Giuseppe Grattacaso
Ultimo banco

Fuori dalla scuola

In questi giorni, la discussione sulla scuola si misura in metri: metri di distanziamento. Eppure è di quel che capita fuori che occorrerebbe discutere. Per capire come far entrare la vita nelle aule. Come quella volta in cui i Beatles...

A scuola ora si fanno i conti. Si misura, soprattutto. È una questione di metri quadri. Anzi, da qualche giorno la controversia verte innanzitutto sulla distanza lineare. Un metro tra un banco e l’altro o, meglio, un metro che separi le bocche e gli eventuali aliti malsani che da esse provengono. Insomma è necessario ci sia un metro tra le teste, che a ben guardare, a calata, dovrebbe voler dire il posto caldo dove i culi poggiano, cioè le sedie. Un metro tra una sedia e l’altra garantirà la ripartenza della didattica in presenza. A settembre si torna in aula, è la giusta distanza, parola di ministro, per evitare la distanza della didattica. Due metri invece sono necessari tra il banco più avanzato, l’avamposto da prima della classe o il luogo di confino del confusionario senza altra possibilità di contenimento, la camicia di forza dell’ipercinetico, e la cattedra da cui si dispensa il sapere, anzi dalla sedia del dispensatore, più in là con l’età e dunque soggetto a rischio. Un azzardo schiodarsi dalla seggiola professorale, passeggiare tra i banchi, minacciare o incoraggiare con sguardi ravvicinati. Si diventa cattedratici per emergenza virale.

Quanti banchi entrano in un’aula e come vanno interpretate le norme di sicurezza in epoca di minaccia da starnuto apocalittico? Per ora i banchi navigano a vista, in cerca di un mare che peraltro quest’estate è già obiettivo massimo di villeggiatura, come si diceva un tempo, per parecchi un sogno che si realizza in repentine vacanze andata e ritorno. Si tentano disposizioni fantasiose, azzardi futuristi, improbabili coinvolgimenti di orti e giardini, nel tentativo di distanziare pigiando o di pigiare distanziando, che poi è la stessa cosa, a monte c’è sempre il teorema delle sardine. Si parte dall’assunto che la disposizione a zigzag sia quella che garantisca la massima presenza di studenti e il più alto grado di sicurezza da contagio. Si approda alle domande: e le vie di fuga? e i corridoi nel quarto d’ora di ricreazione? e l’ingresso a scuola alle otto di mattina con i vocianti ancora semidormienti ho-dimenticato-la-mascherina?

Io mi chiedo solamente se verrà comunque garantito un ultimo banco in ogni aula. Una sorta di presidio istituzionale ed esistenziale, il luogo del pensamento e del ripensamento, la palude privilegiata da dove è possibile guardare il mondo, il metro quadro all’interno del quale è assicurata la perdita di tempo, sempre necessaria, ne parleremo, in ogni comunità scolastica.

La paura del contagio, che rende più evidente la diffidenza nei confronti dell’altro e il timore di essere o di sentirsi troppo vicini, malattia che gli ultimi decenni avevano già resa cronica, pare possa sostituire, almeno per qualche tempo, i mille sentimenti apprensivi e angosciati che stazionano ogni giorno tra i banchi e si materializzano come nebbia da distanziamento emozionale intorno alle cattedre. Insomma, se sistemo i banchi secondo le norme dettate da qualche decreto ministeriale, l’ultimo in ordine di tempo di una serie che non è difficile immaginare possa alla fine manifestarsi nutrita, posso sentirmi al sicuro. Sarà possibile dimenticare (per settimane? per qualche mese?) le mille tormentate angosce che presidiano aule, corridoi, uffici di presidenza delle scuole d’Italia. Spariranno, sostituite dall’ansia da postazione, dallo sgomento epidemiologico, l’ansia da prestazione, l’attacco di panico che si scatena mezz’ora prima della possibile interrogazione, l’inquietudine esistenziale di fronte all’utilità di quello che stiamo facendo. Spariranno i tormenti dei prof di fronte a possibili denunce per mancata sorveglianza, per disattenzione di fronte alle problematiche adolescenziali di sofferenti millennials alle prese con atavici bombardamenti ormonali e con evoluti videogiochi sparatutto. Verranno meno gli incubi da ricorso al Tar, il Moloch che sovrintende ogni scrutinio finale di ogni liceo nazionale.  Soprattutto per un po’ di tempo si potrà fare a meno della paura di perdere tempo. Che lo smarrimento da Covid-19 possa almeno cancellare ogni altra consolidata oppressione da quotidianità scolastica, è il sogno che si materializza, a mo’ di fumetto, sopra l’ultimo banco.

