Giuseppe Grattacaso
Ultimo banco

Poesia per la scuola

L'emergenza Covid ci ha costretto a ripensare la scuola. Numeri, distanza, algoritmi: è stato tutto un fervore di norme e illazioni. E, invece, per cambiare tutto sarebbe bastato riconsiderare la sostanza dell'istruzione: il confronto tra professori e studenti

La scuola non si ferma, nemmeno rallenta. Si cerca, vorrebbe riconoscersi spaziosa ed ariosa. Contro la sua natura, che è da sempre quella compassata di un elefante in cerca di più adeguata sistemazione, pur sapendo che un assetto definitivo non può esistere, si profonde in frenetiche consultazioni, in misurazioni senza fine, nella speranza che gli spazi interni si dilatino per loro affettuosa devozione ai destini della nazione, che le finestre, per spontanea condotta benefica, diano più aria, che i venti salubri si diffondano per i corridoi altrimenti cupi e soffocanti. La scuola non può fermarsi, è costretta ad eccentriche congetture, a elaborazioni senza tregua di piani che coniugano creatività spaziotemporale e rispetto di burocratici doveri. Le linee guida ministeriali hanno fatto lievitare i quesiti. Quanti studenti possono entrare in un’aula, come calcolarne i movimenti in rapporto alla posizione dei banchi, per quanti minuti è necessario ogni ora aprire le finestre per garantire il ricambio dell’aria, quale l’ampiezza delle finestre e in che rapporto è con la cubatura della stanza, da dove si entra, quanti sono gli ingressi possibili e dunque i percorsi di accesso, quali saranno gli orari di entrata, differenziati in modo da garantire un afflusso meno impetuoso rispetto alle barbariche incursioni a cui siamo abituati, qual è la distanza tra la lavagna luminosa e Alpha Centauri, tra la cattedra e la pietà divina. Cose così, tribolazioni estive pari solo ai tentativi di fissare l’ombrellone in una spiaggia libera in una giornata ventosa. È sempre il teorema delle sardine, ma calcolando anche lo spessore delle squame e la ventilazione branchiale.

A settembre finalmente ci guarderemo in faccia e scopriremo di avere lo sguardo preoccupato delle videocamere di sorveglianza, le pause e gli interventi programmati dei semafori rossi e gialli, conteremo i passi con la cautela maniaco-computante di un saltatore con l’asta, ci diremo l’un l’altro che tutto andrà bene ostentando la sicurezza di un redattore di oroscopi o di un fabbricante di amuleti. Ci confronteremo quotidianamente con le nostre e le altrui paure, nei panni un giorno del passeggere e l’altro del venditore di almanacchi. È per questo forse che la Fondazione Agnelli ha pensato a un sostegno informatico. Un algoritmo aiuterà le scuole a trovare le soluzioni più adeguate per affrontare il rientro in sicurezza. È da qualche giorno online la piattaforma “Spazio alla scuola”, che permette rapidamente di simulare la disposizione dei banchi in un’aula, di variarla in cerca della sistemazione appropriata, di formulare ipotesi sul ricambio dell’aria, sull’ingresso e l’uscita dall’edificio rispettando le regole del distanziamento. Si inseriscono i dati necessari, ampiezza dell’aula, numero degli studenti, posizione delle finestre e delle porte, e il software ci regala possibili posizioni. Si introducono nel sistema paure e tormenti da progettazione estiva e “Spazio alla scuola” ci restituisce sicurezze in forma di manichini convenientemente distanziati, correnti d’aria opportunamente igienizzate, finestre aperte, porte spalancate.

Passo dopo passo, muovendosi con prudenza tra un banco e l’altro, la scuola covidizzata ha compreso che il luogo dove avviene il processo di insegnamento ha una sua fondamentale importanza nel dialogo educativo, nel lavoro di condivisione delle conoscenze. Se n’è accorta però solo spinta dall’emergenza e non sembra per il momento essere in grado di cogliere l’occasione. Sarebbe opportuno rendere l’ambiente più sano ed accogliente non solo perché abbiamo paura, ma perché è utile ed è giusto così. Serve ad essere meglio disposti verso gli altri, a capirsi e a capire più facilmente, a non essere costretti in uno spazio mentale ristretto oltre che angusto fisicamente, a guardare fuori e a guardarsi dentro. La soluzione non è solo nei piani di lavoro, nelle strategie studiate in ansiose assemblee dipartimentali, nelle corse contro il tempo nel tentativo di assemblare nozioni. Bisogna credere che i pochi metri quadri dove studenti e insegnanti trascorrono le mattine di buona parte dell’anno è spazio di vita, è il teatro nel quale si mettono in scena passioni e delusioni, la gioia e la sofferenza, non solo il palcoscenico asfittico dove declamare il monologo balbettante, che si vorrebbe sempre decisivo, delle proprie competenze. È il giardino degli errori, senza i quali in questo terreno, ora disinfettato, le piante non crescono. È la piazza con il mercato, vociante e scombussolante, è il porto dove è possibile approdare in caso di necessità, ma dal quale bisogna sempre ripartire, perché in questo luogo non può essere concepita l’idea dell’arrivo senza che sia necessaria successivamente anche una partenza. È la strada popolata, non il segnale di divieto. Lo sappiamo bene noi che guardiamo il mondo dall’ultimo banco. 

In questi mesi abbiamo avuto la riprova che delle facce e dei corpi di studenti e insegnanti non bisogna avere paura, piuttosto servono a comunicare, se sappiamo farlo, a rendere meno monotona o meno aggressiva una lezione. Dovremo perciò essere capaci di non fare coprire i nostri sentimenti, le curiosità, i desideri dalle mascherine, anche quando ci alzeremo dal banco o dalla cattedra e dovremo indossarle. Non possiamo che gli occhi, le bocche, le mani, i gomiti diventino lo scudo dietro il quale difenderci, il riparo in plexiglas che ci mette al riparo dall’intreccio delle esistenze.

