Giuseppe Grattacaso
Ultimo banco

Come perdere tempo

Il dibattito sulla scuola, sul distanziamento e sulle mascherine procede imperterrito malgrado l'afa. Nessuno che parli invece, di quel che ci ha insegnato la pandemia: il piacere (quando non l'obbligo) di perdere tempo

Non è cambiato molto, almeno nelle ore rese incerte e afone dal sole di luglio. Rimangono nel chiuso delle loro stanze, le persiane quasi sempre abbassate, cambio d’aria garantito solo dal condizionatore, se c’è. La luce è quella pallida che diffonde lo schermo dello smartphone o la psichedelica, avremmo detto noi di quella generazione che riesce ancora a dire noi, tutta colori e bagliori veloci dei videogames, che il caldo non appassisce né riduce più lenti. Ad appassire e ad immalinconire sono a tratti forse le dita e gli occhi dei giocatori. Dall’ecosistema stagnante degli appartamenti, dal recinto delle camere, riemergono all’ora dell’aperitivo, col passo sbadato delle giornate fiacche. Anche coloro che sono al mare, i fortunati avremmo detto sempre noi, quelli che vengono da un’altra epoca, si strascicano ciondolanti verso un chissà dove fatto di tramonti già avvenuti da un pezzo.

Sono gli adolescenti, che l’informazione continua a ritrarre in veste di studenti, anche in quest’estate calda e un po’ rallentata, come tutte quelle del resto che l’hanno preceduta. Provate ad aprire le pagine di un quotidiano o di un settimanale. Se proprio volete farvi male, sintonizzatevi su un telegiornale. Loro ci sono, gli adolescenti d’Italia, prima o poi arrivano con le loro belle facce sorridenti o con il ghigno di chi la sa lunga anche se non la sa affatto. Ma non vengono immortalati mentre giocano a tamburello (direbbero sempre quelli di età passate, li conosciamo) né a racchettoni, nemmeno inscenano amori estivi per la platea plaudente degli amici («Luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà…» cantava Riccardo Del Turco, chi era costui?), non si riparano dal sole sotto gli spicchi colorati degli ombrelloni, del resto sono già abbronzati da tempo, come avranno fatto ad abbronzarsi nel chiuso delle loro stanze…

Le immagini invece li ritraggono seduti ai loro banchini, quelli delle aule scolastiche che improvvisamente scopriamo contenitori insalubri, le facce assorte verso un’ipotetica lezione in presenza, un film di cui in questi giorni si girano scene con controfigure. Le riprese vere e proprie cominceranno a metà settembre. O li vediamo ritratti, tutti curvi, mentre cercano l’abbraccio col solito banchino, lo vorrebbero rassicurante l’appoggio ligneo rivestito di laminato plastico, in qualche modo affettuoso, o almeno che serva di sostegno alla loro posizione quasi sdraiata, intenti come sono a scrivere chissà quale compito in classe nell’improbabile speranza che qualcuno poi lo legga in quest’estate italiana post-emergenziale, post-confinata, quasi-vacanziera. «Ma perché, in riva al mare, non ci sei, amore amore?», si chiedeva sempre lui, il Del Turco della canzone, tra disperazione e voglia di dare una giustificazione alla vacanza con i genitori. Fattene una ragione, Riccardo, lei sarà a farsi fotografare in qualche aula scolastica, in attesa che la ripartenza della didattica in presenza non sia più solo una discussione su metri di distanza e pericolosità dei sospiri.

Perché si parla tanto di scuola in questo luglio nel quale, canta sempre lui in attesa della bella (ma questi qui si vedevano solo una volta l’anno?), «ho tanto freddo al cuore». A noi piuttosto il freddo cala sull’organo vitale per i mesi di confinamento, ancora ben evidenti nella memoria, e per la paura che ormai da qualche tempo, focolaio dopo focolaio, come un incubo ricorrente ogni tanto ci attraversa la mente. Per una volta niente paginate sull’estate più calda del secolo, la desertificazione della Sicilia, il buco nell’ozono. Non ci sono consigli su cosa mangiare con le temperature torride. Gli anziani non devono andare al supermercato per refrigerarsi. Quest’estate si parla di scuola col freddo nel cuore.

Niente entusiasmi infatti per la rinnovata centralità dell’istituzione scolastica nella discussione pubblica. La scuola ai tempi dell’imprigionamento da coronavirus, la scuola della distanza, senza sguardi e senza abbracci, dovrebbe averci insegnato qualcosa, se non altro dovrebbe rendere possibile una riflessione più ampia su quello che essa rappresenta nel nostro Paese e su come sia possibile intervenire sulle modalità di insegnamento. È quello che abbiamo tentato di fare sproloquiando da questo Ultimo Banco. Perché dall’ultimo banco, si sa, si può guardare solo davanti e fuori dalla finestra. E davanti e fuori c’è scritta la necessità di dare un posto nuovo alla scuola, di rendere l’insegnamento più vivo, di guardare il mondo non solo per aggredirlo o per averne paura.

La discussione invece è tutta occupata dalle questioni riguardanti la sicurezza, problema certo fondamentale di questi tempi, ma che rischia di farci credere che, una volta assegnati i posti e garantite le distanze, si possa ripartire come se nulla fosse successo. Sarebbe un’occasione persa. È quello che accadrà.