Tutte le occupazioni che non riguardano in maniera stringente lo studio e la realizzazione del Programma (andrebbe scritto con tutte maiuscole, per garantire l’enfasi terrorizzata nell’affermazione “ma così non riusciamo a finire il programma!”, che nella hit parade delle frasi su vinile scolastico è sicuramente al primo posto), sono davvero così dannose per l’obiettivo finale di ogni insegnamento, che è quello di capire chi siamo, chi siamo stati e dove stiamo andando, e quindi di entrare in possesso degli strumenti giusti per farlo? Solo che questi strumenti si trovano anche fuori dalle mura scolastiche, nella vita di tutti i giorni, che è sempre tanta, sempre di più e sempre più varia, e che spesso la scuola tende a non vedere. C’è una vita fuori di qui? C’è ed è lì che si muovono le passioni dei ragazzi, le loro curiosità, il loro modo di guardare il mondo, è lì che si intravede il futuro. Tutte cose di cui la scuola non dovrebbe fare a meno. È lì del resto, nella vita fuori di qui, che ci muoviamo tutti, disperati e increduli, affannati e sorridenti, come in un videogame dietro uno schermo frantumato.

Il 4 settembre 1962 quattro ragazzi allora sconosciuti entrarono negli studi londinesi della Emi in Abbey Road per provare, ed eventualmente registrare, le canzoni Love Me Do, How Do You Do It? e Please Please Me. John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr denunciavano nelle andature dondolanti e nei repentini turbamenti l’emozione della prima volta. Quella mattina stessa il produttore George Martin decise che il singolo, che avrebbe significato l’avvio della carriera dei Beatles, sarebbe stato Love Me Do.

Aveva composto il brano, qualche anno prima, Paul McCartney, un giorno che aveva marinato la scuola. Lo vediamo il giovane Paul uscire con pochi libri sotto il braccio (niente zaini allora, per carità), avviarsi verso la fermata dell’autobus che deve condurlo a scuola, il prestigioso Liverpool Institute, ripensarci, immaginare il viso sempre un po’ tetro dell’arcigno professore di letteratura inglese, sorridere soddisfatto, tornare a casa, mettersi al pianoforte verticale acquistato dal padre trombettista. La madre, infermiera, era morta un paio di anni prima.

Lo vediamo al piano, ha pigiato il pedale della sordina, ripete con la mano destra sui tasti bianchi e neri il motivetto, canticchia:  Love, love me do / You know I love you / I’ll always be true / So please, love me do / Whoa, love me do. Non sarà un granché, pensa, ma intanto l’ho scritta io e a me piace. Pensa anche che vorrebbe che quella fosse la sua strada. La musica, le canzoni, non l’assenza ingiustificata.

Considerato che si tratta dell’inizio di un’avventura che avrebbe trascinato la musica e la società in una nuova dimensione, possiamo supporre che se quella mattina il giovanissimo Paul avesse deciso di fare il bravo ragazzo, come chiunque avrebbe visto scritto nei lineamenti del viso e nel curriculum scolastico, forse tutto il corso degli eventi avrebbe preso un’altra direzione.

Non è difficile immaginare lo sguardo con cui la mattina successiva il professore di inglese abbia scorso l’elenco dei nomi sul registro e abbia apostrofato il giovane allievo: “McCartney, non le sembra di esagerare con le assenze?”.

«Ieri ho scritto una canzone, professore – potrebbe aver risposto Paul, fidando sull’impatto della sua futura popolarità, che intanto era però visibile solo nella sua immaginazione -. Vuole leggerne il testo?»

«Faresti meglio a pensare alle cose serie – avrà sentenziato l’insegnante con un sorriso sarcastico –.  Qui si studia letteratura, McCartney, si studia matematica, scienze, diritto. Questa è una scuola seria. Per capire il mondo non servono i ritornelli, bisogna che lei sia a scuola la mattina. Ha scritto una canzone! Insomma ha solo perso tempo».

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