Massimo Onofri
Ceppo: tre parole-chiave sul racconto /3

Atlante, Enciclopedia Altrove

Utopia come non-luogo ma anche come tutti i luoghi. In cui recarsi in un percorso che attraverso la letteratura è «massimo movimento nella stasi». E che regala «l’ebbrezza dell’uno, nessuno e centomila» nel catalogo dei desideri in cui invitare il lettore a ritrovarsi

Il 23 luglio a Pistoia si svolgerà il Premio letterario internazionale Ceppo dedicato in questa 64° edizione al racconto (www.iltempodelceppo.it). La giuria letteraria, diretta da Paolo Fabrizio Iacuzzi, ha assegnato a Massimo Onofri e al suo “Isolitudini” (La Nave di Teseo) il Premio Ceppo Selezione Racconto «per aver scritto un libro di mappe fantastiche e letterarie composto a puzzle, per mini-racconti perfettamente orchestrati… Tutto il potere di incantamento e di magia di questo libro sta nella costruzione di un castello di letture e dirimandi dentro il quale sprofondare e perdersi, annegare» come scrive la giurata Benedetta Centovalli, che intervisterà l’autore durante la cerimonia di votazione e premiazione. Dopo gli interventi della finalista (insieme a Federico Pace) Loredana Lipperini (http://www.succedeoggi.it/2020/07/caos-realismo-etica/ e del vincitore della sezione Under 35 Marco Marrucci (http://www.succedeoggi.it/2020/07/il-miracolo-della-necessita/), pubblichiamo la breve lecture di MassimoOnofri sul racconto attraverso le tre parole-chiave da lui prescelte. 

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Atlante
Chi è il vero lettore di atlanti? Certamente un personaggio che molto deve somigliare a Yorik, il viaggiatore “sentimentale” inventato da Laurence Sterne nel 1768, il quale s’avventura in Francia e in Inghilterra, ma soltanto per guadagnare la maggiore possibile «cognizione di se medesimo». E che, meno di trent’anni dopo, cioè nel 1795, avrebbe capito senza più esitazioni, con Xavier de Maistre, che il viaggio migliore è quello che si può compiere, appunto, «intorno alla propria camera», beatamente seduti su una poltrona o sdraiati oziosamente, e senza fatica alcuna, su un letto. Questo è infatti, innanzi tutto, Isolitudini: l’utopico e avventuroso tentativo di mappare il maggior numero possibile di isole del mondo, producendo il massimo movimento nella stasi, calandosi nei comodi panni d’un viaggiatore assolutamente sedentario. Isole, sia detto per inciso ma con estrema chiarezza, che ci abbiano lasciato in sorte almeno un racconto e qualche ipotesi di destino. Un racconto, si aggiunga, che vale come romanzo latente, per così dire in letargo, e che sarà il lettore a ridestare e a integrare di senso: in forza delle proprie conoscenze, dei propri desideri, delle proprie aspirazioni. Ho detto Sterne non per caso: il quale è già perfettamente consapevole del fatto d’avere per la prima volta esplicitato che si possa dare un rapporto profondo, in termini di invenzione stilistica, tra lo scrivere e il viaggiare. Se le cose stanno così, questo che il lettore ha di fronte a sé è, non solo un vero e proprio mappamondo, ma un dizionario di sogni – e qualche volta di incubi – che cresce, di pagina in pagina, con la sua smania e le sue inquietudini, con la sua fame di storie e, soprattutto, di vita. Isolitudini, del resto, porta già nel titolo la sua costitutiva e duplice disposizione: quella d’essere, per un verso un isolario – e dunque un repertorio il più possibile completo delle isole reali e immaginarie – e, insieme, un inno alla solitudine come dimensione imprescindibile di qualsiasi escursione della fantasia.

