Giuliano Compagno
Covidiario di un Contagioso/2

Handke e la stanchezza

«Nulla esiste di più immobile di ciò che stia al termine di sé. Del ristagno. La stanchezza non è solo questa paralisi, e non è affatto la morte; è anche un’eco di fondo che mi respinge in alto. E riparto da piccoli movimenti...»

La scansione del tempo in solitudine è compito degli occhi. Nei momenti di flemma, quando temi che sia sfinimento, ti adagi sul divano ed entri nel passato, da un antro posteriore appena dischiuso. Accedi al tuo retrobottega. Non è una visita passeggera perché ora tu sei un negozio chiuso al pubblico. E a me questo non piace perché amo stare aperto dal mattino alla sera. Alzo la saracinesca e la riabbasso, persino la domenica, quando la strada è meno affollata e, qualsiasi visitatore si affacci, riesce a sorprendermi… Era tanto che non passava a dare un’occhiata!

«E quella tua vecchia idea?»
«Quella? No, l’ho data via da un pezzo…»
«E la scala a chiocciola che portava su in terrazza?»
«L’ho scambiata con questi due libri… Ti interessano!?»

Se mi ritrovo al buio, nel retrobottega, vuol dire che la salute sta venendo meno e che i ricordi prendono a muoversi con tutte le ombre e le dissolvenze che portano con loro. Perché sono veli famigliari che non indossi con leggerezza, tanto pesano sulle spalle e sul cuore.

Cerco forme vitali dell’esistenza da applicare alla scrittura ma non ne trovo. Qui dietro meno che mai, e sto male.

Provo ad alzarmi e sbatto contro una porta, non ho equilibrio, tendo le mani alla parete per reggermi e mi viene in mente l’impazienza di mio padre, appena sveglio, che si prepara alla giornata. Ho bisogno di scuotere il respiro, mi aiuterebbe soltanto la scena che è al centro della mia vita e la colpisce, quando Enrico reclina il capo sul palmo della mano di nostra madre e l’auto sta entrando in galleria. E tutto cambia. Riapro gli occhi e mi trovo nel mio appartamento, per la tosse mi duole la testa, provo a sedermi.

«Ma esistono secondo te stanchezze ancora più grandi di quelle a cui hai appena accennato?» In quelle ore di perdita, la domanda di Peter Handke non me l’ero posta. Mi viene da rispondere che nulla esiste di più immobile di ciò che stia al termine di sé. Del ristagno. Ma la stanchezza non è solo questa paralisi, e non è affatto la morte; è anche un’eco di fondo che mi respinge in alto. E riparto da piccoli movimenti. Allora dietro di me richiudo il magazzino dei fatti accaduti e mi vado a riprendere una medaglia di bronzo a ping-pong, un amore di ragazza biondissima sul lungomare di Lavinio, gli ultimi minuti al San Paolo il 10 maggio del 1987, i libri battuti a macchina e la fantasia di scrivere frasi che occupassero lo spazio di una scena. E tutti i dolori che con gli anni sarebbero mutati in una impensabile dolcezza. E questo tempo in solitudine, ora che sono di nuovo in piedi e in casa siamo rimasti noi due: tu che sei dentro di me e io che ti faccio posto. Non conosco le tue intenzioni. Spaventarmi? Uccidermi? Per stasera mi hai tolto l’appetito e cercherò il modo giusto per distrarti. Perché io stanotte non la passo con gli occhi sbarrati. Stai sveglio tu, da domani è guerra.

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