Negli ultimi giorni si è discusso se il metro di distanza debba considerarsi statico o dinamico. Vale a dire che, se lo studente che è seduto si alza e muove qualche passo nell’aula, il ragazzo diventa dinamico, il metro anche e quindi tendere a ridursi. La distanza di sicurezza andrebbe a farsi benedire, precipitando in conati di paura. Soluzione: quando ci si alza, bisogna indossare la mascherina.

Nei mesi passati la scuola è stata per forza di cose poco dinamica, anche se una scuola che non sia in movimento non dovrebbe essere nemmeno immaginabile. D’altro canto anche una scuola troppo dinamica, in perenne movimento, che fa della velocità e dell’accumulo di informazioni uno degli elementi portanti della propria esistenza didattica, non assolve al suo compito, che non è quello di correre, ma di far pensare, meglio ancora di invitare al pensiero. E per pensare bisogna rallentare, a volte è necessario sostare. Anche per ricordare è necessario essere più lenti. Lo scrive Milan Kundera ne La lentezza: «Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo». È necessario qui ricordare che la scuola è anche il luogo dove è necessario ricordare?

Il rischio è che i ragazzi si ritrovino anche in questo caso davanti a un videogioco. Bisogna reagire velocemente, cercare di immagazzinare le informazioni nel più breve tempo possibile. Reagire, insomma, senza stare troppo a pensare. Capire cosa si sta facendo può farci avere dei ripensamenti sullo scopo della nostra azione e determinare la nostra sconfitta. Se non ci credete leggete il bel romanzo US di Michele Cocchi (Fandango), da qualche giorno in libreria. Questo avviene nel gioco, certo, ma spesso anche nei pressi di una cattedra in un’aula scolastica.

A volte si ha l’impressione che gli adulti, professori compresi, ritengano che i ragazzi formino un’indistinta massa di superficiali, incapaci di sviluppare qualsiasi pensiero critico o di operare un ragionamento che non poggi su argomentazioni del tutto inconsistenti. Pertanto, basta che ammassino in magazzino, che siano capaci di reagire velocemente a una sollecitazione. È il massimo che si può ottenere da loro. Se gli studenti rimangono come inebetiti di fronte a un mondo che si è velocemente complicato e che corre con rapidità da centometrista e tenuta da maratoneta, certo non dipende da una loro prerogativa genetica, né solo dalla celerità del cambiamento, ma anche da una carenza nell’attitudine al pensiero logico, che è ormai caratteristica generale, e dalla mancanza delle parole che servono a svilupparlo. Bisogna che la scuola sia in grado di tradurre i contenuti culturali in argomenti di riflessione, in scoperta e in curiosità. Bisogna che suggerisca le parole giuste per alimentare il pensiero.

A scuola sembra che ogni sosta sia una perdita di tempo, che il rallentamento debba per forza essere sinonimo di fiacchezza. È necessario che gli studenti continuino ad accatastare dati, anche se tali informazioni risultano spesso prive di profondità. Chissà perché nello spazio quasi sempre privo di attrattive tra cattedra e banchi (da settembre inevitabilmente due metri lineari) si ha frequentemente l’impressione di essere in ritardo, si vive preda dell’angoscia di non avere tempo per mettere insieme, troppe volte alla rinfusa, tutte quelle conoscenze che si ritiene siano necessarie a proseguire, velocemente, il cammino. I’m late, I’m late, for a very important date, dice Bianconiglio con il suo enorme orologio tra le mani, senza che ci sia un vero obiettivo nel suo correre, tranne quello determinato dalla paura di fare tardi. È la stessa sensazione di panico che coglie insegnanti (soprattutto) e studenti di fronte ad ogni possibile rallentamento dell’attuazione del Programma.

Ecco, chissà se la scuola che per qualche mese si è introdotta nei video degli adolescenti turbandone la dipendenza da smartphone, la scuola delle connessioni frustrate e delle interrogazioni da conservare in videoteca, abbia avvertito l’esigenza di guarire dalla sindrome di Bianconiglio e di accettare che l’insegnamento sia anche perdita di tempo, che si nutra un po’ anche di lentezza, per permettere di apprendere, cioè di comprendere, di conoscere e di crescere.

La ragazza che Riccardo Del Turco aspettava poi alla fine arriva («Credevo in un abbaglio e invece ci sei tu»), un po’ in ritardo ma torna al luogo solito di villeggiatura. Gli studenti torneranno nelle aule. Emozionati e felici, sembrerà bello anche quello che fino a inizio marzo sembrava inguardabile. Ma questo avverrà a settembre. «Settembre poi verrà ma senza sole», cantava un altro che si chiama Peppino Gagliardi e che all’epoca non doveva essere proprio un ottimista.

Il sole invece ci sarà e anche le mascherine sul volto degli studenti, ogni volta che si alzano dal loro posto. Il mondo forse riprenderà a correre, la scuola ad avere affanno. C’è solo da sperare ogni tanto di essere abbastanza bravi da prenderci una pausa, senza bisogno che ci sia un virus a ricordarcelo. Sarà utile sostare, guardare le immagini del videogioco che vanno avanti per proprio conto. Sarà bello vedere la scuola rallentare, guardare il mondo che scorre sullo schermo e inseguire le domande giuste per cercare di capirlo.

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