Daniela Matronola
A proposito di “Due vite"

Trevi e la memoria

Emanuele Trevi dedica un piccolo, prezioso libro a due amici scrittori scomparsi prima del tempo: Rocco Carbone e Pia Pera. Il primato etico accanto a quello della parole nel ritratto di due vite spezzate

Le due vite del titolo del nuovo libro di Emanuele Trevi (Due vite, Neri Pozza, 180 pagine, 12,50 Euro) appartengono dopotutto, anche in questo caso non dichiarato, a due corpi speciali della letteratura italiana il cui calibro umano e artistico è ben acclarato da chi ha avuto con loro, in un trio per anni inseparabile, un fraterno rapporto di condivisione: i due sono Rocco Carbone e Pia Pera, il loro amico, ruvido e affettuoso, è Emanuele Trevi, l’autore di questo tributo.

Non posso vantare lo stesso grado di conoscenza con Rocco Carbone che per Emanuele Trevi è stato praticamente un fratello ma come Emanuele Trevi ho potuto apprezzare certe sue qualità umane che si sono puntualmente tradotte in qualità della scrittura. I romanzi di Rocco Carbone sono tutti potenti e sommessi (mi rendo conto del palese ossimoro) nella scrittura, nel dettato proprio e nell’asciuttezza formulatoria della lingua. Era il prodotto (per così dire) diretto di una austerità e di un rigore, di una posizione etica verso la vita e i rapporti, che corazzavano Rocco Carbone tuttavia evidenziando qua e là impercettibili crepe attraverso cui la luce mitigava e rischiarava una compattezza feroce nella vita.

Rocco Carbone

Emanuele Trevi ci mostra di Rocco Carbone un ritratto perfetto ed essenziale, la sua severità nell’amicizia che non solo offriva fedeltà agli amici ma da essi esigeva affezione senza ombre. Era ombroso e buono, Rocco Carbone, uomo esemplare fin dalla giovinezza, fin da quando, nell’83 i due, Carbone e Trevi, si incrociarono e divennero amici a Lettere.

Era severo, Rocco Carbone, incapace di perdonare la sciatteria e l’imprecisione, forsennato nella cura della parola e dei meccanismi profondi che sapeva evocare in modo raffinato nei suoi libri: Emanuele Trevi gli riconosce una “sovrumana cocciutaggine” che si scontrava con il proprio distacco a volte al limite della sostanziale sprezzatura; evoca, Trevi, quell’“ospite interno” che infestava la persona che per esempio anima il romanzo L’apparizione; e poi gli rimprovera in modo bonario un “lessico morale antiquato” che lo candidò esemplarmente all’infelicità, e ci dice molto su un periodo straordinario, (viceversa) di grande felicità, che Rocco Carbone visse con la moglie americana – una parentesi iperbolica quanto profonda era la vocazione, vera e costante, di Rocco Carbone a (esagero) voler essere infelice, o meglio ridimensionarsi sempre: si sentiva sottovalutato come scrittore, Rocco Carbone, eppure, ci ricorda Emanuele Trevi, la sua strada editoriale è stata fortunatissima, tutta percorsa nel solco dell’editoria di primo piano (pubblicato da Feltrinelli e perlopiù da Mondadori).

Un amico molto caro, Rocco Carbone, per Emanuele Trevi, con cui montarono anche delle incomprensioni o dei fastidi che poi li separarono. Peccato non aver potuto fare in tempo a sanare la distanza, e ripristinare l’amicizia convivente vissuta negli anni giovani – ma questo tributo è di una bellezza e di un amore così potenti, benché risulti, nella forma, sommesso quasi disattento, il tributo, che persino Emanuele Trevi vi mostra un volto profondamente umano, capace di affetto.

Pia Pera

Con altrettanto amore Trevi qui intreccia, all’evocazione di Rocco Carbone, il ricordo molto animato e vivace di Pia Pera, un gentile uragano, una fata soave e risanatrice dotata del tocco magico di Mary Poppins – l’accostamento è fatto apertamente, definita “sfrontata e capricciosa” ma anche “timida”, giudizio per il quale Trevi coincide sostanzialmente col parere di Edoardo Albinati (altro grande amico di Pia Pera) nel ritratto stilato per Nuovi Argomenti. Pia Pera e Emanuele Trevi si erano conosciuti, critici giovani e minori, sulla carta, in un convegno su Tommaso Landolfi organizzato a Frosinone. Era l’87: Pia Pera parlò di Landolfi traduttore dal russo, il suo stesso terreno di studio e azione. Fu un intervento mirabolante che spedì Pia Pera nell’empireo degli esperti di letteratura russa e soprattutto, come mirabilmente mostrò una volta per tutte la sua ri-traduzione di Onegin di Puškin, grande forgiatrice della lingua italiana. Questo soprattutto le riconosce Emanuele Trevi: «La malizia, l’intelligenza scintillante, il brivido metafisico al punto giusto. Qualità umane o letterarie? Vai a distinguere: i capolavori sono sempre secrezioni organizzate […] come se un corpo fosse capace di sudare cristalli o coriandoli […]».E, ribadisce Trevi, lo Onegin di Pia Pera, «pur rimanendo traduzione fedele e ragionata del poema di Puškin, è un capolavoro della lingua italiana».

Pia Pera aveva questo ambizioso progetto: oltre ai racconti di La bellezza dell’asino, voleva a tutti i costi riscrivere Lolita di Nabokov non più dal punto di vista del professor Humbert ma dalla parte di lei, ne venne fuori Diario di Lo, un “glorioso e monumentale fallimento”, per riusare una nota citazione, e poi si dedicò sempre più a un’altra opera monumentale, l’opera del proprio giardino, cosicché quando la SLA prese a farsi viva e lentamente prese terreno totale quella cura divenne un libro, Al giardino ancora non l’ho detto, titolo tolto dalla vasta messe dei versi di Emily Dickinson, autrice a sua volta di un monumentale e accuratissimo Erbario giovanile, ora consultabile sul sito harvard.edu.

Due vite è un libro piccolo e potente, meraviglioso, da cui emerge la delicatezza dell’autore a dispetto della sua proverbiale ruvidezza, o sprucidezza dovrei dire usando il mio gergo cassinese. Come in tutti i suoi libri, Trevi mostra anche qui delle virtù funamboliche fortemente evocative in cui con agilità e senza veli esercita la propria vera indole: indolente e smagata ma puntuale sull’essenziale.

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