«Nessuna interrogazione, nessun tribunale. Solo una dialettica continua, un parlare guardandosi in faccia, studenti con studenti, studenti con professori». Lo scrittore Andrea Bajani racconta così il modello scolastico che ha conosciuto in Germania, che è poi il sistema che lui vorrebbe realizzato anche nel nostro Paese. Lo scrive ne La scuola non serve a niente, edito da Laterza nel 2014, appena l’anno sesto avanti Covid, in pratica stessi banchi e stesse lavagne multimediali di oggi, solo niente mascherine e spray igienizzante, unicamente straccio e detergente per pulire gli ambienti, nemmeno tanto spesso. Guardarsi in faccia, secondo Bajani, garantisce una scuola «sempre dialettica», con l’insegnante che «fa lezione insieme ai ragazzi». Invece che pretendere che gli alunni ascoltino in maniera più o meno passiva, l’insegnante «li interpella, li invita a contraddire e a criticare, a spiegare». In questo modo, assicura lo scrittore, «è un continuo alzarsi di mani, un incalzare di precisazioni, esemplificazioni, richieste di chiarimenti»; del resto «quell’intervenire continuo contribuisce concretamente al voto finale». L’atmosfera che si respira nelle aule tedesche è senza dubbio estremamente diversa da quella che caratterizza i nostri licei. Nella scuola italiana una lezione di questo genere è oggi quasi sempre impossibile. Innanzitutto perché nel nostro paese non siamo più capaci di confrontare le idee, nemmeno in un luogo a questo deputato, come dovrebbe essere la scuola: ognuno di noi parte troppo spesso dal presupposto che parlare debba solo servire a convincere l’interlocutore a darci ragione.

Guardarsi in faccia, appunto. Bajani dice anche che perché la scuola funzioni, perché studenti e insegnanti facciano funzionare il loro guardarsi, prima di ogni possibile riforma, bisogna ripartire dalle parole («mentre alcune parole si trascinano ingobbite di sensi di colpa, altre partono a chiedere aiuto, buttano lenzuola dalla finestra e scivolano giù, nella più ordinaria delle evasioni dal mondo»). Io aggiungo che se si deve ripartire dalle parole, bisogna cominciare a leggere poesia, cercando di farsi le domande che la poesia sempre pone e non recitare le risposte. Se anche Andrea Bajani siede all’ultimo banco, e io credo sia proprio così, l’ultimo vicino alla finestra, quella da cui scivolano giù le parole per salvarsi, sa che nel ripiano sotto quel banco c’è sempre un libro di poesia. Mi piacerebbe che la scuola del distanziamento ricominciasse dalla lettura delle poesie. Una al giorno o quando è possibile, anche di autori che normalmente non si leggono a scuola, senza pretese di spiegazione, solo per scoprire che le parole riducono la distanza, permettono gli abbracci.

Invece a scuola gli studenti ricavano l’idea che la poesia per sua natura sia distanziante, decifrabile (e dunque che vada decifrata) solo se in possesso di determinati strumenti di decodifica, che sono di natura tecnica e del tutto indipendenti dalla sensibilità del lettore e dalla sua familiarità con la poesia stessa. Invece, come ogni lettore di poesia sa, c’è bisogno di una quotidiana consuetudine con i versi per comprenderne la musica, la dimensione corporea e la complessità.

Alla poesia non ci si può avvicinare armati di sonde e scandagli. Il tesoro, se c’è, non è collocato in un luogo preciso, piuttosto è disseminato e si confonde con oggetti abituali e quotidiani. Meglio dunque procedere con la curiosità e il piacere di chi vuole farsi guidare in nuovi mondi, sapendo che la scoperta consiste proprio nel variare continuamente prospettiva e meta. Perché i versi ci dicano qualcosa bisogna «gettare un topo nella poesia / e osservarlo mentre cerca di uscire».

La bella e preziosa immagine, più forte e chiara di tutte le mie precedenti parole (la poesia fa proprio questo, condensa, suggerisce, regala), è di Billy Collins, poeta newyorchese tra i più amati negli Stati Uniti, autore di numerose raccolte di versi, professore di letteratura inglese al Lehman College della City University di New York.

I versi sono quelli di Introduzione alla poesia, che riproduco nella traduzione di Franco Nasi, inserita nella antologia A vela, in solitaria, intorno alla stanza, edita da Medusa nel 2006.

Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori
o di premere un orecchio sul suo alveare.
Dico loro di gettare un topo nella poesia
e osservarlo mentre tenta di uscire,
o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.
Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.
Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda alla sedia
e estorcerle con la tortura una confessione.
La picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.

Nella poesia Collins ci dice del lavoro del professore e delle aspettative degli studenti di fronte allo studio della poesia. Quasi sempre i ragazzi, ma anche molti insegnanti, si impegnano nel tentativo di estorcere una confessione ai versi. Come se la poesia potesse essere legata a una sedia e fosse in grado di dirci la frase ultima e conclusiva, la risposta che cerchiamo. Allora è bene che un topo attraversi le parole, sconquassi i versi e la richiesta di certezze di chi legge.

Ecco, vorrei che quel topo fosse in tutte le aule delle scuole d’Italia il 14 settembre. Le aule igienizzate, i banchi distanziati, le mascherine indossate e un topo gettato nella mischia. Che ci faccia gridare, correre, cercare vie d’uscita. Che ci faccia fuggire, che ci faccia rimanere, che si faccia inseguire, che ci faccia ritrovare le parole.

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