Enciclopedia
Insoddisfatto di tutte quelle in circolazione, Alberto Savinio se la scrisse una a proprio uso e consumo. Nacque così la Nuova Enciclopedia, cui lavorò negli anni Quaranta, ma che vide la luce solo nel 1977: ogni lemma è un mondo da perlustrare, ogni mondo perlustrato è il lemma che si prova a decifrarlo. Ciò che vi regna, in quella «nuova enciclopedia», è soltanto il capriccio di una intelligenza sregolata e smisurata, che ha come propria risorsa un sapere liberissimo e pago di se stesso, sorprendente e di inaudito spartito. Anche questo atlante, in quanto regesto di luoghi e serbatoio di storie e racconti, accampa e lavora, per ogni sua isola, almeno un dato di conoscenza, poco importa se ricavato dalla letteratura, dalla storia dell’arte o della musica, dai sogni di celluloide o dalle grandi imprese scientifiche. L’approdo su un’isola, insomma, vale sempre come un percorso di conoscenza: sicché un luogo, ogni volta, si traduce almeno in una nozione. Un’isola, per dirla tutta e chiaramente, è sempre e comunque quella del tesoro: dove, appunto, il tesoro nei secoli là accumulato è qualcosa che si monetizza non solo in oro e argento, in fantastici e pirateschi dobloni, ma in avvenimenti memorabili, destini inattesi, in scoperte stupefacenti, in sogni chissà quante volte sognati. Un’isola, al di là d’ogni configurazione e collocazione, è anche la miniera di vite memorabili che vi si sono – non importa quanto a lungo, se per un tempo minimo e per sempre – in qualche modo sepolte. È massimo impegno del viaggiatore attorno alle propria camera disseppellirle e farle spenderle, quelle vite, e così restituirle a tutti i lettori. Epperò, se ciò è vero, l’isolario che avete sotto gli occhi, è pure un’enciclopedia dei desideri, delle aspirazioni, delle ambizioni del lettore: il quale, di volta in volta, di viaggio in viaggio, con maggiore o minore empatia, si proverà a viverle quelle vite altrui, provando l’ebbrezza – nella propria quotidianità negata – dell’uno, nessuno e centomila.  

Altrove
Utopia, come sapeva Tommaso Moro, il santo laico protettore di questo libro, è un’isola non si sa dove precisamente collocata: un’isola che, come recita l’etimo della parola che dà il titolo al libro luminoso e pieno di gioia del grande inglese, si trova «in nessun luogo» ed è «un non-luogo». Come, del resto la nuova Atlantide di Francesco Bacone. Resta anche inteso – e il lettore se ne renderà conto quando, magari, approderà alle Galapagos di Darwin e di Melville – che quel «non luogo», oltre che come un sogno lungamente agognato, così come Stevenson (Tusitala) agognò Upolu delle isole Samoa, può trasformarsi in un incubo, realissimo, da cui è quasi impossibile evadere. Un’isola è un isola: lo sappiamo tutti e continueremo a saperlo per sempre. Ma un’isola, come ci hanno assai bene mostrato il Robinson di Daniel Defoe, e anche quello di Saint-John Perse, in questo suo restare semplicemente un’isola, può valere contemporaneamente come un luogo di esilio felice e volontario, ma anche come una prigione subìta senza possibilità d’evasione: da un’isola si può anche fuggire, ma per essere di nuovo afferrati da un violento desiderio di ritornarvi. E in effetti: che cosa sarebbe il viaggio intorno alla propria camera, se non postulasse sempre il trasferimento, più o meno smemorato, ed ectoplasmatico, in un «altrove»? Ci si può finire per recludersi in un penitenziario, come quello dell’Elba o di Santo Stefano. Ci si può tornare come a Itaca: con la speranza di risalire alle nostre radici per ritrovare ciò che invece abbiamo irreparabilmente perso. Ci si può andare per cercare la propria Caprera, a placare così lo spirito guerriero che entro ci rugge. Ci si può andare per morire, come tante volte s’è fatto a Capri, in cui appunto un grande pittore ha riconosciuto l’«isola dei morti». Un’isola, insomma, è e resterà sempre un’isola: ma per sdoppiarsi e moltiplicarsi, infinite volte, come il più malioso e antico miraggio del mondo.

(A cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, presidente del Premio Ceppo)

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