspetta. 90. Aspetta ancora. 92. Non mi viene nulla da chiedere. Voglio solo godere di quel suo volto estraneo e ascoltare la sua voce.

A essere sincero immagino di sedere a un tavolino del Mexico-City e di ascoltare la storia torrenziale di Jean-Baptiste Clamance. Ma non vorrei che a tacere fossi soltanto io, vorrei lo facessero tutti i lettori de La Caduta di Albert Camus in ascolto del giudice-penitente, di un essere inverosimile pari a chiunque credesse di essere diverso o migliore di altri e non già uno di loro, sano o ammalato, complice o felice, cosa cambia?

Sarà un caso ma Daria, l’infermiera, ha un bel viso squadrato che ricorda quello di Francine Fauré e, se anche non fosse, ho diritto di inventarmi tutto. Daria mi parla con molta calma e mi racconta cosa mi accadrebbe se l’ambulanza partisse con me dentro. Sarei nella settima vettura in fila e in attesa di nulla, mi farebbero un altro tampone a sera, dormirei lì dentro (questo mi andrebbe pure) e l’indomani in codice giallo tornerei davanti a questo passo carrabile. Insomma non mi dice che il mondo non funziona ma che adesso gira così. Non mi dice che lei non mi curerà ma che adesso mi curo io.

La frase finale di Manhattan è di Tracy, diciotto anni, prima di salutare Isaac che le chiede di non andare a Londra: «Bisogna avere fiducia, sai, nella gente!» E Tracy parte, come l’ambulanza che mi lascia dinanzi al portone, come Albert Camus che va a schiantarsi su un albero a bordo di una stupenda Facel Vega FV3B insieme al suo editore Michel Gallimard.

Come l’ultimo appello di Clamance al silenzioso ascoltatore e al suo lettore.

«Perciò mi racconti, la prego, che cosa le è capitato una sera lungo la Senna e come sia riuscito a non rischiare mai la vita. Pronunzi lei le parole che da anni non hanno smesso di risuonare nelle mie notti e che finalmente dirò per bocca sua: Fanciulla, gettati di nuovo in acqua perché io abbia una seconda volta la possibilità di salvarci entrambi!».

E io mi salvai di domenica mattina, senza dire una parola.

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