Giuliano Compagno
Covidiario di un contagioso/4

Beckett e la lentezza

«Ora sono una specie di lumaca che sotto di sé raccoglie il proprio respiro. Ci sono delle condizioni penose che ci trovano pronti a tutto. L’energia che ho accumulato in mezz’ora la restituisco all’urgenza di fare pipì»

Cade ogni dubbio. I sintomi andavano in ordine sparso e io non credo ai residui. Cerco forze e non ne trovo. Devo muovere il corpo con lentezza. Non penso di esser l’unico vivo e non considero gli altri delle ombre. Anzi, devo comportarmi come fosse il contrario. A pensarci, un regista si dimostra davvero bravo quando, nel cimentarsi con un’opera, ne discende senza saperlo il versante più nascosto. E torna a valle.

Giancarlo Cauteruccio rese in questo modo inapparente la lentezza di Krapp, di Winnie, di Hamm, di Clov. Per quanto ciò sembrasse paradossale, egli aveva sottratto l’evidenza della loro staticità. E con ciò li aveva resi mobili.

Eviterei di ansimare. Mi sposto per necessità, senza darlo a vedere. Chi è dentro non può scorgere il labirinto che è fuori; è questo il vantaggio di cui godo. Un piccolo gesto e un impercettibile fiato, dopo di che vado a rannicchiarmi in posizione prona. Ora sono una specie di lumaca che sotto di sé raccoglie il proprio respiro. Ci sono delle condizioni penose che ci trovano pronti a tutto. L’energia che ho accumulato in mezz’ora la restituisco all’urgenza di fare pipì. Poi mi riavvolgo. Questo fino al pomeriggio, quando prendo sonno sulla mia mano.

Ricordo bene i mondiali di ciclismo su pista. Le finali di velocità, uno contro uno: Beghetto contro il belga Sercu! Il primo a partire a un certo punto si fermava a metà pista in posizione di surplace. Immobile. L’intento era di stancare l’avversario e costringerlo a lanciare lui la volata. Erano minuti affascinanti. Quella sera Giuseppe Beghetto stremò la resistenza di Patrick Sercu e vinse l’oro.

Mi accontenterei di un piazzamento. Sto in surplace. Lui pure, dentro. Se scatta non gli corro dietro, che vada dove vuole… È partito, e io ho 39,3. Riduco ancora i movimenti. Non ho appetito e mi basterà una delle polpette di zucchine che Silvia mi ha lasciato sul pianerottolo. Ormai è mezzanotte, ingoio il “sintomatico”. Se la temperatura scenderà, domani andrò al drive-in.

Di Samuel Beckett mi resta impressa l’immagine della torretta dove stava in affitto a Roussillon. Lassù, alla fine del 1948, egli andava scrivendo En attendant Godot ma io non potei salirvi perché il proprietario, un notaio di Arles, era in lite con il comune, che di quel luogo voleva fare un museo. E però, a guardarla, quella finestra sbarrata mi consolava. A distanza di mezzo secolo i suoi fogli stavano ancora su uno scrittoio d’epoca, sotto a un pennino disseccato.

«Allora rientrai in casa e mi misi a scrivere: “È mezzanotte. La pioggia batte sui vetri”. Non era mezzanotte. Non pioveva».

In realtà il caro vecchio Molloy non poteva nemmeno alzarsi, sicché se l’era immaginato. In fondo è tutta qui la sorprendente lentezza dello scrivere, in un bussare di porta.

Beckett sono io, apri amico mio! Aspettiamo insieme.                                                                

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